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Maturità 2015

Tesi d'esame

di Franco Zambon

Classe VB L.s. M. Casagrande

Michelangelo

e il Tondo Doni

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Sommario

Prefazione …............................................................................................. 7

Capitolo I. La vita di Michelangelo Buonarroti …................................... 9

Capitolo II. Le opere …............................................................................ 33

Capitolo III. Il Tondo Doni, descrizione e analisi stilistica …................. 69

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Prefazione

Questa tesina è stata concepita con l'intento di dare una base teorica al desiderio da parte mia di realizzare una copia in scala 1:1 del Tondo Doni seguendo le modalità, i materiali e le tecniche rinascimentali della pittura a tempera su tavola. Tale proposito è stato avviato ma non ancora concluso (anche se si spera di finirlo, salvo imprevisti, nell'arco dei prossimi cinquant'anni, o, qualora ciò non si verificasse, di adottare la tecnica molto michelangiolesca del non-finito).

La scelta di analizzare quest'opera in particolare e non altre è dovuta, oltre che a motivi di apprezzamento personale, alla chiarezza e definizione che ne contraddistingue le forme (fatto questo determinato dal mancato utilizzo al suo interno della tecnica dello sfumato), alla tipologia pittorica (tempera su tavola: una tavola di legno è più semplice da reperire rispetto ad una tela da pittore e dall'altro lato la tempera è una tecnica pittorica meno complessa dell'olio) e alle dimensioni non spropositate.

Tutte le fonti citate nei capitoli primo e terzo sono state realmente consultate e studiate, eccetto Plinio il Vecchio e tutte quelle appositamente seguite da parentesi quadre e dicitura “non verificato” (n.v.).

Gli studiosi e critici citati nel capitolo II non sono stati consultati di prima mano (fatta eccezione per Bocchi-Cinelli, Condivi e Vasari), ma studiati per mezzo del libro Michelangelo, Architettura - Pittura - Scultura; Bramante Editrice, Milano 1964.

Nel capitolo primo si è cercato di analizzare la vita del nostro pittore alla luce dei molti errori ed imprecisioni che vengono comunemente accettate e riportate anche dagli stessi libri di testo scolastici (ad esempio il nostro 'Cricco-Di Teodoro').

Nel capitolo terzo allo stesso modo si è cercato di analizzare il Tondo Doni nel modo più compiuto e preciso possibile, lontano dai luoghi comuni e dalle imprecisioni che si riscontrano in alcuni libri e in buona parte dei siti internet.

Ringrazio il pr. Loris Dal Pos per avermi aiutato nella stesura di questo breve scritto (in particolar modo nella strutturazione generale e nel primo capitolo).

Nella speranza di non annoiarvi, vi lascio alla lettura del frutto dei miei studi.

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Capitolo I

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La vita di Michelangelo Buonarroti

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Capitolo primo

La vita

Michel, più che mortale, angel divino.

Ludovico Ariosto

Europa. Anno del Signore 1475. Mentre un'Inghilterra dilaniata da oltre un secolo di guerra con la Francia intraprende l'ennesimo conflitto dinastico, mentre gli ottomani di Mehmed II saccheggiano i Balcani, mentre in tutto il Continente, dal Portogallo alla Russia, dal Baltico all'Atlantico, dalla Spagna ai Paesi Bassi finanche ai prosperi cantoni elvetici si combattono sanguigni conflitti che lasciano al suolo migliaia di vite umane, Chiusi, piccolo borgo di pastori della campagna toscana, dona al mondo un piccolo grande uomo: Michelangelo. Vasari ricorda con tali parole l'avvenimento:

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«Il benignissimo Rettore del Cielo volse clemente gli occhi alla terra, e veduta la vana infinità di tante fatiche, gli ardentissimi studi senza alcun frutto, e la opinione prosuntuosa degli uomini, assai più lontana dal vero che le tenebre dalla luce; per cavarci di tanti errori si dispose mandare in terra uno spirito, che universalmente in ciaschedùna arte ed ogni professione fusse abile, operando per sé solo a mostrare che cosa sia la perfezione dell'arte.»

Il bimbo viene dunque alla luce il giorno sei marzo millequattrocentosettantacinque. Il padre Ludovico è podestà per conto della Repubblica del Giglio presso il Castello di Chiusi e Caprese. La madre Francesca è nobildonna.

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Nonostante questa apparente condizione di benessere la famiglia Buonarroti, appartenente al patriziato cittadino, versa in pessime condizioni economiche e i genitori sono costretti a compiere notevoli sforzi per mantenere un stile di vita dignitoso. Il giovane Michelangelo cresce così tra varie ristrettezze che ne forgiano lo spirito e l'ambigua personalità.

