Estratto del documento

Liceo linguistico “R. L. Satriani”

Anno scolastico 2010/2011

Bodnar Maksym

Classe V sez. C

Indice

  • Storia: La Rivoluzione Russa Pag. 4
  • Italiano: Vladimir Vladimirovic Majakovskij Pag. 16, Pag. 23
  • Latino: Lucius Annaeus Seneca Pag. 34
  • Filosofia: Karl Marx Pag. 42
  • Inglese: Animal Farm Pag. 47
  • Francese: Le Surréalisme Pag. 51
  • Tedesco: Das Epische Theater nach Brecht Pag. 55, Pag. 60
  • Matematica: Teoremi sui Limiti
  • Fisica: I Principi Fondamentali della Dinamica

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La Rivoluzione Russa

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“Gli inferiori si ribellano per poter essere uguali e gli uguali per poter essere superiori. È questo lo stato d'animo da cui nascono le rivoluzioni.” Aristotele

L’Impero Russo nel XIX secolo

Un impero conservatore e multinazionale

Per tutto l'Ottocento la Russia fu la roccaforte del conservatorismo politico e sociale. Gli zar esercitavano un potere autocratico, cioè un potere personale assoluto, senza il controllo di alcun parlamento.

L'aristocrazia, l'esercito, la Chiesa ortodossa e la burocrazia imperiale, che costituivano circa il 5% della popolazione, appoggiavano il regime zarista e difendevano gelosamente i propri privilegi.

La borghesia mercantile e imprenditoriale, presente quasi esclusivamente nella zona di Mosca e nei porti del Baltico, non deteneva invece alcun potere economico e politico. Questo sistema venne difeso in modo intransigente dagli zar: almeno fino al 1860 non venne tollerata alcuna forma di opposizione. L'Impero russo continuò a espandersi per tutto l'Ottocento: alla vigilia della prima guerra mondiale aveva ormai raggiunto un'estensione notevole. Al suo interno convivevano decine di popoli, caratterizzati da lingue e tradizioni diverse. I russi veri e propri non superavano il 45% della popolazione. Accanto a loro convivevano finlandesi, polacchi, mongoli, georgiani, ucraini, lettoni.

L'arretratezza delle campagne

Uno dei problemi più gravi della Russia era l'arretratezza delle sue campagne. Le condizioni generali erano invariate ormai da secoli. Chiese, monasteri e grandi famiglie (circa 3000) possedevano il 90% della terra coltivabile. I contadini erano ancora sottoposti alla servitù della gleba e disponevano a stento del necessario per vivere, in quanto gran parte di ciò che producevano era incamerato dai ricchi proprietari terrieri. Il malcontento era generale e si manifestava in maniera violenta attraverso frequenti rivolte: solo negli anni fra il 1840 e il 1855 se ne contarono 350. Le sollevazioni dei contadini venivano regolarmente represse nel sangue.

Lo zar Alessandro II (1818-1881), succeduto al padre Nicola I nel 1855, tentò di affrontare i problemi legati all'arretratezza attraverso una cauta politica di riforme. Il provvedimento più importante fu la legge del febbraio 1861 che abolì la servitù della gleba. Il contadino liberato riceveva in uso permanente, e non in proprietà, la terra che prima lavorava come servo. In cambio, però, doveva pagare un risarcimento al proprietario.

La legge, in realtà, concorse a peggiorare le condizioni di vita della massa dei contadini, che non sempre riuscivano a pagare il riscatto per la terra ottenuta. Furono favoriti soprattutto i kulaki, cioè i medi proprietari, che acquistarono parte delle terre, pagandole a basso prezzo, dai contadini schiacciati dai debiti. La riforma dunque finì per inasprire le tensioni esistenti nelle campagne.

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Gli inizi dello sviluppo industriale

L'arretratezza dell'economia russa era particolarmente evidente nelle relazioni commerciali con l'estero: la Russia esportava soprattutto cereali e materie prime, mentre importava macchinari e prodotti industriali. Nella sostanza, dunque, il Paese dipendeva economicamente dall'Occidente e questa situazione era incompatibile con la politica di grande potenza cui aspirava. A partire dal 1870, pertanto, vennero compiuti grandi sforzi per sviluppare un'industria nazionale. Determinante fu l'appoggio dei capitali stranieri. I principali investitori furono la Francia, la Germania e la Gran Bretagna. Personale qualificato occidentale giunse in Russia per formare dirigenti e lavoratori dei nuovi complessi industriali. Anche lo Stato intervenne con finanziamenti, soprattutto nel settore siderurgico e in quello delle ferrovie.

