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Il mondo del lavoratore

Tesina anno scolastico: 2011-2012

Scuola: I.T.C. “I.I.S.S. Pietro Sette”

Di Marilisa Digregorio

Il movimento sindacale italiano

Il sindacato italiano

Il sindacato è un’organizzazione che associa i membri di una o più categorie di lavoratori, o di datori di lavoro. Il suo compito è quello di curare e difendere gli interessi economici e professionali degli associati.

La storia del movimento sindacale in Italia

Per parlare della nascita del sindacato in Italia occorre definire il periodo storico in cui si ebbe l’esigenza di creare questo tipo di organizzazione.

Nella seconda metà dell’Ottocento, molto in ritardo su altri paesi europei, anche nel Regno d’Italia, proclamato nel 1861, si insediano, soprattutto in Lombardia, Piemonte e Liguria, le prime forme di industria moderna.

L’Italia è un paese molto povero, ancora prevalentemente agricolo e, su circa 25 milioni di abitanti, solo un milione sa leggere e scrivere.

Molti meno quelli che hanno il diritto di voto, disponibile solo in virtù del “censo”. Una piccola minoranza di persone di sesso maschile, che dispone del reddito necessario, elegge i deputati al Parlamento.

L’invenzione di nuove macchine e la nascita della fabbrica provocano un massiccio esodo di contadini dalle campagne verso le città, dove si concentrano le industrie e determinano la formazione di due classi sociali: la borghesia industriale, che possiede i “mezzi di produzione” con i quali si accumula capitale, e il proletariato, che dispone solo della propria “forza lavoro”.

È la nascita del capitalismo, che con la “rivoluzione industriale” cambia radicalmente il vecchio lavoro su base artigianale. Tendono a scomparire i vecchi mestieri e l’operaio svolge ora solo operazioni elementari e ripetitive, perde la conoscenza dell’intero ciclo produttivo, si riduce a merce che ha un prezzo come altre merci.

E, agli albori del capitalismo, il prezzo della merce lavoro è davvero molto basso: l’accumulazione di capitali richiede il massimo dello sfruttamento del lavoro operaio. Salari che consentono la pura sopravvivenza fisica, orari di lavoro massacranti, disciplina durissima, nessuna forma di tutela per infortuni, malattie, gravidanza, pensioni.

Ancora peggio va alle donne e ai fanciulli, largamente sfruttati e sottopagati.

Le società operaie di mutuo soccorso

Nascono così, e si diffondono rapidamente, le “società operaie di mutuo soccorso” che, sul modello delle vecchie corporazioni di mestiere, hanno lo scopo di fornire sussidi ai propri aderenti.

I soci si autotassano per permettere a chi si ammala, o si infortuna, o alla famiglia di chi muore di poter attingere a un fondo comune.

Ugualmente, si sviluppa il movimento cooperativo per combattere il carovita. Mettendosi insieme, si spuntano prezzi più bassi sui generi alimentari e altri beni di prima necessità.

Le condizioni di vita sempre più dure e il diffondersi anche in Italia delle idee socialiste portano gradualmente molte società di mutuo soccorso a trasformarsi in associazioni di resistenza.

La cassa comune serve non più ai soli fini assistenziali, ma anche per sostenere le rivendicazioni dei lavoratori in lotta.

Nel 1872 a Roma, da un convegno nazionale delle società operaie e dei lavoratori tipografi, nasce la “Associazione fra gli operai tipografi italiani”, che può considerarsi la prima federazione nazionale di categoria.

Nello stesso periodo si trasformano in associazioni di tipo sindacale numerose altre società operaie, passando dalla concezione mutualistica a forme organizzate di resistenza e di lotta.

Molte associazioni di mestiere, come i panettieri, i muratori, i ferrovieri e, soprattutto, i tessili sono impegnati in dure lotte contro le insopportabili condizioni di lavoro.

Nel 1891 a Milano, Piacenza e Torino nascono, soprattutto per l’opera di Osvaldo Gnocchi Viani, le prime Camere del Lavoro che uniscono le diverse associazioni di mestiere.

La Rerum Novarum, i cattolici e le Camere del Lavoro

Nello stesso anno il papa Leone XIII promulga l’enciclica Rerum novarum, che rappresenta per molti anni il punto di riferimento della dottrina sociale della Chiesa e da cui scaturisce, all’inizio del secolo successivo, il movimento sindacale cristiano.

L’enciclica incoraggiava apertamente l’impegno sociale dei cattolici e l’associazionismo operaio.

