Estratto del documento

Introduzione

Fra i tanti aggettivi disponibili per descrivere la nostra epoca potremmo utilizzare quelli di ipermediale e di ipercomunicativa, intendendo con essi sottolineare il fatto che viviamo immersi in un flusso incessante di informazioni, di messaggi multisensoriali provenienti da fonti diverse, con una continuità, un’intensità ed un’ampiezza mai sperimentate nelle epoche precedenti. Giornali e riviste, CD e video di tutti i tipi, televisioni che trasmettono 24 ore su 24, emittenti radiofoniche che diffondono notizie e musica giorno e notte, cartelloni pubblicitari, fax, telefoni cellulari, Internet rappresentano ormai gli strumenti che mediano il nostro rapporto con una realtà che non è più quella della comunità locale nella quale viviamo fisicamente (il quartiere, il paese ecc.) ma il mondo intero.

I media – come notava il grande studioso canadese di comunicazioni Marshall McLuhan (1911-1980) – sono «potenti protesi», prolungamenti dei nostri sensi che ci permettono di vedere lontanissimo, di ascoltare e di inviare messaggi in ogni angolo della terra. È come se la nostra vista e il nostro udito si fossero dilatati a dismisura facendo del mondo intero il nostro ambiente di vita.

Questa immersione in una dimensione comunicativa planetaria appare, soprattutto alle giovani generazioni, un fatto del tutto naturale, scontato; eppure rappresenta una delle più grandi rivoluzioni della storia umana, una rivoluzione iniziata nell’800 ma che ha avuto una repentina accelerazione negli ultimi decenni del ‘900 e che è destinata in futuro a sviluppi imprevedibili soprattutto sul piano delle trasformazioni sociali e culturali.

Non sono più i contenitori sociali tradizionali (la famiglia, la comunità, l’appartenenza religiosa, l’etnia) a fornire modelli di comportamento e di identificazione sociale, ma i contenitori collettivi della comunicazione di massa che propongono e diffondono mode, stili di vita, linguaggi, esperienze culturali da consumare velocemente.

Per quanto possiamo sentirci persone libere, capaci di determinare autonomamente le nostre scelte, sta di fatto che gli argomenti di cui discutiamo, le nostre conoscenze, le nostre opinioni, i nostri gusti prendono forma in questo orizzonte comunicativo globale. Se per un giorno provassimo ad annotare le cose su cui abbiamo riflettuto o di cui abbiamo parlato con gli altri, ci accorgeremmo che buona parte dei nostri discorsi fanno riferimento, direttamente o indirettamente, a ciò che abbiamo appreso dai media. Anche molte semplici scelte quotidiane vengono influenzate dalla stampa, dalla radio o dalla TV: gli acquisti che facciamo, la musica che ascoltiamo, i film che decidiamo di andare a vedere. Nessuno nel nostro tempo, tranne qualche probabile eremita, può sottrarsi al circuito della comunicazione globale, poiché farlo significherebbe perdere il contatto con la realtà.

Filosofia

La scrittura è da sempre uno dei più importanti mezzi di comunicazione a distanza. Non c’è da stupirsi, quindi, se affermiamo che essa è storicamente alla base della comunicazione di massa. Grazie all’invenzione della stampa seriale, il libro divenne nel XV secolo il primo potenziale mezzo di comunicazione di massa della storia. Ad esso, circa due secoli dopo, si affiancò un altro potente strumento di comunicazione, anch’esso basato sulla scrittura: il giornale.

1. Kierkegaard e la stampa

La libertà di stampa ha trovato, ancora nel secolo X-XI, detrattori e oppositori. Un caso “singolare” è quello rappresentato da Kierkegaard, autore solo apparentemente “impolitico”. Kierkegaard non nasconde il suo conservatorismo politico vantandosi di essere un fedele sostenitore della monarchia e delle classi aristocratiche. La sua avversione per la democrazia e l’allora nascente movimento socialista suscitano nel pensatore danese una durissima reazione. Kierkegaard, al pari di Schopenhauer, definisce sprezzantemente le istanze democratiche ed egualitarie aberrazione.

