Estratto del documento

Introduzione

La parola moda è comparsa per la prima volta in Italia intorno alla metà del Seicento, come traduzione del termine francese mode, che a sua volta deriva dal latino modus, che significa maniera, modo.

La moda è stata definita anche storicamente costume, e gli studiosi hanno attribuito quindi all'abbigliamento due funzioni principali: protezione e pudore, come è descritto in un antico trattato seicentesco:

«Gli abiti servono a coprire le nudità delle nostre vergogne e a difendere il corpo dalle intemperie, dal freddo e dal caldo.»

Per quanto riguarda la prima funzione, la protezione offerta dagli abiti è quella contro il freddo e da questo deriva la convinzione che il bisogno di vestirsi è universale.

In realtà alcuni antropologi hanno dimostrato come il clima rigido non implichi la necessità di coprire il corpo, un esempio sono gli abiti molto ridotti utilizzati dagli aborigeni delle Terre del Fuoco o australiani. Dunque, da questa analisi è possibile verificare come il bisogno di vestirsi sia legato semplicemente a fattori di natura culturale, infatti ci si veste soprattutto per esprimere una precisa identità nel proprio contesto-sociale.

Per quanto riguarda il pudore, ci si veste per non provare vergogna mostrando le parti intime del nostro corpo, non a caso il senso del pudore è considerato un elemento di differenziazione tra esseri umani e animali.

Col passare del tempo la moda è divenuta anche sinonimo di novità, di creatività, di frivolezza, di apparenze: la moda non è solo sarti, stilisti e sfilate, la moda è arte, infatti i creatori di moda trovano la loro ispirazione ovunque, nei musei, al cinema, passeggiando per strada, sfogliando un quotidiano; ma non solo… infatti essa ricopre più ruoli e valenze nella psiche umana. La moda è mutevole, come mutevole è la mente umana; volubile, come volubili sono le passioni, le certezze, le persone. La moda, quindi è espressione della nostra personalità, del nostro stato d’animo…

“La moda non esiste solo nei vestiti. È nel cielo, è per strada. Ha a che fare con le idee e con quello che succede”. (Coco Chanel) 1

Indice

Capitolo I

Decadentismo: Pirandello (Uno nessuno e centomila)

Capitolo II

La grande guerra (1914-1918)

Capitolo III

Coco Chanel

Capitolo IV

Mary Quant: miniskirt

Capitolo V

Le fibre: naturali, artificiali e sintetiche nell’industria tessile

Capitolo VI

Cina

Capitolo VII

Polimeri naturali (Acidi nucleici e Proteine)

Capitolo VIII

Jazz (charleston)

Capitolo IX

Il cubismo (Pablo Picasso)

Capitolo X

Pallavolo 2

Capitolo I

Il Decadentismo

Nella seconda metà dell’Ottocento si sviluppa in Francia una corrente culturale destinata a influire su tutta la letteratura del Novecento: il Decadentismo. Si assiste in questi anni un po’ in tutta Europa a una nuova fase di decollo economico contrassegnata da:

  • Il sorgere di grosse concentrazioni di industrie;
  • Le lotte tra le maggiori potenze europee per la conquista delle colonie dalle quali vengono tratte le materie prime indispensabili per lo sviluppo industriale;
  • La scoperta di nuove fonti di energia: l’elettricità e il petrolio che imprimono una svolta sia ai trasporti sia alla produzione.

La borghesia, che nei primi anni dell’Ottocento si era battuta per gli ideali di libertà e uguaglianza, adesso si fa portavoce di ideologie tutte opposte. Alla solidarietà si sostituisce la legge dell’utile a ogni costo, all’uguaglianza la disuguaglianza sia tra paesi poveri e paesi ricchi, sia, all’interno di una stessa nazione, fra chi detiene il potere economico e politico e chi è destinato allo sfruttamento e all’emarginazione; alla libertà si sostituisce l’esaltazione della legge del più forte che giustifica la violenza e la guerra; al principio di fratellanza lo sfruttamento coloniale di milioni di uomini di altre razze.

In questa nuova realtà l’intellettuale si trova profondamente a disagio, rifiuta polemicamente sia la morale sia la visione della vita proprie della borghesia e, avvertendo un vuoto di ideali, una mancanza di valori che diano significato all’esistenza, si sente sradicato, condannato alla solitudine e all’incomunicabilità. Si rende conto anche dell’inutilità dell’arte e quindi del suo ruolo di poeta in un mondo esclusivamente volto al profitto del quale egli rifiuta inorridito il cattivo gusto e la volgarità.