Nel 1892 si svolge a Genova il congresso costitutivo del Partito Socialista Italiano, che dichiara le Camere del lavoro strumento di lotta sindacale dei lavoratori.

Più lentamente, a causa dell’arretratezza del sistema industriale italiano, si formano le federazioni industriali.

Dopo quella dei tipografi, si costituiscono quelle dei ferrovieri e degli edili, mentre la Federazione dei lavoratori agricoli e la FIOM (Federazione italiana operai metallurgici) si costituiscono nel 1901.

La fine dell’Ottocento

Nell’ultimo decennio del secolo, tuttavia, le classi dominanti tentano, con il governo Crispi, di reprimere con spietata durezza le mobilitazioni sociali che crescono in ogni parte del paese.

L’ultimo grande tentativo di reprimere con la forza le crescenti lotte per il diritto all’organizzazione sindacale, l’aumento delle tariffe salariali e la riduzione degli orari di lavoro avviene nel dicembre 1900, con lo scioglimento della Camera del lavoro di Genova.

Lo sciopero di protesta, proclamato dai lavoratori portuali, si estende immediatamente agli operai delle fabbriche e coinvolge tutta la città.

Il decreto prefettizio di scioglimento viene revocato.

Il grande successo del primo sciopero generale contribuisce a determinare una profonda svolta politica in Italia.

Le classi dominanti si accorgono che non è più possibile solo reprimere le rivendicazioni operaie e le forze più forcaiole e reazionarie vengono sconfitte.

Si afferma così un nuovo blocco di potere guidato da Giovanni Giolitti, che si propone di favorire il dialogo con il movimento operaio.

I primi anni del nuovo secolo vedono, dunque, quale conseguenza delle dure lotte precedenti, un nuovo clima politico che, grazie anche a una fase di espansione economica, favorisce un notevole sviluppo del movimento sindacale.

Nascita della Confederazione Generale del Lavoro

Nel congresso che si svolge a Milano dal 29 settembre al 1° ottobre del 1906 le Camere del lavoro, le Leghe e le Federazioni decidono di confluire in una unica organizzazione e fondano la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL).

Il primo segretario generale eletto è Rinaldo Rigola. Qui inizia, formalmente, la centenaria storia della CGIL.

La CGdL o Confederazione Generale del Lavoro

Fin dall’inizio, la CGdL si configura come organizzazione basata sulla solidarietà generale fra lavoratori e non soltanto sulla rappresentanza di mestiere.

Un ruolo importantissimo, in questo senso, è esercitato dalle Camere del Lavoro: esse svolgono funzioni di unificazione della classe operaia e di coordinamento fra i sindacati, gestiscono il collocamento al lavoro e la formazione professionale, prestano assistenza nelle controversie di lavoro.

Sono anche luoghi di educazione e emancipazione delle classi lavoratrici. Nelle Camere del Lavoro si insegna a leggere e scrivere e si organizzano biblioteche popolari.

Analogamente, la CGdL si caratterizza per una struttura fortemente centralizzata e l’idea di confederazione generale prevale su quella delle singole federazioni di categoria.

I rapporti con il Partito Socialista Italiano sono regolati da un accordo nazionale di collaborazione in cui si distinguono, almeno in teoria, le reciproche funzioni e autonomie.

Nel primo decennio del nuovo secolo si realizzano importanti conquiste nell’ambito della legislazione sociale e si affermano significative esperienze di contrattazione territoriale e nazionale.

Il governo Giolitti vara le prime leggi di tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, decreta l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, regola il riposo settimanale e impone il divieto del lavoro notturno in alcuni settori.

Inoltre, riforma e implementa la Cassa nazionale invalidità e vecchiaia, primo embrione del futuro Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS).

Si firmano i primi contratti collettivi di lavoro con le aziende o su base territoriale.

Nel 1908 viene siglato il primo contratto collettivo nazionale di lavoro, da parte della Federazione vetrai.

Parallelamente e in conseguenza del crescere dell’organizzazione sindacale, si formano le associazioni territoriali padronali fino alla nascita, nel 1910, della Confederazione Generale dell’Industria Italiana, la Confindustria.

Il cauto riformismo del governo Giolitti subì una brusca inversione di tendenza con la guerra di Libia (1911-1912).

Nel segno di un nazionalismo aggressivo e reazionario, riprendono le repressioni poliziesche contro il movimento operaio.

Importanti conquiste, quali il contratto nazionale dei vetrai e il riconoscimento delle commissioni interne, sono rimesse in discussione.

