Musica, filosofia e poesia
Riflessioni svolte con la mente e con il cuore
Marco Vorcelli
Maturità 2014
To my mother
Deep in the meadow, under the willow
a bed of grass, a soft green pillow
lay down your head, and close your sleepy eyes
and when again they open, the sun will rise.
(Suzanne Collins, The Hunger Games)
Overture
Immaginate un'immensa arena in cui, obbligati da un regime dispotico e crudele, 24 giovanissimi
tributi, alcuni dei quali bambini, sono costretti a lottare per continuare a vivere e non morire.
Immaginate, in questo contesto atroce, che si venga a formare un'amicizia tra una giovane
adolescente di sedici anni e una bambina di dodici (cosa sorprendente considerata la situazione) e
immaginate che la bambina, innocente, venga ferita a morte e che la ragazza sua amica la stia
abbracciando e stia versando lacrime di dolore. Prima di morire la bambina chiede all'amica che un
ultimo desiderio venga soddisfatto per lei, chiede che la ragazza faccia ciò che ama di più al mondo.
Cantare: la bambina morente ha come solo conforto, nella sua grigia esistenza di schiava del
regime, la musica. Le parole che ho collocato come incipit di tutto questo scritto non sono altro che
la prima strofa di una canzone, di una ninna-nanna che la giovane sedicenne intona per l'amica
secondo la sue ultime volontà. E la cosa sorprendente e scandalosamente bella è che sono parole di
speranza: "close your sleepy eyes and when again they open the sun will rise", ovvero chiudi i tuoi
occhi sonnolenti e quando li riaprirai il sole sorgerà. Il sole sorgerà..il sole..la luce..la vita..la
speranza. Il fatto che la bambina chieda che venga intonata una melodia prima di morire mostra
quanto grande possa essere la passione per la musica e quanta forza vitale possa contenere, il fatto
che con il canto la ragazza voglia suggerire un messaggio di speranza e di rinascita ci fa subito
intuire la potenza liberatoria della musica.
Dare una definizione univoca e onnicomprensiva del termine musica non è certo semplice. La
parola deriva dal greco mousikos, e stava ad indicare nell'antichità ogni forma di perfezione artistica
degna di onorare le Muse, e non solo dunque quella che oggi noi riteniamo musica in senso stretto.
Ma anche al giorno d'oggi, in un contesto in cui ormai distinguiamo la musica da altre forme di
espressione quali la poesia e le arti figurative, resta aperto il dibattito su cosa sia, in fin dei conti, la
musica. Qual è la categoria più appropriata per definirla? È un'arte, una scienza, una forma di
conoscenza oppure una modalità di espressione di un singolo individuo? È evidente che risulta
praticamente impossibile formulare un discorso intorno alla musica concentrandosi in modo
esclusivo attorno ad uno degli aspetti cui abbiamo accennato. È per tale motivo che in questo nostro
scritto ci proponiamo di organizzare la nostra riflessione sulla musica attorno ad alcune categorie
essenziali. Due le abbiamo già in parte accennate con la citazione della Collins facendo riferimento
alla musica come sentimento, passione e forza vitale dello spirito e alla musica come forma di
liberazione. Cercheremo di cogliere anche altri elementi che riteniamo essere componenti
fondamentali dell'arte musicale: considereremo la musica come espressione della razionalità e come
forma di educazione. Nel complesso la prima parte del discorso si articolerà attorno ai seguenti
punti, tutti ritenuti importanti per svolgere in modo esauriente la nostra riflessione sul tema:
- Musica come espressione di un ordine matematico e come strumento di conoscenza razionale;
- Musica come mezzo di estrinsecazione del sentimento soggettivo e come forma di espressione e conoscenza intuitiva e irrazionale;
- Musica come forma di liberazione dello spirito e come strumento educativo dalla forte valenza pedagogica.
A ciascuno di questi punti dedicheremo un'apposita sezione cercando di affrontare le varie questioni
con opportuni riferimenti, spesso molto ampi, ad alcuni autori del pensiero filosofico. Nell'ultima
sezione parleremo poi del rapporto tra musica e poesia, un rapporto scontato, facile, ma che vale la
pena esaminare. Nell'impossibilità di rilevare la presenza di cadenze musicali in tutti i lirici da
Omero in poi, limiteremo il discorso ad alcune voci (ed una voce in particolare) ritenute
particolarmente significative per la nostra questione: parleremo soprattutto di Giacomo Leopardi, ma
faremo qualche cenno anche ai simbolisti francesi e ai nostri decadenti italiani.
