Introduzione
Cos'è la paura?
La paura è un'intensa emozione derivata dalla percezione di un pericolo reale o presunto.
Governata prevalentemente dall'istinto, la paura ha come obiettivo la sopravvivenza
dell'individuo di fronte a un pericolo e lo prepara all'attacco o alla fuga. Ha permesso all'uomo
primitivo di difendersi dagli attacchi degli animali feroci e, in questo modo, di sopravvivere. Ci
permette di reagire energicamente alle avversità della vita.
È un sentimento che accomuna tutti. È una costante del vivere umano sia individuale che
collettivo.
La paura, però, ha il suo rovescio della medaglia: può essere sì buona, ma anche cattiva, può
proteggerci ma anche farci ammalare.
Nasce dalla parte più intima del nostro cervello, l'amigdala, e dobbiamo alla paura questa
attrazione per l'avventura, per il “no limits”. Ma la paura sa anche essere infida, può sfuggire al
controllo della ragione e diffondersi subdolamente nelle pieghe più oscure del nostro sistema
nervoso, ottenebrando il nostro Io e sottraendo, sempre di più, quel gusto della vita che rende
alcuni nostri momenti “magici”.
Freud considera che le situazioni paurose provenienti dal mondo esterno che l'individuo può
provare, non sono altro che espressioni di pericolo del proprio mondo interno. Un po’ come se ci
portassimo dietro i mostri di quando eravamo bambini, sovrapponendoli a situazioni e volti
attuali.
Davanti ad un pericolo esterno possiamo decidere di fuggire o di attaccare mentre, come afferma
Freud, è impossibile farlo per il nostro mondo
interno. E così, molti di noi, si ritrovano vittime e
prigionieri delle proprie paure, vi fuggono
continuamente.
Ecco così che ansie, angosce, panico e fobie si
impadroniscono della nostra vita e ce ne fanno
vivere una che non è la nostra, non è come la
vorremmo, e l'errore peggiore è quello di adattarci,
e cambiare non è facile, perché quelle paure un
po’ ce le hanno involontariamente “insegnate”,
con quelle paure ci siamo cresciuti, e loro sono
cresciute con noi…le conosciamo bene e con loro
ci sentiamo, paradossalmente, sicuri (Bernasconi,
2004).
La paura del giudizio, del rifiuto, dell'abbandono,
della solitudine diventano così “compagni di
vita” talmente scontati da non accorgerci nemmeno più della loro presenza.
Tutte paure che nascono in noi quando siamo piccoli e che alcuni di noi si portano dietro per una
vita intera, non confessando mai i propri sentimenti più sinceri a nessuno per paura di un rifiuto,
non prendendo mai posizioni chiare per paura del giudizio, evitando perfino di goderci appieno
una relazione sentimentale per paura che l'altra metà, un giorno, ci abbandoni, facendoci soffrire.
Il problema è proprio qui: chi convive con le proprie paure non vive. Non vive le emozioni, non
vive le esperienze, non vive con le persone, non vive le persone. 1
Lo scrittore Dino Buzzati rende bene l'idea di cosa voglia dire avere paura di affrontare le
proprie paure. Lo fa attraverso i suoi racconti e i suoi dipinti. Egli conosce bene questi
sentimenti, figli di ombre che si preferisce non illuminare, per qualche oscuro motivo.
Alla fine degli anni Sessanta, gli italiani scoprono quanta paura possa causare una bomba messa
in un posto frequentato da gente comune, e fatta esplodere quando in quel posto di gente ce n'è
tanta. Il terrorismo fa paura. Raggiunge il suo scopo.
La gente non vuole saltare per aria, non vuole rimanere sfigurata o mutilata, non vuole perdere i
propri cari. E così tanti evitano di uscire, di frequentare i posti affollati o “a rischio bomba”.
In tempi più recenti questa paura l’hanno scoperta gli americani.
Sono passati nove anni dal crollo delle Twin Towers e l’America è cambiata parecchio. Il mondo
è cambiato parecchio. Gli americani non si sentono più così sicuri in casa loro e ancora temono
gli attacchi dall'alto e dalle falde acquifere, addirittura dalle lettere postali.
Altri nemici rispetto agli anarchici e ai neofascisti nostrani dei decenni passati, ma è sempre
terrorismo.
Le statistiche ci dicono quanto il terrorismo influisca anche sui ragazzi proprio in una loro fase
molto delicata, quella dell'adolescenza.
E la paura, se non si affronta, si sa, chiama altra paura.
Magari parlarne un po’ di queste paure ci aiuta a sentirle meno.
Allora perché non farlo in una tesina?
