Il progresso umano tra ragione, tecnologia e civiltà
Al saggio, all’intellettuale, allo scienziato niente è precluso. Grazie alla Ragione l’uomo ha accesso ad ogni mistero del mondo e può trovare ogni mezzo per svelarli. Dall’alba dei tempi innumerevoli scoperte sono state fatte dall’intelletto, un processo continuo, che ha portato ad un miglioramento delle condizioni della vita dell’uomo. Ma questo progresso avrà sempre avuto delle ripercussioni positive? E soprattutto oggi porta sempre dei vantaggi consistenti o solamente tende a rendere meno faticosa la vita dell’uomo? Iniziamo questo percorso dai tempi più antichi quando veramente la ricerca e la conoscenza mirava a dei fini pratici e non utilitaristici.
Prometeo e l’inizio del processo tecnologico
La prima fonte che presenterò sarà la tragedia Eschilea “Prometeo Incatenato” che narra proprio l’inizio del processo tecnologico umano.
Eschilo (Eleusi, 525 a.C. – Gela, 456 a.C.) è stato un drammaturgo greco antico.
Viene unanimemente considerato l’iniziatore della tragedia greca nella sua forma matura ed è il primo dei Poeti tragici dell’antica Grecia di cui siano pervenute opere per intero.
Prometeo incatenato è una tragedia attribuita ad Eschilo. La data di rappresentazione è incerta, si ipotizza il 470 a.C. circa. L’opera faceva parte di una trilogia dedicata a Prometeo, di cui le altre parti non sono conosciute se non in forma di frammenti (Prometeo liberato e Prometeo portatore del fuoco).
È altresì incerto l’ordine delle tre tragedie, poiché è ignoto se il Portatore del fuoco fosse la prima o la terza parte. 1
La tragedia attica greca con la grandiosa simbologia dei miti e con la chiarezza che è propria delle forme più alte dell’arte ha espresso idee rigogliose nelle quali i secoli successivi, pur attingendo da diverse esperienze, si sono spesso riconosciuti. Il dramma di Eschilo Il Prometeo Incatenato appartiene a questa straordinaria categoria di opere. Prediletto da filosofi e poeti, esso rappresenta la vicenda del dio titano che, mosso a pietà delle miserevoli sorti degli uomini, osa ribellarsi a Zeus e trafugare il fuoco, proprietà degli dei, per donarlo ai mortali e riscattarli dallo stato selvaggio in cui fino ad allora erano vissuti. Col suo dono essi sarebbero usciti dalla cecità dell’ignoranza e avrebbero scoperto la via del progresso e della civiltà. Incatenato per la sua colpa e inchiodato ad una rupe a precipizio sul mare, il suo grido risuona nel silenzio della solitudine della natura non come un lamento, ma come un inno di trionfo:
“Cercai, rubai, nascosta in una canna,/ la semenza del fuoco, che ai mortali/ è maestra delle arti e gran tesoro./ Di questa colpa io pago/ il castigo, inchiodato, incatenato/ sotto l’aperto cielo./…/Guardate me incatenato,/…/ per il troppo amore ai mortali.”/[1]……/ Ho voluto, ho voluto il mio peccato:/ e non lo smentirò. Per dare aiuto/ a chi moriva ebbi la pena” /………/ Ma udite la miseria dei mortali/ prima, indifesi e muti come infanti,/ e a cui diedi il pensiero e la coscienza:/ Parlerò senza biasimo degli uomini,/ ma narrerò l’amore del mio dono./ Essi avevano occhi e non vedevano,/ avevano le orecchie e non udivano,/ somigliavano a immagini di sogno,/ perduravano 2 un tempo lungo e vago/ e confuso, ignoravano le case/ di mattoni, le opere di legno:/ vivevano sotterra come labili/ formiche, in grotte fonde, senza il sole;/ ignari dei certi segni dell’inverno/ o della primavera che fioriva/ o dell’estate che portava i frutti,/ operavano sempre e non sapevano,/ finché indicai come sottilmente/ si conoscono il sorgere e il calare/ degli astri, e infine per loro scoprii/ il numero, la prima conoscenza,/ e i segni scritti come si compongono,/ la memoria di tutto, che è la madre/ operosa del coro delle Muse./ E aggiogai le fiere senza giogo,/ le asservii al giogo e alla soma/ perché esse succedessero ai mortali/ nelle grandi fatiche, e legai al cocchio/ lo sfarzoso e docile cavallo/ fregio d’ogni ricchezza ed eleganza./ Ed inventai il cocchio al marinaio/ su ali di lino errante per i mari./ Mille cose inventai per i mortali/ ………../ Più stupirai udendo tutto il resto,/e le scienze che trovai, le vie che apersi./ E la più grande: se uno s’ammalava,/ non aveva difesa, cibo unguento/ bevanda: si estingueva senza farmaci,/ finché indicai benefiche misture/ che tengono lontani tutti i morbi./ ………/ Questo io feci. E chi prima di me/ scoprì i doni nascosti della terra,/il bronzo, il ferro, l’argento, l’oro?/ Nessuno, lo so bene, a dire onesto./ Sappilo in breve: tutto ciò che gli uomini/ conoscono, proviene da Prometeo.”/[2]
Come non sentire nelle parole appassionate di Prometeo l’entusiasmo della forza creatrice dell’ingegno e insieme l’immenso amore per l’umanità? Il vero progresso e il cammino della civiltà non possono essere che un atto d’amore per il debole, una lotta nel dolore e nell’abnegazione di sé.