Non seguiranno riflessioni conclusive "che mondi possano aprirci": lasceremo che a parlare per
ultima sia proprio la lirica di Giacomo Leopardi.
Musica, matematica e armonia: il pensiero degli antichi
La novità del suono e 'l grande lume
di lor cagion m'accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.
(Dante, Paradiso, canto I)
Per introdurre il primo aspetto della musica di cui parleremo, ovvero la musica considerata come
una delle massime espressioni del calcolo razionale e matematico, possiamo fare riferimento ad una
celebre affermazione del filosofo tedesco Gottfried Wilhelm von Leibniz. In una lettera del 1712
Leibniz scrive: "Musica est exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerare animi",
ovvero "la musica è una pratica occulta dell'aritmetica dove l'anima non sa di calcolare". In altre
parole per il filosofo tedesco, considerato uno dei massimi esponenti del razionalismo del Seicento
e del Settecento nonché ideatore assieme a Newton del calcolo differenziale, ciò che è veramente
essenziale della musica è la dimensione matematica, aritmetica, del "numerare", ovvero del calcolo.
Ogni altra dimensione connessa con la musica pertanto, compresa la capacità di emozionarsi e
provare forti sentimenti di fronte ad una bella sequenza di note, risulta, sembra lasciarci intendere
Leibniz in modo implicito, superficiale perché non è la componente "romantica" della musica ad
essere fondamentale bensì il fatto che sia una forma di espressione razionale. Vedremo come i
termini del discorso di Leibniz possano essere letteralmente ribaltati, ma per ora una cosa deve
essere ben chiara: per una lunga tradizione filosofica che annovera molti pensatori delle epoche più
disparate la musica è stata considerata espressione della razionalità.
Quando facciamo riferimento a questa concezione della musica non possiamo non menzionare colui
che di questa concezione è stato il padre fondatore e che l'ha espressa con maggior forza, vale a dire
Pitagora. Per Pitagora la musica è la più alta forma di matematica, la massima espressione di
proporzione e di ordine razionale. E la musica è calcolo e razionalità non solo perché quando
realizziamo una sequenza di suoni non facciamo altro che contare come farebbe un buon
matematico (la stessa cosa che dice Leibniz): Pitagora si spinge oltre dicendo che la musica riflette
l'armonia dell'intero esistente e che l'intero esistente è musica e produce musica.
L'armonia: la cosa più bella!
Un interessante aneddoto riportato da Giamblico nella Vita pitagorica racconta che un giorno
Pitagora, mentre stava passeggiando assorto nelle sue meditazioni, udì dei suoni provenire da
un'officina di fabbri. Incuriosito dalla molteplicità e dalla diversità dei suoni si avvicinò all'officina
e venne a sapere che i suoni erano diversi perché i quattro fabbri stavano percuotendo le incudini
con quattro strumenti di peso diverso. I martelli erano caratterizzati da pesi in rapporto 6, 8, 9 e 12.
In seguito a questa esperienza Pitagora fu ancora più convinto del fatto che la musica non è altro
che la scienza della proporzione tra i numeri e che può essere studiata con un approccio
matematico.
Per comprendere la visione pitagorica sulla musica può essere utile partire da due concetti basilari
della filosofia di Pitagora e seguaci: quello di armonia e quello di numero. L'idea di armonia non è
esclusiva della scuola pitagorica ma permea tutta la riflessione filosofica greca e non solo, dai primi
pensatori a Platone fino al neoplatonismo e Agostino. Il primo grande teorico dell'armonia è
Eraclito di Efeso, detto "l'oscuro", il filosofo del divenire cosmico e della dottrina dei contrari, sul
quale vale la pena spendere qualche parola perché l'idea di armonia pitagorica deriva da qui.
Secondo Eraclito l'essere è fondamentalmente divenire e anche ciò che appare fermo è in realtà in
movimento. In altre parole tutto scorre incessantemente (panta rei) proprio come l'acqua dei fiumi:
"Non è possibile discendere due volte nello stesso fiume, né toccare due volte una sostanza mortale
nello stesso stato; per la velocità del movimento tutto si disperde e si ricompone di nuovo, tutto
viene e va" (frammento 91).
