Estratto del documento

Il pregiudizio

“È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”

(Albert Einstein)

Di

Beatrice Biffi, 5^C

Liceo scientifico A. Banfi

Anno scolastico 2014-2015

Indice

1

Premessa

…………………………………….

  • ………………………………………. Pag. 3

Introduzione

Generale……………………………………

…Pag. 4

Il pregiudizio nella società

“Intelligenza e pregiudizio” di Stephen Jay

  • Gould…………………………………. Pag. 6

Filosofia: ……………………………………….

  • ……………………………………… Pag. 11

Pregiudizio e giudizio: dalla Rivoluzione Scientifica al Novecento

Storia

  • …………………………………………………………

…………………. Pag. 19

Nazismo: il mito della razza pura, Antisemitismo e “Soluzione Finale”

Italiano: ……………..

  • ………………………………………………………………

Pag. 24 “L’Esclusa”

Pirandello - “La patente”

Pirandello -

Conclusione

  • …………………………………………………………

……Pag. 27

Bibliografia e sitografia

  • …………………………………… Pag. 28

2

Premessa

L’approfondimento che ho deciso di svolgere riguarda un argomento che ne racchiude tanti, tantissimi altri, al suo interno (che siano problemi o avvenimenti storici); il tema è quello del “pregiudizio”, e proprio perché è così ampio, è difficile trattarne in maniera superficiale o banale, come si è soliti fare.

Spesso, infatti, si sente parlare di pregiudizi in ogni ambito possibile: dalla razza al sesso all’età, ecc… ma poche volte ci si chiede come questi nascano, quale sia il meccanismo che li origini, e ancor meno spesso ci si domanda: “A cosa portano i molti pregiudizi con cui quotidianamente ci rapportiamo?”.

Troppo di rado ci rendiamo conto di quanto possano essere devastanti gli effetti che determina questa mancanza di pensiero, riflessione, giudizio.

La causa sta nel fatto che i pregiudizi vengono dati per scontati, tanto sono diffusi e tanto sono radicati.

Del resto, essi sono ciò che accompagnano noi, la nostra conoscenza e la nostra esperienza del mondo, fin da quando siamo nati; la loro patria è infatti l’infanzia, età in cui si obbedisce e si crede in ciò che ci viene detto senza comprendere, età in cui si costruiscono barriere mentali che, se non accompagnate dall’uso della ragione in un futuro, rimarranno presenti nella persona e la influenzeranno per sempre.

Ciò che mi ha spinta a scegliere questo argomento è stato l’interesse verso due grandi tematiche che da sempre mi hanno colpita: la prima è la condizione della donna nella storia, ieri e oggi, in Occidente e in Oriente; la seconda è invece la drammatica situazione storica in cui sono stati costretti a vivere gli Ebrei durante la 2° Guerra Mondiale, dai precedenti dello sterminio (cause e motivazioni), fino agli avvenimenti più significativi e alla terribile conclusione.

Leggendo molti articoli sulla condizione femminile nelle varie parti del mondo - le tante ingiustizie a cui sono continuamente sottoposte le donne, le lotte affrontate, le discriminazioni, …-, sfogliando libri e guardando film riguardo la Shoah, tra i numerosi pensieri che sono sorti e sorgono nella mia mente ogni volta, uno in particolare

Perché?

lampeggia sempre più forte degli altri: Qual è il principio che sta alla base dei due fatti? Perché l’uomo arriva a questo? Perché arriva a tanto?

Dal mio punto di vista, che è comunque limitato, sembra ci sia un “punto di contatto” tra le due tematiche proprio in ciò che le ha partorite: il pregiudizio. Il pregiudizio contro l’emancipazione femminile, da una parte, e il pregiudizio razziale contro gli Ebrei, dall’altra.