Nella sublime grandezza della poesia tragica greca non si prefigura forse l’altra grande verità del Dio fatto uomo per amore degli uomini e inchiodato sulla croce? 3
E se la fantasia greca è arrivata a tanto da immaginare che il progresso è nato da un atto di amore, non meno straordinaria è la sua forza quando riconosce che tutte le arti create dalla civiltà non riusciranno mai ad appagare l’infinito desiderio dell’uomo di essere felice. Il coro, che in Eschilo ha la funzione di comunicare allo spettatore la conoscenza catartica alla quale conduce il dramma rappresentato, conclude con queste parole: “le arti sono troppo più deboli del fato”[4] e mai l’umanità sofferente sarà strappata al suo destino di dolore, “non mai i folli desideri dei mortali vinceranno il saldo ordinamento
Il messaggio è rivolto agli Ateniesi del V secolo che nel clima dell’illuminismo sofistico vedevano fiorire la loro polis nelle arti e nella civiltà, affinché non seguissero “folli desideri” di superbia abbandonando la via della saggezza, ma fossero consapevoli del limite umano.
di Zeus”[5].
La riflessione di Sofocle
Un’ulteriore riflessione viene fatta da Sofocle nello stasimo I dell’Antigone:
consuma volgendo la fiera che ha
“ Molti sono i l’aratro anno dopo silvestre covile fra
prodigi e nulla è anno i monti
più prodigioso e con l’equina e piega al giogo il
dell’uomo, prole rivolta. collo
che varca il mare del cavallo d’irsuta
canuto sospinto Degl’ilari uccelli la criniera
dal vento specie e dell’infaticabile
tempestoso del e le stirpi delle toro montano.
sud, bestie selvagge
fra le ondate e la prole del mare E apprese la
penetrando che accerchia e cattura parola
infuriano d’attorno, nelle spire attorte e l’aereo pensiero
e la più eccelsa fra delle reti e impulsi civili
gli dei, astutamente e come fuggire i
la Terra imperitura l’uomo; e doma dardi
infaticabile, con le sue arti 4
degli aperti geli e a morbi con la giustizia che
delle piogge. immedicabili. ha giurato;
D’ogni risorsa è Scopritore mirabile fuori della città,
armato, né inerme d’ingegnose se per audacia si
mai verso il futuro risorse, macchierà
si avvia: ora al bene d’infamie.
solo dall’Ade ora al male Non condivida il
scampo non s’incammina: mio focolare,
troverà; in alto nella città non amico mi sia
ma rimedi ha se conserverà le chi agisce così.”
escogitato leggi della sua
terra
Secondo il parere quasi unanime degli studiosi, l’attenzione per il progresso umano, tema caro alla letteratura greca, risente del dibattito culturale dell’Atene del V secolo a.C., animato dai sofisti. I giudizi sono invece discordanti sul valore da dare allo stasimo: per alcuni studiosi esso è una celebrazione dell’uomo di impronta sofistica; per altri si tratta di una polemica contro queste teorie. In realtà occorre osservare che nello stasimo “manca ogni entusiasmo illuministico; e che la solitudine dell’uomo nel mondo da lui conquistato è non a caso medium comparationis per l’eroe tragico, solo tra gli uomini, in cui esaltazione e disperazione possono così frequentemente prendere a veicolo espressivo gli stessi strumenti. Prestiamo fede alla lettera del testo: di per sé né bene né male, la condizione dell’uomo è perenne rischio”
Tragedie e frammenti di Sofocle,
G. Paduano, p. 279.
Il mondo latino e il progresso
Fino a qui abbiamo analizzato il mondo greco arcaico dominato sempre dalla concezione oppressiva della condizione dell’uomo e della forza delle divinità. Ora 5 passiamo invece al mondo latino con due autori condizionati dagli insegnamenti filosofici epicurei.