Si chiude pertanto in un esilio volontario, rispondendo con una sorta di autoemarginazione all’emarginazione oggettiva a cui la condanna l’arte e chi la pratica. Muta dunque il rapporto tra letteratura e società

società e mutano anche il ruolo del poeta e il modo di far poesia.

Per quanto riguarda il ruolo sociale dell’intellettuale, il decadente sa di non poter più comunicare nessuna verità a una società che sente estranea e ostile e ha un rapporto conflittuale con il lettore. Si compiace di provocarlo celebrando tutto ciò che la buona società borghese aborrisce e condanna (la perversione, la malattia, la morte) oppure si

torre d’avorio di una poesia difficile e oscura, destinata a pochi eletti.

chiude nella

I temi privilegiati dalla narrativa e dalla lirica decadente sono la morte, la malattia, il disfacimento fisico e morale che sembrano accordarsi perfettamente con la

il quale si sente diverso, malato in una società di sani-

condizione dell’intellettuale o

meglio di malati che non sanno di esserlo- ma al tempo stesso si compiace di questa

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sua diversità che gli consente di cogliere il marcio sotto la apparenze della salute, e affina la sua sensibilità e le sue capacità percettive.

Nasce anche un nuovo modo di intendere la realtà che non è più oggettiva, regolata da leggi scientifiche e quindi descrivibile secondo i canoni della letteratura tradizionale. Essa al contrario appare fluida, sfuggente, frammentaria, non è uguale per tutti, ma presenta mille sfaccettature. Tutto ciò influenza la letteratura.

Alla poesia si apre una sfera inesplorata e affascinante: il poeta non si limita più a descrivere la superficie delle cose, ma va al di là delle apparenze, penetra nel mistero, ma soprattutto tra il visibile e l’invisibile, percepisce il valore simbolico degli oggetti e delle immagini che si caricano di significati profondi, astratti, misteriosi secondo relazioni del tutto soggettive.

Questo nuovo rapporto con il mondo e con il proprio io richiede naturalmente un nuovo stile. Al linguaggio del poeta tradizionale, descrittivo, immediatamente legato con i sentimenti e il pensiero, si sostituisce un linguaggio allusivo, spesso oscuro, soggettivo.

I decadenti si riunivano in circoli dai nomi bizzarri e provocatori, quali Noi altri o Gatto nero. Il termine fu dapprima applicato dalla critica ufficiale in senso dispregiativo nei confronti di questi giovani poeti che vedevano in Baudelaire il loro maestro. Ben presto però i nuovi poeti vollero provocatoriamente assumere quell’appellativo non solo come segno di un privilegio spirituale, ma anche come etichetta d’avanguardia letteraria. Nacque pertanto una rivista, il cui titolo era Le decadent.

I maggiori esponenti in Italia del movimento furono Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio. Ma l’influenza di questo importante movimento culturale non si può limitare solo agli scrittori più direttamente legati ad esso nel momento della sua

tutta la cultura del Novecento si è sviluppata sotto l’influsso del

nascita, in realtà

Decadentismo. Senza di esso non si potrebbe comprendere l’opera dei maggiori poeti e narratori moderni come per esempio Pirandello.

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello (1867-1936; fig.1), lo scrittore che per primo ha messo in discussione l’oggettività del reale, facendo emergere il contrasto tra apparenza e realtà e smembrando l’unità dell’individuo.

Nato in una campagna nei pressi di Agrigento, chiamata Caos, da una famiglia della media borghesia, compì gli studi liceali a Palermo, quindi cominciò a frequentare l’Università a Roma, iscrivendosi alla facoltà di lettere, ma un litigio con un professore lo indusse a trasferirsi a Bonn dove si laureò nel 1891.

Tornato a Roma collaborò a giornali e riviste, sposò una Figura 1

cugina dalla quale ebbe tre figli e nel 1897, per far fronte

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alle necessità della famiglia, accettò la cattedra di letteratura italiana presso l’Istituto Superiore di Magistero. Intanto si dedicava alla composizione di racconti e romanzi nei quali demoliva il fiducioso ottimismo della società contemporanea, raffigurando un mondo disarmonico,

contorto e sconnesso, prive di certezze e di valori assoluti, popolato da individui torturati da conflitti interiori, incapaci di adattarsi alla realtà, sempre dolorosamente sconfitti.