The Antropomorphic cabinet, 1936, Salvador Dalì 2
Dino Buzzati 3
Biografia
Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nelle vicinanze di
Belluno, da una famiglia di solide tradizioni culturali. Il padre è professore di
diritto internazionale alla Bocconi di Milano e all'Università di Pavia. Sin
dall'infanzia Dino Buzzati ha la passione per la musica e suona violino e
pianoforte. Nel 1928 si laurea all'Università di Milano, facoltà di Legge. Lo
stesso anno della laurea, terminato il servizio militare fa domanda d'assunzione
al “Corriere della Sera” e vi entra come praticante. Devozione, disponibilità e
intelligenza caratterizzano il suo lavoro al giornale, a cominciare dalla mansione
di cronista che egli tiene in modo fantasioso per sette anni. Poi “vice” del critico musicale,
redattore per le province, inviato speciale e corrispondente di guerra, infine redattore capo,
rinunciando alla direzione solo per un senso di modestia, che in questo come in altri casi rasenta
l'autolesionismo.
Quando Buzzati si affaccia al mondo letterario (il suo primo lavoro sarà “Barnabo delle
montagne” del 1933), il panorama culturale è quello di un forte condizionamento degli scrittori e
degli artisti da parte del fascismo. Ma lo scrittore, animando mondi fantastici e suggerendo ai
lettori i problemi interiori dell'uomo, resta lontano sia dalle idee del regime che dalla loro
applicazione pratica, come se il mondo reale intorno a lui gli scivolasse addosso, gli passasse a
fianco senza accorgersi della sua presenza.
Nel 1935 appare il suo secondo romanzo, “Il segreto del bosco vecchio”, col quale Buzzati
diviene sempre più l'autore di favole morali pervase da un'atmosfera di sogno e/o di incubo, che
rappresentano il desiderio dell'altrove, le immagini dell'infanzia e le oscure visioni
dell'inconscio, segnate dalla paura dell'ignoto, di ciò che si cela aldilà del confine certo e
conosciuto.
Nel 1939 arriva il successo con la pubblicazione de “Il deserto dei Tartari”.
L'attesa, l'angoscia, la rinuncia, il tempo che scorre inesorabile, l'amore stregato,
la morte: sono i sentimenti che più spesso l'autore sente più significativi per sé
come per tutti gli uomini.
Con quest'opera Buzzati attira su di sé l'attenzione della critica che, colpita dalle
atmosfere arcane e insondabili del romanzo, dalle sue situazioni surreali,
irrazionali, assurde e allucinanti, tende a battezzarlo come un “piccolo Kafka italiano”,
discutibile qualifica che più volte, infatti, verrà ridimensionata e che l'autore rifiuta.
Per il suo prossimo romanzo bisognerà attendere vent'anni (“Il grande ritratto”). Nel frattempo
escono molte altre sue pubblicazioni, soprattutto raccolte di racconti, e fa esperienze col teatro a
più livelli.
Nel 1963 stupisce il mondo letterario con l'uscita di “Un amore”, che divide la critica a metà: chi
lo considera un ottimo esempio di moderna narrativa dei sentimenti e chi, al contrario, come
prodotto decadente di una mente ossessionata dal sesso.
Ma Buzzati è anche poeta, e usciranno due raccolte nel 1965. 4
Nel 1966, anno delle sue nozze con Almerina Antoniazzi, bellissima modella venticinquenne,
esce “Il colombre”, una raccolta di racconti a cui seguirà, nel 1968, “La boutique del mistero”,
una scelta di racconti particolarmente legati al fantastico e al misterioso.
Nel 1969 esce “Poema a fumetti”, storia in chiave moderna di Orfeo ed Euridice. Per metà
romanzo e per metà immagini, l'opera mette a nudo la passione di pittore, tutt'altro che dilettante,
per i fumetti e per la “beat generation”.
Nel 1971 la sua salute comincia a declinare irreversibilmente. Gli toccherà la stessa sorte del
padre: tumore al pancreas. Farà in tempo a vedere la pubblicazione di “Le notti difficili”, una
raccolta di suoi articoli per il “Corriere della Sera”.
Muore il 28 gennaio 1972, a Milano.