La forma dell'essere è dunque divenire e tutti quanti sono filosofi "svegli", liberi dal sonno
mistificatore dei comuni "dormienti", non possono che constatarlo. Ma per quale motivo tutto
diviene? Eraclito risponde che il fluire cosmico deriva dal fatto che il mondo non è altro che un
immenso campo di battaglia in cui si confrontano perennemente forze opposte, i contrari. Dalla lotta
dei contrari non si origina stasi, immobilità, quasi che gli opposti debbano annullarsi, bensì divenire
e movimento. E la lotta dei contrari rappresenta il vero archè del mondo, la sua radice, il logos che
struttura l'esistente, in altre parole il divino del mondo e nel mondo:
"La divinità è giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame. Ed essa muta come il fuoco"
(frammento 67).
Ora, il fatto che alla base del reale vi sia una polemos senza fine, non deve far pensare che Eraclito
creda a un mondo caotico e che "danza sui piedi del caso" (come scrive Nietzsche che invece lo
pensa veramente!): la polemos rappresenta il logos razionale e rassicurante che è sostanza del tutto,
è ordine e armonia. Ed eccoci finalmente arrivati a questo concetto fondamentale: armonia.
L'armonia è la tensione tra gli opposti, la giusta proporzione tra di loro, il giusto equilibrio.
L'armonia è figlia dei contrari, "ciò che è opposizione è accordo, e dalle cose discordi sgorga
bellissima Armonia" dice ancora il nostro Eraclito. Non ci può essere armonia se non contempliamo
almeno due elementi in contrapposizione che finiscono per sintetizzarsi e appunto armonizzarsi,
quasi in una sorta di sintesi hegeliana. La concezione pitagorica dell'armonia è tutta (o quasi) qui:
gli stessi pitagorici contemplano dieci opposizioni fondamentali alla base dell'armonia cosmica, tra
cui la classica luce-tenebre e l'altrettanto classica bene-male (l'opposizione fondamentale della
filosofia di Zarathustra), ma considerano anche i binomi dispari-pari, uno-molti, retta-curva,
quadrato-rettangolo. Capiamo bene a questo punto che alla base di tutta la riflessione pitagorica
sull'armonia si trova la dimensione della matematica e il concetto di numero. Il numero rappresenta
per Pitagora l'archè del mondo, ciò che lo regge in quanto sostanza. Il filosofo giunge a tale
conclusione attraverso questo semplice ragionamento: tutto ciò che fa parte del mondo è
geometrizzabile (un tavolo ad esempio può essere ricondotto alla figura del quadrato o del
rettangolo, una squadra da disegno a quella del triangolo ecc...), ogni figura corrisponde a sua volta
ad un numero (il quadrato o il rettangolo al quattro, il triangolo al tre ad esempio ecc...), pertanto se
tutto è geometrizzabile e la geometria rimanda a sua volta al numero, il numero non può che essere
la sostanza delle cose. In definitiva per Pitagora tutto il cosmo è armonia e tale armonia è di natura
matematica, si basa su rapporti numerici precisi e su proporzioni geometriche ben individuabili.
Fatta questa premessa (lunga forse, ma necessaria per comprendere l'importanza dell'armonia e del
numero per i pitagorici) possiamo cominciare a parlare della musica in Pitagora. Innanzitutto la
musica è per il nostro filosofo, come abbiamo già accennato, la più alta espressione della
matematica. Fare musica non vuol dire altro che contare, produrre una serie di note in successione
coincide con lo stabilire una serie di rapporti numerici rigorosissimi. Celebri in proposito sono gli
studi del filosofo sugli strumenti a fiato e ancor più su quelli a corda, tra i quali spicca la lira:
Pitagora analizza con la precisione propria di uno scienziato il rapporto tra le caratteristiche della
corda e il suono prodotto e scopre, ad esempio, che l'altezza del suono è inversamente proporzionale
alla lunghezza della parte di corda suonata e direttamente proporzionale alla sua tensione, e che
anche alcuni fattori empiricamente rilevanti (come lo spessore o il materiale della corda)
influenzano profondamente il suono. Tutto analizzato, ripeto, col rigore del matematico. È
interessante notare anche il fatto che la musica venga inserita da Pitagora tra i "quattro accessi alla
sapienza", ovvero tra le quattro principali forme conoscitive che svelano all'uomo la verità, proprio
accanto all'aritmetica, alla geometria e alla sferica, tre ambiti che ineriscono strettamente alla
dimensione matematico-geometrica. In particolare all'aritmetica viene assegnato, quale numero