La CGdL, che tenta di opporsi alla guerra coloniale, è indebolita nel 1912 da una pesante scissione interna con parte dei sindacalisti “interventisti”.

La situazione peggiora con lo scoppio della prima guerra mondiale.

La CGdL proclama manifestazioni contro la guerra in tutto il paese e appoggia il gruppo parlamentare socialista che non vota i crediti di guerra.

Quando l’Italia entra in guerra, viene decretata la “mobilitazione industriale”, le industrie di importanza strategica sono sottoposte a disciplina militare e viene abolito il diritto di sciopero.

Anche la legislazione sociale introdotta nel periodo giolittiano è di fatto abrogata.

Su tutto, prevale l’enorme macello di milioni di giovani che insanguina fino al 1918 gran parte dell’Europa.

Alla fine della guerra, le tensioni accumulate durante il conflitto, le promesse ai combattenti non rispettate, l’inflazione spaventosa determinata dalla mancanza dei generi di prima necessità innescano una formidabile ripresa della conflittualità sociale e delle rivendicazioni sindacali.

La fase del Biennio rosso

Le lotte sindacali trovarono in Italia la loro massima espressione nel cosiddetto Biennio rosso.

Nel tumultuoso clima politico e sociale del dopoguerra, su cui agiscono con forza anche le suggestioni rivoluzionarie ispirate dalla rivoluzione sovietica, si ottengono grandi conquiste.

Nel febbraio del 1919 la FIOM, diretta da Bruno Buozzi, realizza la storica conquista della giornata lavorativa di 8 ore.

A Torino, per impulso del movimento Ordine Nuovo di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, si impongono nuovi strumenti di rappresentanza operaia: i consigli di fabbrica, che dirigono lotte straordinarie come lo “sciopero delle lancette” alla FIAT.

Nel 1920 la FIOM presenta agli industriali un memoriale contenente rivendicazioni salariali e normative, ma gli industriali respinsero ogni richiesta.

La loro intransigenza provocò un crescendo di tensione: i sindacati proclamarono uno sciopero bianco, gli operai cioè entravano in fabbrica ma non lavoravano; gli industriali allora dichiararono la chiusura degli stabilimenti (serrata).

In poco tempo 300 fabbriche tra Milano, Torino e Genova furono occupate da oltre 400.000 lavoratori.

Gli operai presero il controllo degli stabilimenti, organizzarono servizi armati di vigilanza e in alcuni casi tentarono di proseguire la produzione.

Per molti lavoratori questo doveva essere l’inizio di un processo rivoluzionario, ma in realtà il movimento fu incapace di estendersi ed era privo di idee precise sulla strategia da attuare per rovesciare lo Stato, così che l’occupazione delle fabbriche del settembre 1920 si chiude con una dura sconfitta.

La situazione durante il periodo fascista

Nel 1919, anche sotto la spinta della dottrina sociale della Chiesa, si costituì la Confederazione italiana dei lavoratori (CIL), alla vigilia del fascismo, la prima organizzazione sindacale di ispirazione cattolica che contava più di tre milioni di iscritti, insieme alla CGIL.

I grandi gruppi industriali decidono di finanziare il movimento fascista fondato da Mussolini, già direttore dell’Avanti ed espulso nel 1914 dal Partito Socialista a causa delle sue posizioni favorevoli all’intervento dell’Italia nella guerra che si stava scatenando in Europa.

Sostenuti anche dai padroni agrari contro le lotte dei contadini, i fascisti si scatenano contro le sedi delle Camere del lavoro, delle cooperative, del Partito Socialista e dei Comuni amministrati dai socialisti in un clima continuo di aggressioni, incendi e omicidi spesso protetti dalle forze dell’ordine.

La risposta allo squadrismo fascista è debole.

Il Partito Socialista è lacerato da contrasti interni, che culminano con la scissione, al congresso di Livorno, dell’estrema sinistra e la fondazione del combattivo, ma ancora piccolo, Partito Comunista d’Italia.

Siamo nel 1921.

La vecchia classe politica di orientamento monarchico e liberale apre di fatto le porte ai fascisti, nell’illusione di poterli controllare.

La CGdL e il sindacato cattolico CIL sono indeboliti dall’aumento progressivo della violenza fascista e dalla crisi economica, che gli industriali utilizzano per riprendersi le concessioni strappate con le lotte del biennio rosso e a nulla vale un tardivo tentativo di alleanza.