Dino Buzzati: lo scrittore
Dino Buzzati è l’autore italiano del secolo scorso che più ha saputo raccontare la paura intesa
come limite alle proprie risorse, ai propri sogni. Nei suoi racconti sono spesso presenti due stati
d’animo: paura e attesa, dove una condizione aumenta l’altra. Il mistero è imperatore indiscusso,
e proprio il mistero fa sì che si possa provare la sensazione di paura dell’ignoto, dello
sconosciuto, dell’incognito. Quello sconosciuto che ci rende titubanti davanti a scelte, a nuove
emozioni, a osare, ad azzardare un’uscita dai binari della nostra esistenza. Questo perché, anche
se scontenti, la nostra realtà abbiamo la presunzione di conoscerla bene, che ci aggradi o meno, e
quindi sappiamo come muoverci dentro di essa: è un terreno a noi conosciuto. Non si può dire lo
stesso per l’ignoto, per sentieri che ci dicono essere belli e appaganti ma che, non conoscendo, ci
mettono addosso quel timore per il diverso, quell'ansia che provocano le vie mai provate e
sconosciute, quell'angoscia causata dalle possibili alternative, a noi non conformi. E in Buzzati
l'angoscia per la vita e l'angoscia per la morte convivono e, spesso, si confondono.
Il fantastico di Buzzati è un tenue filtro davanti all’obbiettivo che separa la realtà dalla sua
rappresentazione narrativa, trattando e descrivendo tutto come se fosse reale, regalandoci il
mistero come fatto di cronaca e utilizzando uno stile essenziale, limpido e concreto.
In un'intervista Buzzati ebbe a dire che la sua massima preoccupazione mentre scriveva era di
non rompere l'anima al lettore, affermazione perentoria e colorita quanto basta per stupire in
bocca a un uomo compassato e riservato come lui. Questa affermazione fu pronunciata nel '72,
proprio l'anno della sua morte, come se ci
volesse lasciare un preciso bilancio
autocritico, valevole per i suoi racconti.
Infatti, in occasione di un'altra intervista
alla fine degli anni Cinquanta, nel pieno
della sua attività d'autore, lo stesso
Buzzati aveva affermato che il racconto
era la sua forma di espressione preferita.
Alla richiesta di motivare quella
preferenza, egli aveva risposto che il
racconto, breve com'è, non fa in tempo a
stancare il lettore, neanche quando è
brutto, perché mal riuscito. 5
I racconti saranno le sue opere più riuscite. Con esse l'autore intendeva divertire e commuovere il
lettore.
“Divertire” il lettore, per Buzzati, non significa tanto “fargli provare
piacere”, quanto distrarlo, distoglierlo dai pensieri di sempre, dalla
realtà della vita quotidiana. Per ottenere questo scopo, l'autore invita
il lettore, tramite i suoi racconti, ad uscire dalla quotidianità e,
passando per la strada del reale, lo trasporta in un mondo fantastico,
o comunque diverso dal solito. Buzzati attira il lettore nel mistero,
nell'assurdo e paradossale che stanno appena dietro la porta del reale
e spesso coesistono con quest'ultimo, solo che l'uomo non sempre
riesce a capirlo. E poiché il fantastico, l'alternativo, l'assurdo e il
paradossale sono luoghi che per loro natura suscitano forti emozioni,
ecco che Buzzati raggiunge agevolmente anche l'altro suo scopo:
“commuovere” il lettore. “Ritratto di Albertina”, 1968
Il paragone con Kafka
Spesso Buzzati verrà paragonato a Kafka, ma c'è una caratteristica che, da sola, è sufficiente a
distinguere nettamente i due autori: mentre i personaggi di Kafka non hanno nessuna via di
scampo, quelli di Buzzati si trovano davanti a un bivio, hanno la possibilità di modificare gli
eventi a loro favore. Pensiamo a Giovanni Drogo, il militare de “Il deserto dei tartari”: potrebbe
andarsene dalla fortezza Bastiani, ma non lo fa. Così come Barnabo, il giovane e pavido
guardiaboschi: può scegliere se uccidere o meno. Ancora, il maestro Cottes, “progioniero” per
una notte del teatro o, meglio, delle sue paure: alla fine decide di uscire per strada. Dulcis in
fundo, Stefano Roi potrebbe avvicinarsi al colombre, ma per sua scelta lo farà solo alla fine dei
suoi giorni.
E il fatto di dare ai suoi personaggi due possibilità, rende il racconto
ancora più inquietante e avvincente poiché, spesso, fino alla fine non
sapremo a quali conseguenze porterà la scelta effettuata.
“I critici, si sa, una volta che hanno messo un artista in una casella, ce
ne vuole a fargli cambiare parere. Da quando ho cominciato a
scrivere, Kafka è stato la mia croce. Non c’è stato racconto, romanzo,
commedia dove qualcuno non ravvisasse somiglianze, derivazioni,
imitazioni o addirittura sfrontati plagi a spese dello scrittore boemo.