La “plebaglia” non ha diritto alcuno a rivendicare diritti. L’atteggiamento dell’autore è molto simile a quello di Schopenhauer, altro grande “reazionario”, e prelude, per certi versi, alle posizioni di Nietzsche. Questi autori sono accomunati dal disprezzo per la Rivoluzione francese e per la modernità politica da essa scaturita. Rientra in questo discorso l’acerrimo scontro che oppose Kierkegaard ai giornali danesi: la libertà di stampa non solo è ideologicamente inammissibile ma risulta essere agli occhi del filosofo la negazione del concetto di soggettività e di singolo a lui tanto cara. Secondo Kierkegaard la stampa non fa che offrire alla massa anonima del “si è” delle comode opinioni “a buon mercato”.

La feroce avversione di Kierkegaard per tutto quel che può risultare anonimo, massificato, e quindi inautentico, lo porta a toni polemici di inaudita asprezza. La critica alla libertà di stampa rientra nella più generale condanna alla “folla”. Folla è il termine che Kierkegaard adopera per definire non soltanto l’inautenticità dell’esistenza borghese, ma anche ciò che può risultare popolare nell’accezione negativa del termine. “La folla è sempre colpevole: per questo Cristo fu crocifisso”.

I motivi “politici” ed esistenziali si saldano così a quelli religiosi: per Kierkegaard la folla è anticristica nel senso che costituisce la negazione all’irriducibile soggettività dell’esperienza di fede.

1.1 Testi di Kierkegaard

In ogni campo, per ogni oggetto, ecc… son sempre le minoranze, i pochi, i rarissimi, i Singoli, quelli che sanno: la Folla è ignorante. Ciò è chiaro come il sole perché, se fosse altrimenti, ogni uomo sarebbe tutto. E proprio perché le cose non stanno così, ogni uomo ha o dovrebbe avere un proprio oggetto, piccolo o grande, complicato o difficile o meno difficile di cui conosce qualcosa, così che egli è il maestro e gli altri (la Folla, la pluralità), quelli che imparano, e così tutti in questa o quella cosa, ognuno avrà il proprio oggetto. Ma che fa ora il giornale? Esso comunica tutto ciò che comunica (l’oggetto è indifferente: politica, critica, ecc…) come se fosse la Folla, la pluralità a saperlo. Per questo i giornali sono il sofisma più funesto che sia mai apparso. Ci si lamenta perché qualche volta appare qualche articolo falso: — ahimè, che inezia! No, è l’intera forma di questa comunicazione nella sua essenza che è falsa. Nell’antichità si lusingava la folla in modo puramente materiale per via di danaro e panem et circenses...: ma la stampa ha spiritualmente adulato la classe media. Noi abbiamo bisogno del silenzio pitagorico. Per la società son più necessarie le leghe proibizioniste contro i giornali, che contro le bevande alcooliche. Il ridicolo è che il giornale «Feadrelandet» pretenda sì essere aristocratico e di essere insieme un giornale. No, se gli editori vogliono essere aristocratici, devono sopprimere il giornale.

Essere aristocratici in mezzo ai giornalisti, è come essere aristocratici in mezzo ai lazzaroni.

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I giornali sono e saranno il principio del male nel mondo moderno: nella loro sofistica essi non conoscono limiti, perché possono scendere sempre più in basso nella scelta dei lettori. Con questo essi dragano la fanghiglia degli uomini che nessun governo potrà più dominare. Saranno sempre pochi quelli che in verità vedono la falsità che c’è nell’esistenza dei giornali, e di questi pochi solo pochissimi avranno il coraggio di esprimerlo: perché per un uomo è addirittura un martirio il rompere con la maggioranza e la diffusione, che poi lo perseguiterà e lo maltratterà senza posa.

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Nel termine “folla” che Kierkegaard usa si possono individuare diversi significati. Anzitutto un significato “politico”, anche se questo termine può forse apparire fuori luogo, per un pensatore “impolitico” come Kierkegaard. Dopo aver combattuto per secoli contro papa e re, si è fatta diventare la folla come una cosa sacra, il despota a cui servilmente si obbedisce e a cui è molto difficile opporsi. Di tutte le tirannidi, un “governo di popolo”, è “la più insulsa, è il tramonto di ogni cosa grande e sublime”.