simbolico, l'1 (la monade, il numero fondamentale da cui tutti gli altri derivano, come dice anche
Dante nel Paradiso: "come raia da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei"), mentre alla musica
Pitagora attribuisce il numero 2, quello che rappresenta la linea retta e che quindi rimanda alla corda
della lira, ma che costituisce anche la prima "emanazione" dell'unità, il "composto" fondamentale
dell'1 e che sembra quindi alludere alla vicinanza della musica (di cui è simbolo) all'aritmetica, la
scienza del numero. La compenetrazione tra musica e matematica è dunque fortissima. Ma il
discorso di Pitagora sulla musica non si esaurisce qua. La matematica e la musica non sono per il
filosofo delle dimensioni puramente intellettive, la cui valenza si limita semplicemente al soggetto
che calcola e che produce suoni: la matematica e la musica strutturano l'intero cosmo. E qua ritorna
il concetto di cui abbiamo parlato all'inizio, quello di armonia: l'armonia del reale è, come già detto,
strutturata secondo proporzioni matematico-geometriche e possiede, aggiungiamo adesso, una
natura musicale. Tutto il cosmos, ovvero tutta la realtà ordinata secondo proporzione, è musica per
Pitagora, sia perché la legge che sostanzia l'universo è di tipo matematico e quindi rimanda ad una
dimensione (quella musicale) che le è intimamente connessa, sia perché per il pensatore di Samo il
cosmo stesso produce dei veri e propri suoni. Nel loro incessante e continuo movimento le sfere
celesti e gli astri producono una melodia splendida, la più bella che si possa immaginare. È la
celebre dottrina dell'armonia delle sfere o dell'armonia cosmica: in una situazione di stasi nessun
corpo produce dei suoni; è indispensabile il movimento affinché si possa fare musica e la massima
forma di melodia ed armonia proviene proprio dalle sfere celesti e dal loro movimento. È una teoria
che ha avuto larga fortuna e che passando attraverso Platone è arrivata sino a Dante il quale, pur
facendo riferimento alla linea filosofica aristotelico-tomista, che considera negativamente questa
dottrina, abbraccia la concezione per cui il moto delle sfere produca una effettiva armonia musicale.
Si tratta appunto di quella "novità del suono" alla quale abbiamo fatto riferimento a inizio sezione
con i versi tratti dal Paradiso. Ed è una musica concreta, reale che l'uomo non riesce a udire o per
un difetto del suo orecchio o perché impreparato ad ascoltarla o perché, vissuto sin dalla nascita in
mezzo a questa stessa armonia cosmica, non si rende conto del suo stato e crede di vivere nel
silenzio. Ma afferma Filolao, noto seguace di Pitagora, che se l'uomo vivesse davvero nel silenzio
allora capirebbe cosa è il vero silenzio. Con la teoria dell'armonia cosmica siamo giunti all'apice
delle considerazioni dei pitagorici sulla musica: essi hanno elevato la musica ad aspetto
ontologicamente essenziale del reale e a mezzo per penetrare nelle profondità del cosmo.
A questo punto dovrebbe essere chiaro perché Giamblico, nella già citata Vita pitagorica, racconta
che posta un giorno ad un allievo di Pitagora la domanda "Qual è la cosa più bella?", egli rispose
"l'armonia".
Il maestro del "maestro di color che sanno"
Il filosofo che più di tutti ha ereditato l'insegnamento di Pitagora è senza dubbio Platone, che nella
sua filosofia ha assorbito la lezione pitagorica consegnandola alla riflessione dei secoli successivi.
Non a caso, quando in Copernico facciamo riferimento ad un universo costituito da un Dio-geometra
sulla base di idee matematiche semplici e cristalline oppure quando pensiamo a Keplero e
alla sua teoria dell'universo come cosmo finito fondato sulla base di rapporti numerici finiti, siamo
di fronte a concezioni ispirate ad una chiara matrice pitagorica che era nota a questi pensatori
attraverso gli scritti di Platone. Lo stesso Galileo è fortemente legato a questo modello. In Platone
troviamo una considerazione altissima nei confronti della matematica e della geometria, pari a
quella che Pitagora, a suo tempo, aveva avuto: basti pensare alla scritta che sovrastava la porta
dell'Accademia platonica ("Non entri qui chi non è geometra") oppure all'importanza della
conoscenza dianoetica o discorsiva (vale a dire il sapere mediato e razionale) che ha per oggetto
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