È per questo motivo che ho voluto approfondire il tema molto ampio, attuale e diffuso, del pregiudizio, cercando di rapportarlo alle due tematiche sopra citate, ma anche analizzandolo da un punto di vista sociale, psicologico e filosofico, e scoprendo, amaramente, come è vero che in tutte le discussioni politiche, religiose o di qualsiasi altra natura – sia nel passato che nel presente, sia tra i giovani che tra gli adulti, sia tra noi italiani che tra gli stranieri - la gente non voglia affatto conoscere la verità, bensì essere sempre e solo confermata nei suoi pregiudizi, poiché non è una verità

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che cerca, ma una fede: qualcuno che dia sicurezze, certezze, esempi, qualcuno in cui credere e a cui affidarsi senza domande.

Il pregiudizio nella società

Il termine pregiudizio (dal latino “prae” = “prima” e “iudicium” = “giudizio”) può assumere diversi significati, tutti in qualche modo collegati alla nozione di “giudizio prematuro”, ossia parziale e basato su argomenti insufficienti o su una loro non completa o indiretta conoscenza.

Il termine si discosta da quello di concetto erroneo, in quanto è irreversibile e non viene cancellato nemmeno alla luce di nuove conoscenze ad esso contrarie.

Nel linguaggio della psicologia sociale, quando si parla di pregiudizi, ci si riferisce a un tipo particolare di atteggiamenti; propriamente, sono atteggiamenti intergruppo, cioè posizioni di favore o sfavore che si formano all’interno del gruppo stesso e hanno per oggetto un altro gruppo.

A livello psicologico, si tratta di un pensiero che si basa sulle paure e le fobie del singolo individuo. (Ad esempio, esso può portare al razzismo perché si ha paura dell’altro, dell’altra cultura, specie quando la si conosce poco).

La fobia, che deriva dall’ignoranza (=mancanza di conoscenza) in un determinato campo, è ciò che origina il pregiudizio.

Studiandolo da un punto di vista antropologico, questo termine nasce dal comune modo di accostarsi alla realtà, dal senso comune, che è quella forma di pensiero e di ragionamento appartenente a una cultura che ne plasma in modo inconsapevole l’atteggiamento, i prodotti e il comportamento. Un pregiudizio è generalmente basato su una predilezione immotivata per un particolare punto di vista o una particolare ideologia.

Di conseguenza, si arriva ad accettare o a rifiutare la validità di una dichiarazione non in base alla forza degli argomenti a supporto della dichiarazione stessa, ma in base alla corrispondenza alle proprie idee preconcette, senza quindi alcuna riflessione.

Il pregiudizio ha diverse componenti: cognitiva, emotiva, comportamentale.

  • La componente cognitiva deriva dal fatto che tendiamo sempre a categorizzare e stereotipizzare le persone;
  • La componente emotiva dipende dalle nostre emozioni rispetto a membri di un gruppo (se queste sono positive o negative);
  • La componente comportamentale invece è l’effetto che i pregiudizi comportano: atteggiamenti ostili, violenti e discriminanti verso determinati gruppi sociali.

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Esistono vari tipi di pregiudizi: da quello razziale a quello etnico, da quello religioso al pregiudizio generazionale e altri ancora.

I più diffusi sono:

Pregiudizio razziale

Consiste in un forte senso di discriminazione verso un gruppo sociale e può includere motivi anche religiosi (ad esempio

Pregiudizio etnico

Pregiudizio androcentrico: implica la considerazione del maschio come essere superiore alla donna.

Pregiudizio etnocentrico

Si concepisce il proprio gruppo sociale come il centro e il punto di riferimento in base al quale classificare e giudicare gli altri gruppi.

Una volta che il gruppo, ovvero il luogo di origine dell’identità sociale, si forma, si attuano dei processi che inducono a comportamenti di favoritismo verso i membri del proprio gruppo e di opposizione verso i gruppi esterni.