La prima testimonianza latina che analizzerò sarà quella di Tito Lucrezio Caro di cui abbiamo notizie scarse.
Visse nella prima metà del I secolo a.C. e morì quarantenne. La carenza di dati attendibili sulla vita di Lucrezio ha dato maggior credito alla notizia fornita da San Gerolamo in merito alla follia che avrebbe colto il poeta dopo un filtro amoroso, follia che avrebbe causato il successivo suicidio (oggi si reputa un’invenzione nata in ambiente cristiano).
Per divulgare a Roma la dottrina epicurea, Lucrezio scelse la forma del poema epico didascalico. Vi è, tuttavia, una contraddizione nell’agire di Lucrezio: se da un lato condanna la poesia per la sua stretta connessione col mito e per il fatto che può arrecare infelicità agli uomini, dall’altro ne fa uso per divulgare i principi della dottrina epicurea. La più grande opera di Lucrezio, il “De rerum natura”, fu scritta in esametri e suddivisa in sei libri: probabilmente non fu finita o, in qualsiasi caso, manca di una revisione. Il poema è dedicato a Gaio Memmio, che fu amico e patrono di Catullo e Cinna.
Il motivo del poema, come spiega lo stesso Lucrezio, è la diffusione della filosofia epicurea a Roma; un’impresa ardua, tanto più per il fatto che la lingua latina aveva un vocabolario molto ristretto e Lucrezio si trova in difficoltà nel tradurre in latino parole greche centrali nella filosofia di Epicuro e deve ricorrere a perifrasi nuove. E di quest’opera sono 6 fondamentali i versi 62-79 del Libro primo nei quali l’autore sente l’urgenza di rivolgere un primo elogio a Epicuro l’uomo che per primo si è opposto a quel complesso di credenze e superstizioni che fa sotto il ‘religio’.
nome di Essa costituisce infatti l’impedimento a che l’uomo possa raggiungere la corretta visione delle cose, una barriera che Epicuro è riuscito a infrangere spingendosi con la sua mente impavida negli spazi infiniti dell’universo. Con il fatto di riferire le sue scoperte all’umanità Epicuro ha ricondotto l’ignoto al noto liberando l’uomo dalle grandi paure degli dei e della morte.
Quando la vita umana giaceva (prostrata) vergognosamente sotto gli occhi (di tutti) sulla terra, oppressa sotto il peso della religione1 [sotto una pesante religione], che mostrava il (suo) volto dalle regioni del cielo, minacciando dall’alto i mortali col (suo) orribile aspetto, per la prima volta un uomo greco osò alzare contro (di essa) gli occhi mortali e per primo (osò) resisterle contro; e non lo spaventarono, né i falsi racconti sugli dèi, né i fulmini, né il cielo col (suo) minaccioso brontolio, ma (anzi), ancor più stimolarono [stimolò] l’indomita energia del (suo) animo, tanto che egli desiderò spezzare per primo gli stretti serrami delle porte della natura. Dunque la sua vivida intelligenza trionfò, e si spinse lontano, al di là delle ardenti barriere dell’universo, e percorse il tutto infinito con la mente ardita [con la mente e l’animo], di dove ci riferisce, trionfatore, che cosa possa nascere, che cosa non possa, per quale ragione vi sia per ogni cosa un potere delimitato e un termine assolutamente fisso [profondamente confitto].
Perciò la religione, posta sotto i (nostri) piedi, è calpestata a sua volta, e (questa) vittoria ci rende uguali agli dèi [ci eguaglia al cielo]. 7
Seneca e la conoscenza scientifica
Un’altra concezione del progresso nel mondo latino possiamo ricavarla dal filosofo Lucio Anneo Seneca.
Lucio Anneo Seneca, figlio di Lucio Anneo Seneca detto Il padre o il Retore, nacque a Cordova forse nel 4 a.C. Egli stesso nelle Epistole a Lucilio ricorda i maestri della giovinezza: Papirio Fabiano, retore e filosofo, lo stoico Attalo, il neopitagorico Sozione. Nel 65 a.C. quando fu scoperta la congiura contro l’imperatore il filosofo fu considerato tra i complici e costretto a togliersi la vita.
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