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La famiglia, già verso la fine di quello stesso mese, conclusosi il mandato podestarile del padre, si trasferisce nel piccolo borgo di Settignano, paese della periferia di Firenze dove si produceva un particolare tipo di pietra usata per l'edilizia. Qui il bimbo è affidato alle cure di una balia locale, figlia, moglie e madre di scalpellini.

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Proprio questo fatto diverrà poi motivo di grande vanto per l'artista il quale, una volta divenuto celebre per le incredibili doti scultoree, amerà giustificarsene per il fatto di aver bevuto sin dall'infanzia latte intriso di polvere di marmo.

Nel 1481 la madre lascia orfano Michelangelo all'età di appena sei anni, il quale nel frattempo viene avviato a studi umanistici tramite un precettore.

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Fin da questi primissimi anni il fanciullo comincia a dimostrare una notevole predisposizione per l'arte. Il padre guarda a quest'attitudine con non poco riserbo, considerandola un declassamento sociale, salvo poi ricredersi quando comprende che anche il pennello può rendere bene. Nel 1488 il ragazzo entra in qualità di apprendista nella bottega dell'allora celebre Domenico Ghirlandaio, venendo così a conoscere le varie tecniche pittoriche, l'utilizzo dei colori e la realizzazione delle mestiche. Sono anni di intensa formazione per il giovane artista che ama cimentarsi nella copiatura dei grandi cicli pittorici realizzati da Giotto in Santa Croce e da Masaccio al Carmine.

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Tuttavia appena due anni dopo, essendo attratto maggiormente dalla scultura piuttosto che dalla pittura, decide di lasciare la bottega per recarsi al Giardino di San Marco presso cui seguire le lezioni dell'ormai anziano Bertoldo di Giovanni, un tempo allievo di Donatello.

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Questo luogo ospitava allora, per volere del Magnifico, un'ampia collezione di statuaria antica a completa disposizione di tutti coloro volevano cimentarsi nell'arte della pietra. Qui Michelangelo trova un ambiente vivace e stimolante che lo porta a conoscere i grandi scultori attivi a Firenze nei secoli precedenti, quali Nicola e Giovanni Pisano e ovviamente Donatello.

A questo luogo è legato un celebre aneddoto. Si narra che un giorno Lorenzo de' Medici, venuto in visita al Giardino e veduta una scultura del giovane che ritraeva un vecchio fauno (copia da un originale perduto) con la dentatura insolitamente intatta per un uomo di quell'età, abbia osservato sarcasticamente come la cosa fosse alquanto improbabile. Michelangelo, che aveva udito ciò che aveva detto l'uomo, si armò di trapano e scalpello e, prima che questi terminasse la sua visita, diede alla dentatura del vecchio un aspetto più consono all'età scalfendone un incisivo. Il Magnifico, accortosi dell'inganno e trovando la cosa alquanto buffa, prese in simpatia il fanciullo e decise di ospitarlo nella propria dimora.

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Al padre Ludovico per contro fu offerto un posto fisso alla dogana, retribuito otto scudi al mese. L'accoglienza ricevuta da Michelangelo è affettuosa e disinteressata, a cena siede accanto ai figli del suo benefattore. In questo luogo scopre la cultura umanista e neoplatonica e i suoi noti esponenti del tempo quali Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Poliziano. Nel 1492, mentre le caravelle di Colombo sbarcano nelle Americhe, Lorenzo il Magnifico è colto da una forte ulcera allo stomaco sfociata poi in cancrena che lo porta in breve tempo alla morte prematura. Termina in questo modo uno dei periodi più felici nella vita dell'artista, di qui in avanti il rapporto con i Medici diverrà sempre più freddo e distaccato. Il successore al potere è il figlio Piero. Non è chiaro in che rapporti questi fosse con Michelangelo e se mantenne l'ospitalità del padre. Nel 1493 egli intercede presso i frati agostiniani di Santo Spirito affinché accolgano il giovane scultore e gli consentano di studiare l'anatomia dei corpi sezionando i cadaveri nell'obitorio del convento; tramite questa pratica Michelangelo acquisisce una straordinaria capacità di rappresentazione del nudo.