A partire dal 1911, i primi successi teatrali gli diedero fama internazionale e lo indussero a seguire in tutto il mondo le compagnie teatrali che mettevano in scena i suoi lavori. Nel 1934 ottenne il premio Nobel per la letteratura. Morì nel 1936.

La produzione pirandelliana spazia in tutti i generi letterari, dalla narrativa alla poesia, dal teatro alla saggistica. A parte le giovanili raccolte di liriche, vanno ricordati:

  • I romanzi L’esclusa (1901), Il turno (1902), Suo marito (1912), Il fu Mattia Pascal (1904), I vecchi e i giovani (1913), Si gira (1915), uno, nessuno e centomila (1925-26);
  • Le Novelle per un anno, una raccolta di circa 230 novelle raggruppate in 15 volumi che Pirandello compose a partire dal 1894 per tutto l’arco della sua esistenza;
  • I saggi, tra cui il più significativo è l’Umorismo nel quale l’autore esprime la sua concezione della vita e della letteratura;
  • Le opere teatrali, una vastissima produzione ancora oggi ampiamente rappresentata, che diede a Pirandello il successo internazionale. Tra i titoli più famosi ricordiamo Così è (se vi pare), Il piacere dell’onestà, sei personaggi in cerca d’autore, Il gioco delle parti, Questa sera si recita a soggetto. Tutti i drammi pirandelliani furono raccolti in un volume con il titolo di Maschere nude,

quasi a voler significare che l’autore aveva voluto mettere a nudo la

maschera che ogni individuo è costretto a portare per vivere.

Uno, nessuno e centomila

Uno, nessuno e centomila….

Luigi Pirandello, benché inizi a lavorare a Uno, nessuno e centomila (fig.2) già da tempo, riesce a completare le proprie fatiche letterarie (anche per l'avvio della fortunatissima carriera teatrale) solo nel 1926, quando l'opera è pubblicata prima a puntate sulle pagine della rivista "Fiera letteraria", e successivamente in volume.

Il tema centrale è quello dell’identità, o per meglio dire delle molteplici identità dell'io narrante, che, ricorrendo spesso al monologo tra sé e sé, indaga sulle molte sfaccettature della Figura 2

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propria intima natura ed è, in accordo con il saggio pirandelliano sull'umorismo, a questa autoanalisi introspettiva si accompagnano sempre le tinte del grottesco, che invita a riflettere (spesso amaramente) sulla condizione umana.

Inizialmente Vitangelo Moscarda (Gengé per gli amici) ci viene presentato come un uomo del tutto comune e normale, senza nessun tipo di angoscia né di tipo esistenziale né materiale: conduce una vita agiata e priva di problemi grazie alla banca (e alla connessa attività di usuraio) ereditata dal padre.

Un giorno questa piatta tranquillità viene però turbata: l’elemento disturbatore è un banale e innocente commento pronunciato dalla moglie di Vitangelo riguardo al fatto che il suo naso penda un po’ da una parte. Da questo momento la vita del protagonista cambia completamente, poiché Gengé si rende conto di apparire al prossimo molto diverso da come egli si è sempre percepito.

Così decide di cambiare radicalmente il suo stile di vita, nella speranza di scoprire chi sia veramente, e a quale proiezione di sé corrisponda il suo animo. Nel processo di ricerca per trovare sé stesso compie azioni che vanno contro a quella che era stata la sua natura sino a quel momento: sfratta una famiglia di affittuari per poi donare loro una casa, si sbarazza della banca ereditata dal padre (inimicandosi ovviamente familiari e parenti), e inizia ad ossessionare chi gli sta vicino, con discorsi e riflessioni oscure che lo fanno passare per pazzo agli occhi della comunità.

La situazione si aggrava al punto che la moglie abbandona la casa coniugale, e, insieme ad alcuni amici, inizia un'azione legale contro Vitangelo col fine d’interdirlo. Gli rimane fedele in un primo momento solo un’amica della moglie, Anna Rosa, che poco dopo però, spaventata dai ragionamenti di Vitangelo, arriva addirittura a sparargli, senza ucciderlo ma ferendolo in modo serio.

Vitangelo, il cui "io" è ormai completamente frantumato nei suoi "centomila" alter ego, sembra trovare una tregua ai propri patimenti solo nel confronto con un religioso, Monsignor Partanna, che lo sprona a rinunciare a tutti i suoi beni terreni in favore dei meno fortunati.