L’identità sociale si sviluppa nell’individuo più gradualmente rispetto a queste “reazioni” immediate, attraverso tre diversi momenti:

  1. La categorizzazione: l’individuo crea “categorie” discriminanti di appartenenza in base a diversi fattori (età, sesso, religione, colore della pelle…). Da questo deriva una tendenza a massimizzare le somiglianze tra i soggetti di uno stesso gruppo (NOI) e le somiglianze – negative - tra i membri degli altri gruppi (LORO).
  2. L’identificazione: le varie appartenenze ai gruppi sociali costruiscono la propria identità storica.

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  1. Il confronto sociale: l’individuo inizia a confrontare il proprio gruppo con gli altri, considerandosi superiore e svalutando gli altri. Questo confronto può sfociare in vere e proprie “lotte sociali”, alcune più contenute, altre molto più ampie.

“Intelligenza e pregiudizio”

Di Stephen Jay Gould

“Intelligenza e pregiudizio: contro i fondamenti scientifici del razzismo” è un saggio del paleontologo e storico della scienza Stephen Jay Gould, pubblicato in lingua inglese dapprima nel 1981 e successivamente, in una seconda edizione riveduta e ampliata, nel 1996.

Il saggio ricostruisce la storia del determinismo biologico e mostra l’infondatezza degli argomenti portati a sostegno della diversità umana, in particolare quelli concernenti la misurazione dell’ipotetica entità chiamata “intelligenza”.

Il saggio vinse il National Book Critics Circle Award nel 1981.

Il determinismo biologico consiste nella teoria la quale sostiene che:

“Le norme comportamentali comuni e le differenze sociali ed economiche tra i gruppi umani - in primo luogo razze, classi e sessi - derivano da distinzioni innate ereditate, e che la società, in questo senso, è un esatto riflesso della biologia”.

Da qui la pretesa secondo cui: “Il merito può essere assegnato agli individui e ai gruppi misurando l’intelligenza come una quantità globale”.

La misura dell’intelligenza, fatta in passato attraverso misurazioni craniometriche e successivamente attraverso la misurazione del quoziente di intelligenza (Q.I.) e l’ipotesi del fattore di intelligenza generale, sono in realtà poco fondate, in quanto si ipotizza: “L’intelligenza come entità singola, la sua collocazione dentro il cervello, la sua quantificazione in un numero per ogni individuo e l’uso di questi numeri per classificare le persone in una singola serie di valore, per trovare invariabilmente che i gruppi oppressi e svantaggiati - razze, classi o sessi - sono innatamente inferiori e meritano il loro stato”.

Alla base della definizione di intelligenza, conclusione “pseudoscientifica”, vi sono per Gould due errori profondi: la reificazione -ossia: la nostra tendenza a convertire concetti astratti in entità, materializzandoli- e la classificazione – ossia: la nostra tendenza a ordinare una variazione complessa in una scala ascendente.

Il pregiudizio ideologico dei sostenitori del determinismo biologico dell’intelligenza e delle differenze razziali, dunque, è stato dettato non solo dall’ignoranza, ma in alcuni casi da una vera e propria frode scientifica.

Approfondimento

Le prime righe del capitolo I sono fondamentali per capire l’argomento del saggio, nonché la tesi sostenuta dal teorico, che infatti scrive: “IL PREGIUDIZIO RAZZIALE È VECCHIO QUANTO LA STORIA UMANA”, e ancora: “La giustificazione biologica di un pregiudizio ha contribuito alla considerazione dell’inferiorità intrinseca dei gruppi disprezzati”.

Poiché questa giustificazione biologica non poté che venire dalla scienza, Gould, allora, si chiede se essa abbia aggiunto dati legittimi per modificare o rafforzare una tesi razziale, oppure li abbia semplicemente riordinati per sostenere una conclusione ottenuta a priori.

Il saggista comincia dunque a ripercorrere la storia della scienza biologica, analizzando le due linee di pensiero “scientifiche” che si svilupparono agli inizi dell’Ottocento dalle prime considerazioni razziali: c’era la linea “dura”, secondo cui i neri erano sotto ai bianchi e la colonizzazione e la schiavitù venivano giustificate, e la linea “morbida” che, invece, considerava i neri inferiori, ma sosteneva che il diritto di libertà delle genti non dipendesse dal loro livello di intelligenza.