Fra il 1885 e il 1898 si ebbe un vero e proprio «boom». La produzione industriale crebbe complessivamente del 400%. I principali stabilimenti industriali sorsero intorno alle grandi città: Mosca (industria tessile); San Pietroburgo (industria metallurgica); Baku (giacimenti petroliferi). L'industrializzazione fu un fatto innegabile e di notevole intensità, ma restò un fenomeno abbastanza superficiale. In particolare, lo sviluppo industriale non fu l'espressione della crescita all'interno della società russa di una borghesia imprenditoriale: fu un'iniziativa imposta dallo Stato, prevalentemente affidata a stranieri. Tuttavia il divario con l'Occidente iniziava a diminuire.

Occidentalisti e slavofili: il populismo

Ma conveniva veramente assumere l'Occidente come modello? Se lo chiedeva l'opposizione politica allo zarismo che era costituita soprattutto da intellettuali, studenti e dalla piccola borghesia istruita: in breve quella che in russo si chiama intellighenzia.

Gli intellettuali si dividevano in occidentalisti e slavofili.

Gli occidentalisti prospettavano una «via europea» al progresso. Essi valutavano positivamente il capitalismo e le sue conseguenze sociali e politiche: intendevano quindi introdurre in Russia sia l'economia capitalistica, sia la democrazia. In pratica si trattava di ripercorrere i tempi e i modi dello sviluppo economico, sociale e politico occidentale.

Gli slavofili sostenevano al contrario una «via nazionale» allo sviluppo. La Russia doveva sfruttare il proprio «ritardo» storico e trarre profitto dagli errori degli altri Paesi, evitando le miserie della rivoluzione industriale e del capitalismo. Anche il liberalismo andava rifiutato. Lo sviluppo sociale e politico della Russia sarebbe partito non dalla borghesia o dal proletariato, come nei Paesi capitalisti, ma dai contadini.

Gli slavofili infatti idealizzavano il popolo contadino, le sue tradizioni e la sua stabilità. Perciò il loro movimento prese il nome di populismo. I populisti intendevano alfabetizzare i contadini e renderli coscienti della loro condizione; essi prospettavano come scopo finale l'abbattimento dello Stato, da sostituire con comunità agricole. Alcuni esponenti del populismo prevedevano tra i metodi di lotta anche il terrorismo. Fu un populista infatti ad assassinare lo zar Alessandro II nel 1881.

I populisti russi assunsero nel XX secolo il nome di socialrivoluzionari.

L'opposizione marxista

Lo sviluppo industriale e le sue conseguenze sociali spinsero alcuni intellettuali ad avvicinarsi al marxismo. Questi intellettuali si opponevano al populismo su quattro punti fondamentali:

  • Valutavano positivamente lo sviluppo tecnico, produttivo e sociale indotto dal capitalismo;
  • Miravano ad una rivoluzione borghese democratico-liberale come base per la successiva rivoluzione socialista;
  • Sostenevano che la rivoluzione doveva partire dal proletariato;
  • Si impegnavano a diffondere nel proletariato la coscienza rivoluzionaria. Questa, e non il terrorismo, doveva essere, secondo i marxisti, il vero mezzo di lotta.

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Nel 1898 i socialisti russi fondarono il Partito Operaio Socialdemocratico Russo che fin dal 1903 si divise in due correnti rigidamente contrapposte:

  • I bolscevichi (da un termine russo che significa «la maggioranza»), capeggiati da Vladimir Uljanov, detto Lenin;
  • I menscevichi («la minoranza»), guidati da Jilij Cederbaum, detto Martov.

Menscevichi e bolscevichi erano divisi sia sulla linea politica da seguire che sul tipo di organizzazione da dare al partito. I menscevichi volevano creare un partito di massa sul modello di quello socialdemocratico tedesco. Sostenevano la necessità di realizzare riforme sociali e politiche, accettando l'alleanza con la borghesia. Le elezioni politiche dovevano essere lo strumento democratico per raggiungere il potere.

I bolscevichi, al contrario, volevano un partito formato da professionisti della politica. Secondo Lenin, il partito doveva guidare gli operai e i lavoratori all'abolizione della proprietà privata e alla collettivizzazione dei mezzi di produzione.

Coerentemente con questi obiettivi, fin dal 1914 Lenin propose di modificare il nome del Partito operaio socialdemocratico Russo in Partito comunista. Cosa che effettivamente avvenne nel marzo 1918.