Dopo la Marcia su Roma, nell’ottobre del 1922 la monarchia favorisce l’avvento al potere del partito fascista, ancora largamente minoritario nel paese, chiamando Mussolini a formare il governo.

Nel suo discorso per ottenere la fiducia, Mussolini proclama di fronte a tutti il suo disprezzo per la Costituzione e il Parlamento, che infatti verranno rapidamente smantellati negli anni successivi.

E nel 1924 la reazione al “delitto di Giacomo Matteotti”, un deputato socialista assassinato da sicari fascisti su mandato di Mussolini, è il pretesto per varare leggi “eccezionali” dirette a realizzare la dittatura fascista.

Con il Patto di Palazzo Chigi (1925) e con il Patto di Palazzo Vidoni (1926) il regime fascista e la Confindustria stabiliscono il riconoscimento giuridico del solo sindacato fascista.

Contemporaneamente, viene praticamente eliminata la libertà di espressione, di associazione e di sciopero.

Il 1° novembre 1926 la sede centrale della CGdL a Milano viene devastata dai fascisti.

Poco dopo, all’inizio del 1927, il Comitato Direttivo della CGdL decide l’autoscioglimento.

Molti dirigenti sindacali della CGdL, in polemica con la decisione di autoscioglimento, decidono di tenerne vivo il nome: così Bruno Buozzi esule in Francia, così dirigenti sindacali comunisti clandestinamente in Italia.

Ma per molti anni, sotto la cappa del regime fascista, non esisterà più la possibilità materiale di organizzarsi liberamente in sindacato dei lavoratori.

La nascita delle organizzazioni sindacali dei lavoratori

Nel 1948, con il ritorno alla democrazia, la Costituzione riconobbe definitivamente la libertà di organizzazione sindacale (art. 39) e il diritto allo sciopero (art. 40).

In seguito, con il passare degli anni, le varie organizzazioni sindacali affrontarono diverse scissioni finché si sono formate quelle che attualmente esistono:

  • CGIL: Confederazione generale italiana del lavoro, di ispirazione comunista e socialista;
  • CISL: Confederazione italiana dei sindacati dei lavoratori, di tendenza cattolica;
  • UIL: Unione italiana dei lavoratori, di orientamento laico-socialista.

Le lotte sindacali iniziavano a catturare l’attenzione generale.

Le rappresentanze sindacali erano fortemente politicizzate, poiché ciascuna di esse aveva un suo partito di pressoché diretto riferimento:

A livello nazionale si distinsero, in particolare, la CGIL, la CISL e UIL, tecnicamente ormai divenute delle confederazioni, le quali sempre più spesso iniziarono ad operare in sintonia tra loro, sino ad essere collettivamente definite come “triplice alleanza” o, tout-court, “la Triplice”.

Furono le tre confederazioni a gestire con crescente presenza il progressivo deterioramento dei rapporti fra lavoratori e datori di lavoro, derivante da una condotta più dura delle imprese e dalle rivendicazioni forti dei lavoratori, che avrebbe poi condotto, negli anni Settanta, all’apice della lotta e, in alcuni casi, della violenza.

Lo Statuto dei lavoratori

Di fronte ai movimenti di lotta degli anni Sessanta, i sindacati avvertirono di nuovo l’esigenza di dar vita a rivendicazioni unitarie che, nel 1970, portarono alla promulgazione dello Statuto dei lavoratori, il documento fondamentale a tutela delle libertà sindacali e dei diritti dei lavoratori.

1971, Federazione unitaria CGIL, CISL, UIL.

Nel nacque la

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

L’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori è diventato lo scoglio governativo contro il quale si stanno scontrando in questi ultimi mesi le imbarcazioni della politica e delle parti sociali.

Ma come accade negli scontri è necessario, e spesso conveniente, focalizzare l’attenzione su un unico punto della discussione.

L’articolo 18 (Legge 20 maggio 1970, n. 300) afferma che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo.

Il giudice può revocare il licenziamento se appura che è stato fatto non per giusta causa o per giustificato motivo.

Si noti che oggigiorno non si distingue fra giusta causa, che comprende ad esempio motivazioni discriminatorie, politiche e sindacali, giustificato motivo oggettivo.

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Sintesi
  • Italiano: Verga
  • Storia: La nascita del movimento sindacale italiano
  • Diritto: Il diritto e il dovere al lavoro in Italia
  • Scienze delle finanze: Il sistema di protezione sociale
  • Economia aziendale: IRAP
  • Matematica: Ricerca operativa e problemi di scelta
  • Inglese: The work schedule
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