Seguendo la prima corrente di pensiero, nel 1851 si iniziarono a collezionare crani per provare la tesi sostenuta, pensando che per stabilire l’ordinamento delle razze si potesse procedere in base a caratteristiche fisiche del cervello, soprattutto la sua grandezza.

Ma i calcoli fatti e le differenze rilevate tra grandezza cerebrale dei bianchi e quella dei neri, ad esempio, si dimostrò solo più tardi che registravano nient’altro se non le differenze di statura dovute al sesso e non all’intelligenza.

L’errore di categorizzazione a cui si giunse – che a quei tempi si pensò invece essere un risultato corretto – era inevitabile, dal momento che le azioni di quegli studiosi vennero guidate dalle aspettative.

Molti altri pregiudizi riferiti alle dimensioni craniche erano allora diffusi. Per esempio, si riteneva che le donne fossero meno intelligenti degli uomini, dal momento che i loro cervelli risultavano più piccoli rispetto a quelli maschili - pregiudizi sostenuti anche dalla comune immagine della donna il cui compito era unicamente quello di allevare la prole all’amore.

Fu solo nel 1913, quando Maria Montessori formulò una tesi opposta alla posizione assunta dallo scienziato Broca riguardo i cervelli delle donne, che i pregiudizi discriminatori nei confronti nelle donne cominciarono ad essere messi in discussione.

La filosofa e medico affermò, infatti, dopo aver fatto le opportune correzioni alle misurazioni cerebrali di crani maschili e femminili, che le donne fossero perfino intellettualmente superiori agli uomini, e che questi ultimi erano prevalsi fino ad allora solo per la forza fisica.

Questa tesi rappresentò e rappresenta tutt’ora un antidoto alle affermazioni scientifiche circa l’inferiorità costituzionale di alcuni gruppi; la studiosa ritenne infatti che i dati ottenuti fossero stati interpretati male da uomini con preconcetti.

Dalla misurazione del cervello si passò, più tardi, a quella del corpo, fornendo criteri a tutti quegli scienziati che volevano ordinare i gruppi umani in superiori e inferiori.

Secondo varie tesi, l’inferiorità di tutte le razze che non facessero parte di quelle nordiche, si spiegava sostenendo che i climi più caldi, quelli in cui vivevano per esempio i sud-europei, imponessero una maturazione precoce che quindi comportasse il rallentamento e la cessazione dello sviluppo corporeo.

Queste teorie vennero usate a giustificazione dell’Imperialismo, considerato non più come conseguenza dell’ambizione nazionale e di considerazioni commerciali, bensì come conseguenza del dovere verso popoli inferiori.

Altre dottrine si affermarono sempre sul finire dell’800, dottrine che avevano come impostazione i pregiudizi.

Tra le altre, la disciplina dell’antropologia criminale, diffusa nel 1870 grazie al medico e criminologo Cesare Lambroso, secondo cui la criminalità sarebbe innata: i delinquenti rappresenterebbero una regressione evolutiva fra gli uomini, e sarebbero innatamente guidati ad agire come farebbe una scimmia antropomorfa o un selvaggio.

Per questo motivo, i criminali iniziarono ad essere sottoposti al pregiudizio secondo cui porterebbero segni anatomici della loro natura scimmiesca, tali da renderli facilmente individuabili (maggiore spessore del cranio, mascelle grandi, braccia lunghe, rughe precoci, fronte bassa, orecchie grandi, pelle scura, ridotta sensibilità al dolore, ecc...), e tratti sociali caratteristici: linguaggio simile a quello dei bambini e dei selvaggi, insensibilità al dolore ed epilessia.

Dalla disciplina dell’antropologia criminale, furono influenzati diversi studiosi e nacque così l’idea secondo cui gli individui perversi, gli stupidi, i poveri e i non emancipati, fossero tali per la loro natura e non per l’ambiente in cui vivevano.