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L'anno seguente, a seguito della discesa in Italia dell'esercito di Carlo VIII di Francia, Firenze è scossa da movimenti di protesta che portano alla cacciata dei Medici e all'instaurazione di un governo popolare capeggiato dal frate predicatore Girolamo Savonarola. Michelangelo, ancor prima del precipitare della situazione, avveduto sulle conseguenze possibili per la sua persona (egli era infatti un protetto di Piero), decide di abbandonare la città riparando dapprima a Venezia e successivamente a Bologna. Qui conosce la statuaria di Jacopo della Quercia e lavora nella basilica per l'arca di San Domenico.

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Nel 1495 rientra a Firenze dove è posto sotto la protezione di Lorenzo di Pierfrancesco, esponente di un ramo cadetto della famiglia dei Medici, ritornato in città durante il periodo savonaroliano in veste di 'protettore' delle istituzioni comunali e delle libertà repubblicane. È lui a commissionargli un cupido, oggi andato perduto, che sarà al centro (come già era accaduto per il vecchio fauno) di un evento che segnerà una svolta nella carriera dello scultore. Si narra infatti che terminata l'opera, su consiglio dello stesso Lorenzo e all'insaputa dell'artista, essa fu sotterrata per un certo periodo in modo da darle una patina di antico e spacciarla per reperto archeologico. E come tale fu infatti venduta al cardinale romano, nonché grande cultore d'arte antica, Raffaele Riario. Tuttavia le voci sul fruttuoso inganno si sparsero in fretta fino a giungere all'orecchio dello stesso chierico. Questi decise di mandare quindi a Firenze un proprio delegato al fine di far luce sull'accaduto, farsi risarcire dei soldi spesi ed invitare l'artista, che aveva dato prova di straordinarie doti, a trasferirsi nella capitale pontificia.

Nel giugno del 1496 Michelangelo è quindi a Roma ed è proprio Riario ad introdurlo negli ambienti cardinalizi che negli anni a venire sono per il giovane artista la principale fonte di commissioni. A Roma conosce anche Jacopo Galli, ricco banchiere che lo ospita in casa propria durante tutto il soggiorno romano e che gli commissiona anche alcuni lavori. Tra il 1497 e il 1499 è alle prese con l'opera che ne sancirà la consacrazione come scultore: la celebre Pietà vaticana. Richiestagli dal cardinale Jean de Bilhères, l'opera segna un importante punto di svolta nella produzione michelangiolesca. Di qui in avanti infatti l'utilizzo del marmo bianco di Carrara diverrà una costante in tutte le sue opere (la Pietà fu la prima ad essere realizzata su tale pietra). Inoltre l'artista comincia ad acquisire maggior consapevolezza delle proprie capacità: egli si fa infatti convinto di non necessitare del supporto economico dei committenti ma bensì di poter decidere da sé le opere da realizzare e venderle di propria iniziativa una volta portate a termine, egli diviene quindi imprenditore di sé stesso.

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Ritratto di Michelangelo Buonarroti, Daniele da Volterra, 1550-1552

Gesso color sanguigna su carta

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Nel 1501 Michelangelo torna nuovamente a Firenze per provvedere a “domestici negozi”. La fama conseguita alla realizzazione della Pietà lo porta ad essere investito da una grande quantità di prestigiose commissioni. A settembre dell'anno comincia a realizzare l'imponente opera del David. I lavori, terminati tre anni dopo, danno alla luce un capolavoro senza eguali che come tale viene riconosciuto dagli stessi concittadini dell'artista tanto da farne il simbolo di Firenze e collocarlo nel luogo più importante della città: Piazza della Signoria. La Roma di quegli anni è un pullulare d'arte e cultura. Papa Giulio II, succeduto al defunto Pio III nel 1503, è uomo scaltro d'indole irruente e selvatica, egli coltiva tuttavia notevole interesse ed ammirazione per ogni forma d'espressione artistica e letteraria. Grande mecenate, chiama a sé solo il meglio del suo secolo: Bramante come architetto, Raffaello come pittore.

