Estratto del documento

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Per Leopardi la natura è la personificazione delle forze, dei fenomeni, perennemente considerata in contrapposizione all’uomo.

In un primo momento della sua vita, Leopardi crede che l’infelicità sia sempre esistita. Tuttavia gli antichi non se ne accorgevano o non se ne rendevano conto, perché distratti dalle illusioni e, in virtù di ciò, meno consapevoli della presenza del Male. Quindi guarda alla natura con occhio benevolo, in quanto, nonostante conduca costantemente l’uomo innanzi a difficoltà o eventi che causano unicamente sofferenza, essa ha dotato il genere umano di immaginazione e illusioni, che producono nell’uomo una felicità che non è reale perché mascherano la vera realtà che è fatta di sofferenza.

Nel mondo dei moderni queste illusioni sono però andate perdute perché la ragione ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e ridato vita alla realtà nuda e cruda dei moderni. Per Leopardi le epoche passate sono quindi migliori di quelle presenti perché Greci e Romani, più vicini alla natura e quindi capaci di immaginare, erano felici mentre il progresso ha allontanato l’uomo dalla natura e gli ha mostrato la verità rendendolo infelice. Quindi, in una prima fase, la colpa è dell’uomo che ha cercato di oltrepassare i limiti tracciati dalla Natura.

Con l’accentuarsi nel poeta della concezione meccanicistica del mondo secondo la quale tutto accade in natura perché mosso da una relazione di causa-effetto che porta qualsiasi essere all’ineluttabile morte, la natura diventa maligna. Il poeta considera la natura come fonte di illusioni e come forza suprema, incurante dell’uomo, che non vuole più il Bene e la felicità per i suoi “figli”.

«O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?»

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(Giacomo Leopardi, A Silvia)

La natura è vista come la sola colpevole dei mali dell’uomo, non si preoccupa della sofferenza delle creature, ma svolge incessante e noncurante il suo compito di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo: è un meccanismo indifferente e crudele che fa nascere l’uomo per destinarlo alla sofferenza. Infatti la natura, mettendoci al mondo, ha fatto sì che in noi nascesse il desiderio del piacere infinito, senza però darci i mezzi per raggiungerlo.

«La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno, come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità, è infelice, come chi non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicità nel mondo. Gli animali non han più di noi, se non il patir meno; così i selvaggi: ma la felicità nessuno.»

(Giacomo Leopardi, Zibaldone)

Questa concezione, che è alla base della sua poetica, emerge per la prima volta con assoluta chiarezza nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, in cui la Natura si mostra del tutto indifferente alla sofferenza dell’uomo, che è soltanto un elemento del ciclo universale di produzione e distruzione.

L’uomo deve perciò rendersi conto di questa realtà e contemplarla in modo distaccato e rassegnato. Leopardi ha capito che è inutile ribellarsi, ma che bisogna invece raggiungere la pace e l’equilibrio con se stessi, in modo da opporre un efficace rimedio al dolore. Ed è proprio la sofferenza che Leopardi reputa la condizione fondamentale dell’essere umano nel mondo, arrivando perfino a dire che “tutto è male”. Significativa è la conclusione del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, nella quale emerge tutta la sfiducia del poeta verso la condizione umana nel mondo, una condizione fatta di sofferenza e infelicità.

«Questo io conosco e sento, che degli eterni giri che dell’esser mio frale qualche bene o contento avrà fors’altri; a me la vita è male.»

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Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

(Giacomo Leopardi, vv. 100-104)

Il poeta, che si cela dietro il pastore, ricava dalla sua esperienza materiale la certezza del male, come carattere indubitabile della propria vita. E la Natura, rappresentata dalla luna alla quale il pastore si rivolge, rimane silenziosa di fronte alle domande esistenziali dell’uomo alle quali non può o non vuole rispondere, dimostrando ancora una volta di essere matrigna.

Quindi il rapporto tra natura e uomo è molto conflittuale e irrisolvibile. Solo negli ultimi anni della sua vita Leopardi trova un modo per opporsi alla negatività dell’universo e lo espone nella La ginestra, ultima sua poesia in cui l’uomo deve prendere atto dell’infelicità collettiva così da stabilire un rapporto di solidarietà tra tutti gli uomini. In particolare negli ultimi versi della lirica, senza presunzione o sottomissione alla potenza della natura, l’autore accetta con dignità il suo destino.

L’umanità, dal fiore della ginestra, dovrebbe imparare a trascorrere una vita serena, senza tracce di superbia.

«E piegherai sotto il fascio mortal non renitente il tuo capo innocente: ma non piegato insino allora indarno codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma non eretto con forsennato orgoglio inver le stelle, né sul deserto, dove e la sede e i natali non per voler ma per fortuna avesti; ma più saggia, ma tanto meno inferma dell’uom, quanto le frali tue stirpi non credesti o dal fato o da te fatte immortali.»

La ginestra

(Giacomo Leopardi, vv. 304-317)

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Descrizione fisica della Natura

Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse.

Invettiva dell’Islandese e contro gli uomini

Natura: Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?

Islandese: Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.

Natura: Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.

Islandese: La Natura?

Natura: Non altri.

Islandese: Me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.

Natura: Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?

Clima dell’Islanda

Islandese: Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti. Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza è dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso.

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E già nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova come egli è vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine: cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun’immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio.

Forza distruttrice della Natura

Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl’incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le quali incomodità in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che d’esser quieta; riescono di non poco momento, e molto più gravi che elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell’animo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono dagli uomini.

Crudeltà della Natura

Per tanto veduto che più che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d’impedire che l’esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le altre cose non m’inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltà e miseria; da dover essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane.

Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Più luoghi ho veduto, nei quali non passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun’ingiuria. In altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell’aria.

Talvolta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all’uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico non trova contro al timore, altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere.

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Sintesi

Introduzione Rapporto tra Uomo e Natura, tesina

La seguente tesina di maturità descrive il rapporto tra uomo e natura. La tesina permette i seguenti collegamenti con le varie materie scolastiche: Leopardi e Dialogo della Natura con un islandese, Plinio il vecchio e Naturalis historiae, Wordsworth e Daffodils, Architettura organica di Wright.

Collegamenti

Rapporto tra Uomo e Natura, tesina

Italiano:

Leopardi Dialogo della Natura con un islandese

. Latino:

Plinio il vecchio (Naturalis historiae)

. Inglese:

Wordsworth (Daffodils)

. Arte:

Architettura organica (Wright)

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