Il tormentato protagonista pirandelliano, rifugiatosi nell'ospizio ch'egli

un po’ di pace e di serenità solo nella

stesso ha donato alla città, riesce così a trovare

fusione totalizzante (e quasi misticheggiante) con il mondo di Natura, l'unico in cui egli può abbandonare senza timori tutte le "maschere" che la società umana gli ha a mano a mano imposto.

Il tema della scomposizione ad infinito della personalità e della "forma" umana si riflette sia nello stile di Pirandello sia nella struttura del romanzo, composto da otto capitoli condotti dalla voce narrante di Gengé stesso; in più la riflessione sulla personalità modifica qui anche alcune linee di forza della poetica pirandelliana.

All'umorismo, che permea la narrazione si aggiunge la dimensione grottesca, che descrive la progressiva follia di Vitangelo, con effetti di straniamento e di distorsione nella rappresentazione di una realtà che, per l'ultimo Pirandello, diventa ormai solo una somma di frammenti privi di senso. 6

Analisi

Uno, nessuno e centomila si presenta da subito come uno dei romanzi più enigmatici e complessi (“umoristici” alla maniera dell’autore) di Luigi Pirandello. Centrale nell’opera è infatti la riflessione dell’autore, attraverso il suo protagonista principale Vitangelo Moscarda, sull’impossibilità di interpretare in senso univoco non solo la realtà che ci circonda, ma la nostra stessa identità soggettiva.

La genesi del libro è di per sé articolata e sfaccettata, affondando le sue radici agli

L’umorismo

anni in cui Pirandello lavora al noto saggio (1908) e ha da poco

crisi dell’identità

terminato Il fu Mattia Pascal (1904). La si rifà allora ai concetti di

“forma” “vita”,

e e alla convinzione che la nostra esistenza materiale sia una

“trappola” che imbriglia i nostri “centomila” alter ego rifranti e spezzettati.

La scomposizione e la riflessione umoristiche mescolano comico e tragico, ed alterano i rapporti canonici della narrazione; il relativismo dei punti di vista (a partire dall’opinione che gli altri hanno del naso di Vitangelo...) spiega allora come la pazzia sia semplicemente uno dei modi possibili di stare al mondo, e come ogni narrazione

“concludere”

umana non possa assolutamente nulla.

La lavorazione di Uno, nessuno, centomila, tuttavia, va fatta risalire molti anni più indietro, probabilmente già a partire dal 1909, ovvero subito dopo la pubblicazione

L’umorismo,

del saggio del 1908.

Nella scomposizione, nell’avvicendarsi di sentimenti del contrario, nei contrasti, nessun punto di vista può più essere considerato certo, tutti sono diversi ma ugualmente sullo stesso piano, e la consapevolezza di come la vita sia un magma incoerente, porta il protagonista ad essere scambiato per pazzo, a non poter trovare più conclusioni né dentro di sé né fuori di sé.

Tutti questi pezzi del puzzle sono messi

celebre capitolo d’avvio del romanzo,

sul tavolo da Pirandello fin da subito, dal che porta il nome di Mia moglie e il mio naso. Questo avvio è senza prologhi né premesse

–specularmente–

così come il capitolo finale rifiuta di dare conclusioni.

il fattore scatenante della frantumazione dell’io, della crisi

In questo romanzo

dell’identità, è la scoperta da parte del protagonista Vitangelo Moscarda che il proprio naso pende leggermente verso destra, cosa di cui mai si era accorto.

Il protagonista, in questo avvio, è subito mostrato è allo specchio, oggetto centrale in questa come in tante altre opere di Pirandello. Ma attenzione che il riflesso a cui Vitangelo è sottoposto è ben doppio: oltre all’oggetto reale specchio, ci sono infatti anche gli occhi della moglie Dida, occhi che trasformano Vitangelo in una delle forme, delle identità da lui più disprezzate, quello del caro e sciocco Gengé.

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Sintesi

Introduzione Moda seconda pelle, tesina

La seguente tesina parla dei collegamenti che ha la moda con varie materie scolastiche.

Collegamenti

  • Italiano - Pirandello, Uno, nessuno e centomila
  • Storia - La prima guerra mondiale
  • Francese - Coco Chanel
  • Inglese - Mary Quant
  • Tecnica - Le fibre
  • Geografia - La Cina
  • Scienze - Polimeri naturali
  • Musica - Jazz (Charleston)
  • Arte - Cubismo (Pablo Picasso)
  • Ed. fisica - La pallavolo
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