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Tre rivoluzioni

La rivoluzione del 1905

Nel 1905, in seguito alla guerra contro il Giappone, la Russia visse una grave crisi. La guerra peggiorò le già misere condizioni di vita del proletariato e dei contadini. Il malcontento cresceva ovunque senza avere alcun mezzo legale per esprimersi. Il 9 gennaio 1905, circa 140000 persone sfilarono per San Pietroburgo e raggiunsero il Palazzo d'Inverno, residenza dello zar. Si trattava di una pacifica processione che avrebbe dovuto presentare allo zar una supplica per invocarne l'aiuto e la protezione.

Ma l'esercito aprì il fuoco sui manifestanti. Rimasero a terra circa un migliaio di morti, più di duemila furono i feriti. Questa giornata passò alla storia come la domenica di sangue.

La sanguinosa repressione causò scioperi e rivolte nelle fabbriche e nelle campagne di tutto il Paese. Anche nelle file della borghesia prese corpo l'opposizione nei confronti dello zarismo. Si formò un partito di ispirazione liberale che prese il nome di Costituzionale Democratico: ka-de dalle iniziali (K e D, che in russo si leggono i suoi appartenenti assunsero il nome di cadetti). Essi auspicavano la creazione in Russia di un sistema costituzionale moderato, lo sviluppo dell'economia e una certa liberalizzazione della vita politica e sociale.

Intimorito dagli avvenimenti, lo zar Nicola II (1868-1918) promise libertà politiche e concesse l'elezione di un Parlamento, la Duma. Ma intanto la protesta si allargò fino a coinvolgere l'esercito: in giugno si ammutinò la corazzata Potëmkin e gli equipaggi delle navi inviatele contro si rifiutarono di aprire il fuoco sui rivoltosi.

Il movimento di rivolta raggiunse il culmine in ottobre. A San Pietroburgo si ebbe uno sciopero generale e venne creato il primo soviet (in russo, «consiglio») dei lavoratori, a capo dei quali venne eletto il menscevico Lev Davidovič Bronstein detto Trockij (1879-1940). Il soviet si proponeva come organo di governo e non solo come strumento di rivendicazioni economiche o sociali. Era evidente, a questo punto, il carattere politico della rivoluzione dell'ottobre 1905.

La prima guerra mondiale

Le Dume elette tra il 1906 e il 1917 non ebbero mai un ruolo effettivo. Furono sempre sottoposte a un rigido controllo e vennero sciolte ogni volta che assumevano posizioni critiche nei confronti dello zarismo. Dal 1906 al 1911 l'uomo forte del governo fu Pëtr Stolypin. Egli realizzò alcune moderate riforme economiche, che però non risolsero i gravi problemi della massa di contadini poveri. Perciò le tensioni crebbero e i socialisti, in particolare i menscevichi, divennero sempre più forti. La situazione precipitò con la prima guerra mondiale. Fin dai primi mesi apparve chiaro che l'economia russa non avrebbe potuto sopportare il peso di un conflitto così duro che, come abbiamo visto, coinvolgeva ogni sforzo produttivo dei Paesi belligeranti. Le condizioni della popolazione

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si fecero drammatiche. La produzione di grano diminuiva rapidamente e i prezzi salivano.

La guerra diventava sempre più impopolare anche per l'incompetenza degli ufficiali. Nel 1915 la Russia subì un crollo militare e perse alcuni territori occupati nella prima fase del conflitto (Galizia, Bucovina) e il controllo dei territori polacchi. Si scatenò una nuova ondata di scioperi.

La rivoluzione del febbraio 1917

Il 23 febbraio 1917 gli operai di Pietrogrado (così era stata ribattezzata San Pietroburgo nel 1914), insorsero in massa. Lo zar ordinò alle truppe di disperdere i manifestanti, ma l'esercito si rifiutò di obbedire e si schierò dalla loro parte.

Iniziava la rivoluzione di febbraio, che si estese fino a coinvolgere anche Mosca. Ormai si chiedevano apertamente la distribuzione della terra e l'instaurazione della democrazia. Era evidente che il regime zarista non riusciva più a controllare la situazione. Perciò lo zar Nicola II il 2 marzo 1917 fu costretto ad abdicare. Finì così la monarchia zarista e nacque la repubblica.

Quella di febbraio fu una rivoluzione rapida e con pochissime vittime; la facilità del successo si spiega col fatto che lo zarismo non riscuoteva più consensi nemmeno negli ambienti aristocratici più vicini al trono.

La difficile vita della Repubblica

Dopo la rivoluzione di febbraio, si formarono due centri di potere:

  • Un governo provvisorio presieduto dal principe L'vov, un aristocratico aperto alle riforme e appoggiato dai borghesi;
  • Il soviet di Pietrogrado, cioè il «consiglio dei deputati operai e soldati», formato da rappresentanti eletti nelle fabbriche e nell'esercito, dominato dai socialrivoluzionari (populisti) e dai menscevichi.