Le istituzioni sociali venivano considerate dunque il riflesso della biologia, non il contrario.

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Sintesi

Introduzione pregiudizio nella società - tesina

L’approfondimento che ho deciso di svolgere nella mia tesina di maturità riguarda un argomento che ne racchiude tanti, tantissimi altri, al suo interno (che siano problemi o avvenimenti storici); il tema è quello del “pregiudizio”, e proprio perché è così ampio, è difficile trattarne in maniera superficiale o banale, come si è soliti fare. Spesso, infatti, si sente parlare di pregiudizi in ogni ambito possibile: dalla razza al sesso all’età, ecc...ma poche volte ci si chiede come questi nascano, quale sia il meccanismo che li origini, e ancor meno spesso ci si domanda: “A cosa portano i molti pregiudizi con cui quotidianamente ci rapportiamo?”. Troppo di rado ci rendiamo conto di quanto possano essere devastanti gli effetti che determina questa mancanza di pensiero, riflessione, giudizio. La causa sta nel fatto che i pregiudizi vengono dati per scontati, tanto sono diffusi e tanto sono radicati. Del resto, essi sono ciò che accompagna noi, la nostra conoscenza e la nostra esperienza del mondo, fin da quando siamo nati; la loro patria è infatti l’infanzia, età in cui si obbedisce e si crede in ciò che ci viene detto senza comprendere, età in cui si costruiscono barriere mentali che, se non accompagnate dall’uso della ragione in un futuro, rimarranno presenti nella persona e la influenzeranno per sempre.

Ciò che mi ha spinta a scegliere questo argomento per la mia tesina è stato l’interesse verso due grandi tematiche che da sempre mi hanno colpita: la prima è la condizione della donna nella storia, ieri e oggi, in Occidente e in Oriente; la seconda è invece la drammatica situazione storica in cui sono stati costretti a vivere gli Ebrei durante la 2° Guerra Mondiale, -dai precedenti dello sterminio (cause e motivazioni), fino agli avvenimenti più significativi e alla terribile conclusione.

Leggendo molti articoli sulla condizione femminile nelle varie parti del mondo - le tante ingiustizie a cui sono continuamente sottoposte le donne, le lotte affrontate, le discriminazioni, …-, sfogliando libri e guardando film riguardo la Shoah, tra i numerosi pensieri che sono sorti e sorgono nella mia mente ogni volta, uno in particolare lampeggia sempre più forte degli altri: perché? Qual è il principio che sta alla base dei due fatti? Perché l’uomo arriva a questo? Perché arriva a tanto?

Dal mio punto di vista, che è comunque limitato, sembra ci sia un “punto di contatto” tra le due tematiche proprio in ciò che le ha partorite: il pregiudizio. Il pregiudizio contro l’emancipazione femminile, da una parte, e il pregiudizio razziale contro gli Ebrei, dall’altra.

E’ per questo motivo che ho voluto approfondire il tema molto ampio, attuale e diffuso, del pregiudizio nella mia tesina, cercando di rapportarlo alle due tematiche sopra citate, ma anche analizzandolo da un punto di vista sociale, psicologico e filosofico, e scoprendo, amaramente, com’è vero che in tutte le discussioni politiche, religiose o di qualsiasi altra natura – sia nel passato che nel presente, sia tra i giovani che tra gli adulti, sia tra noi italiani che tra gli stranieri - la gente non voglia affatto conoscere la verità, bensì essere sempre e solo confermata nei suoi pregiudizi, poiché non è una verità che cerca, ma una fede: qualcuno che dia sicurezze, certezze, esempi, qualcuno in cui credere e a cui affidarsi senza domande.

Collegamenti

Pregiudizio nella società - tesina

  • Filosofia: Pregiudizio e giudizio: dalla Rivoluzione Scientifica al Novecento.
  • Storia: Nazismo: il mito della razza pura, Antisemitismo e “Soluzione Finale”.
  • Italiano: Pirandello, “L’Esclusa” e “La patente”.
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