Alcuni critici denunciavano colpevoli analogie anche quando spedivo
un telegramma o compilavo un modulo Vanoni...Insomma: Kafka è Kafka, e io sono io!”
affermerà un Buzzati a metà tra il divertito e il seccato in un'intervista al “Corriere della Sera”. 6
Dino Buzzati: il pittore
“Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco.
Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo alquanto
prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista.
Il mondo crede che sia viceversa e le mie pitture quindi non le “può” prendere sul serio.
La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere;
hobby per me è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me
sono in fondo la stessa cosa.
Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo,
che è quello di raccontare delle storie.”
Così Dino Buzzati, nel 1967, descriveva la sua dimensione di artista visivo.
Buzzati afferma che la pittura è la sua passione vera, e che può andare avanti anche tutta notte,
anche dodici ore a dipingere senza neanche accorgersene, cosa che non gli succede con la sua
Olivetti “Lettera 32” o con la stilografica. “Con la pittura mi sembra di poter dire qualche cosa
che altri non dicono. In un certo senso qualche cosa di nuovo. Per esempio il fumetto, ritenuto
così scadente e che solo ora si sta rivalutando... perché non creare un poemetto costituito da
fumetti?” In questo ultimo pensiero, già nel 1962, data dell'intervista tratta da “Incontro con
Buzzati” (di L. Di Schiena), traspare chiaramente ciò che poi diverrà in concreto “Poema a
fumetti” circa sei anni dopo.
Aveva la tendenza alla pittura fin da ragazzo. Disegnava parecchio e ha ripreso a dipingere grazie
a un concorso bandito da un gallerista che invitò alcuni scrittori a cimentarsi in una prova di
pittura, con tema il Duomo di Milano. Al concorso partecipò anche Montale, grande amico di
Buzzati.
Fu così che nacque il quadro che racchiudeva i due posti che Dino Buzzati amava di più: Milano
e Belluno.
Dipinse il Duomo come se
fosse stato ricavato da delle
rovine dolomitiche, con
Palazzo Reale diventato un
mucchio di rupi, e la piazza
trasformata un prato verde
dove la gente taglia il fieno.
L'opera è del 1952. 7
Dino Buzzati: l'uomo
Personalità irrequieta, carattere chiuso e malinconico, spesso avvolto di tristezza, talvolta
profondamente tormentato, in una lettera del 1930 all’amico Brambilla aveva confessato il
disagio di vivere che ispira tutta la sua narrativa: «Poi vorrei fare qualcosa d’altro, o studiare o
suonare il piano, o scrivere qualche capolavoro; ma mi viene un’apatia spaventosa e sento che
il mio cervello si spappola nella vita attiva».
Lo scrittore e giornalista Dino Buzzati è, senza dubbio, un personaggio importante della
letteratura italiana del Novecento. Del personaggio di successo, però, non ha nulla: schivo,
riservato, timido, compassato e poco propenso alla vita mondana e alle interviste.
Secondo Indro Montanelli, c'è un pezzo di Dino Buzzati in ogni sua singola opera. “Un amore”,
però, è il romanzo dove più egli mette a nudo le sue ossessioni. È la storia di uno scenografo di
successo che si innamora di una prostituta.
Federico Roncoroni, nella prefazione della raccolta “Il meglio dei racconti di Buzzati”
(Mondadori), sostiene che le vere fonti del bisogno di Buzzati di rifugiarsi nel fantastico sono da
ricercare all'interno di Buzzati stesso, l'uomo. Esse derivano dal suo rifiuto della realtà, sia quella
a lui contemporanea (fascismo, guerre mondiali, ricostruzione, guerra fredda, boom economico,
etc.) che quella in sé e per sé.
Se lo scrittore e giornalista Dino Buzzati è schivo, riservato, introverso, l'uomo Dino Buzzati è
un bambino che non vuole crescere, pieno di angosce e paure, che preferisce vivere all'interno
dei suoi mondi fantastici, che però non lo salvano da angosce e paure. 8
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Introduzione Le paure che nascono dentro, tesina
La paura nelle sue varie forme, trattata da Dino Buzzati nei suoi racconti, vissuta dagli italiani dalla strage di Piazza Fontana in poi, e i suoi effetti sulla neurobiologia.
Collegamenti
- Italiano - Buzzati e la paura narrata nei suoi racconti e nei suoi dipinti
- Storia - La strage di Piazza Fontana: una strage di Stato?
- Psicologia - Psicologia del terrorismo
- Psicologia - Come si modificano le paure nel passaggio tra fanciullezza e adolescenza
- Neurobiologia della paura
- Inglese - Psychological consequences after 9/11