Formalmente il potere legittimo era nelle mani del governo provvisorio, ma il soviet svolgeva sempre più funzioni di direzione politica. Questo dualismo di poteri indebolì la repubblica russa. Sia il governo provvisorio sia il soviet intendevano continuare la guerra, ma per motivi diversi.

Secondo il governo provvisorio, la vittoria militare avrebbe rafforzato lo Stato e la borghesia, in modo da consentire in Russia l'instaurazione di un regime parlamentare moderato che avrebbe evitato sconvolgimenti sociali. Secondo il soviet, occorreva sconfiggere la Germania e l'Austria, potenze conservatrici e imperialiste, per difendere la rivoluzione.

La soluzione dei gravi problemi sociali ed economici della Russia veniva rimandata alla fine della guerra. I rappresentanti del governo provvisorio prospettavano una vaga politica di riforme, mentre i socialrivoluzionari e i menscevichi puntavano più decisamente sulla riforma agraria, che avrebbe distribuito terre ai contadini.

Il ritorno di Lenin: la svolta

La Repubblica russa appariva incapace di far fronte agli immensi problemi del Paese. Questa era la situazione quando Lenin, il 4 aprile 1917, arrivò a Pietrogrado di ritorno dall'esilio in Svizzera.

Lenin presentò ai bolscevichi un documento che riassumeva in dieci punti (le cosiddette Tesi di aprile) le sue idee sui compiti immediati del partito. Le Tesi affermavano tre idee fondamentali:

  1. Tutto il potere ai soviet: abbattere con la forza il governo provvisorio e consegnare il potere ai soviet;
  2. La pace: far uscire immediatamente la Russia dalla guerra;
  3. La terra ai contadini: confiscare le terre e metterle a disposizione dei soviet locali.

Questo programma suscitò molte opposizioni nello stesso partito bolscevico; molti esponenti bolscevichi accusarono Lenin di anarchismo. Ma quello che Lenin proponeva era esattamente ciò che le masse operaie e contadine volevano sentire: pace e terra.

La nuova linea che Lenin impose al partito attirò i consensi delle masse, ma allontanò ulteriormente i bolscevichi dagli altri gruppi socialisti e dal governo provvisorio.

La preparazione della rivoluzione

I Congresso panrusso dei soviet

Nel giugno del 1917 si svolse a Pietrogrado il I Congresso panrusso dei soviet (cioè l'assemblea dei delegati dei soviet di tutte le province della Russia). I bolscevichi erano ancora una minoranza (105 delegati su 822) rispetto ai socialrivoluzionari e ai menscevichi. Per capire come i bolscevichi riuscirono a conquistare la maggioranza nei soviet e ad organizzare la rivoluzione, è necessario ricordare quanto avvenne in Russia nell'estate del 1917. Sul fronte della guerra, il governo provvisorio scatenò contro le forze austro-tedesche una vigorosa offensiva che però fallì rapidamente. Il 18 giugno le truppe vennero mandate all'assalto senza che l'azione fosse stata preparata adeguatamente e i soldati rifiutarono di combattere.

Nel mese di luglio a Pietrogrado gli operai e i soldati scesero in piazza per impedire la partenza per il fronte di alcuni reparti. I disordini vennero sedati dall'intervento di truppe fedeli al governo. Alcuni capi dei bolscevichi furono arrestati: lo stesso Lenin dovette rifugiarsi in Finlandia. Ma questo fu l'ultimo successo del governo provvisorio.

Nel mese di settembre, il generale Kornilov, comandante in capo dell'esercito, marciò su Pietrogrado con le truppe e tentò di abbattere il governo repubblicano. Il governo, presieduto in quel momento dal socialrivoluzionario Kerenskij, riuscì a reprimere il colpo di Stato con l'appoggio degli operai, dei contadini e dei bolscevichi. Questi ultimi dunque uscirono rafforzati dalla vicenda e per la prima volta conquistarono la maggioranza nei soviet di Pietrogrado e di Mosca.

Stato e Rivoluzione.

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Sintesi

Materie e argomenti

  • Storia: la rivoluzione russa
  • Italiano: Vladimir Vladimirovic Majakovskij
  • Latino: Lucius Annaeus Seneca
  • Filosofia: Karl Marx
  • Inglese: Animal Farm
  • Francese: le Surréalisme
  • Tedesco: das epische theater nach Brecht
  • Matematica: i teoremi sui limiti
  • Fisica: i principi fondamentali della dinamica
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