Così Kierkegaard assume un atteggiamento fortemente critico verso la nuova civiltà industriale e di massa, da lui concepita come avvento dell’opinione pubblica (della “plebaglia”) e come “tirannia dell’uguaglianza”. In tale contesto, Kierkegaard critica duramente il ruolo svolto dalla stampa, vista come il principio del male nel mondo moderno. I giornali sono in mano a sofisti, dragano la fanghiglia umana. La folla non ha alcuna opinione, ma ci pensano i giornali a fornirgliela. La posizione di Kierkegaard, che pure sul terreno religioso appare così critica nei confronti delle Chiese costituite – anzi, è di vera e propria opposizione – sul piano strettamente politico è, invece, nettamente conservatrice: critica il Liberalismo e la Democrazia, nella convinzione che solo le minoranze abbiano il possesso della verità e la capacità di governare.

Vi è, comunque, un secondo significato del termine “folla”, forse più importante, che sta dietro a quella prima accezione e si intreccia con essa. Esso si lega strettamente alla concezione religiosa di Kierkegaard e alla sua riflessione sul Singolo.

Nella “folla” il Singolo è nulla. Ciò che conta è il numero. Ma “folla” e “numero” appartengono all’animalità, non allo spirito. La “parte animale” degli uomini non osa mettersi in rapporto con Dio, preferisce “essere come gli altri”. Sembra che nessuno osi più essere se stesso. Il numero, la folla, le associazioni sono alcuni dei modi con i quali ci si difende da Dio, dall’angoscia che provoca negli uomini. Egli vuole, invece, un rapporto con il Singolo, ma finché ci sarà la “folla”, il Singolo e il rapporto assoluto con l’Assoluto saranno impossibili: bisogna, quindi, anzitutto combattere la “Folla”.

Scienze sociali

2. La televisione

La televisione, nonostante si sia affermata in ritardo rispetto agli altri media, è riuscita comunque a conquistare in breve tempo un ruolo egemonico, che mantiene ancora oggi.

Uno dei primi e più completi rapporti sugli effetti di una eccessiva e acritica esposizione al teleschermo, che ha trovato poi conferma in studi successivi, fu quello prodotto dall’istituto delle comunicazioni Annemberg di Filadelfia nel 1980.

Questo studio segnalava il fenomeno del mainstreaming, ossia di una sorta di semplificazione sistematica delle notizie e dei messaggi che provengono dal teleschermo per rendere più facile e senza sforzo la loro assimilazione da parte degli spettatori. A forza di semplificare, però, si finisce per influenzare, non informare.

Per chi si affida acriticamente al mezzo televisivo la realtà virtuale finisce per essere più «vera» di quella del mondo reale e i personaggi che appaiono sullo schermo più autorevoli, imitati e valutati, di quella che vivono e operano nel mondo reale. Il mezzo televisivo ha infatti, come il cinema, la possibilità di rallentare e accelerare i movimenti, di ingigantire e rimpicciolire, di enfatizzare e porre in primo piano alcuni particolari, di associare le immagini alle musiche e ai commenti: un insieme di «trucchi» e di strategie spettacolari che consentono di dare rilievo ad alcuni aspetti escludendone altri, di creare delle suggestioni, delle emozioni, di indurre dei gusti.

Cosicché la televisione, che inizialmente fu considerata «una finestra sul mondo», finisce per essere sempre più spesso un mondo a sé, con le sue regole, i suoi personaggi, i suoi punti di riferimento.

2.2 Convincere o influenzare?

Tra le funzioni che i media svolgono nella società sembrano prevalenti quelle di informare, intrattenere, influenzare e vendere.

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Sintesi
Filosofia: Kierkegaard e la stampa Scienze sociali: la televisione Linguaggi iconici: il manifesto pubblicitario Italiano: movimento futurista Storia: la propaganda fascista Inglese: Orwell, 1984
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