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Nel marzo 1505, giunta voce delle nuove imprese fiorentine del grande scultore, il Papa vuole Michelangelo a Roma per erigere il proprio monumento funebre. Qui Michelangelo, rapito dall'entusiasmo e lusingato dalla notevole disponibilità economica ostentata dalla Curia, progetta un'opera colossale. Sui quattro lati della struttura, caratterizzata da una modello piramidale, dovevano essere disposte quaranta statue in scala superiore al naturale. Al termine dell'impresa Michelangelo sarebbe stato retribuito per la cospicua cifra di diecimila ducati. Tuttavia, nonostante l'iniziale entusiasmo, le aspettative dell'artista finiscono presto disilluse. Il Pontefice infatti, consapevole delle pecunia delle casse vaticane causa le ingenti spese sostenute per la fabbrica di S. Pietro, preferisce, su consiglio del Bramante, che avrebbe nutrito (a quanto detto da Michelangelo stesso) un forte sentimento d'invidia per la fama conseguita dal giovane artista, decide di accantonare, almeno per il momento, la realizzazione dell'opera mastodontica in cui tanto si era speso Michelangelo nei mesi precedenti. Egli, tornato in Vaticano nella primavera del 1506 carico di marmi e di aspettative, si ritrova dunque a dover prendere coscienza della realtà dei fatti. Cerca di chiedere spiegazioni, insiste per un'udienza privata con Giulio II, nulla. Offeso e deluso il 18 aprile scappa in tutta fretta da Roma per tornare all'amata Firenze. A nulla valgono cinque legati pontifici mandati al suo inseguimento nel tentativo di convincerlo a tornare e tre brevi papali inviate alla Signoria fiorentina. Solo a seguito delle pressioni rivoltegli dal gonfaloniere della Repubblica del Giglio Pier Solderini e con il rischio concreto di una guerra armata tra i due stati Michelangelo accetta l'ipotesi di una riconciliazione. Nell'inverno del 1506 (21 novembre) l'artista raggiunge il Papa a Bologna dove si trovava per motivi bellici. Questi gli chiede subito di realizzare un busto in bronzo che lo ritragga. Michelangelo attende all'opera nella città emiliana fino al luglio dell'anno seguente. A marzo del 1508, sentendosi finalmente svincolato dagli obblighi del Pontefice, torna a Firenze dove riprende alcuni lavori lasciati incompiuti e dove forse riceve commissione da parte di Agnolo Doni, ricco mercante e collezionista d'arte, di realizzare una tavola per commemorare la nascita della figlia Maria, avvenuta nel settembre del precedente anno.

Verso la fine di aprile gli arriva tuttavia una breve papale che gli ingiunge di recarsi immediatamente a Roma. Giulio II ha grandi progetti per lui: da tempo la Cappella Sistina versa in condizioni precarie, il soffitto è sconvolto da una lunga crepa causata dai movimenti di assestamento dei muri e gli intonaci hanno estremo bisogno di essere rifatti. I lavori si svolgono in un tempo relativamente breve e Michelangelo è costretto a posizioni molto scomode e a ritmi di lavoro estenuanti. Lo stato psicologico dell'artista è aggravato ulteriormente dai frequenti ritardi nei pagamenti da parte della Curia, dalle continue richieste di denaro da parte dei familiari (che nel 1512, al ritorno dei Medici a Firenze, avevano perso alcuni privilegi a causa delle loro simpatie repubblicane), dai pettegolezzi fomentati ancora una volta dal Bramante nonché dall'insoddisfazione di sé tipica dell'artista. Proprio quest'ultimo motivo (o forse anche il penultimo) lo spingerà poi, in corso d'opera, a passare da un iniziale progetto più ridotto alla realizzazione di uno dei più imponenti ed ambiziosi cicli pittorici di sempre. Il Pontefice, intuita la grandezza dell'opera che si andava facendo ed essendo uomo dalle maniere spicce e dal temperamento impaziente, dopo essersi recato numerose volte ai ponteggi, chiede a Michelangelo, quando già i lavori erano giunti a metà delle fatiche, di liberare la volta delle impalcature dimodoché si potesse avere una prima visione d'insieme della grande opera.

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Tale occasione dà modo anche all'artista di osservare il ciclo pittorico in una prospettiva dal basso tale quale dev'essere per l'osservatore e quindi di coglierne eventuali difetti ed aspetti migliorabili. Il Condivi ricorda così l'evento: «L'openione e l'aspettatione che s'haveva di Michelagnolo, trasse tutta Roma a veder questa cosa, dove andò ancho il Papa, prima che la polvere, che per il disfar del palco [delle impalcature, n.d.t.] era levata, si posasse».

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Sintesi

Introduzione Michelangelo e il Tondo Doni, tesina

Questa tesina è stata concepita con l'intento di dare una base teorica al desiderio da parte mia di realizzare una copia in scala 1:1 del Tondo Doni seguendo le modalità, i materiali e le tecniche rinascimentali della pittura a tempera su tavola.

Collegamenti

Introduzione Michelangelo e il Tondo Doni, tesina

  • Storia dell'Arte - Michelangelo, le sue opere e il Tondo Doni
  • Matematica - Il numero aureo ed il suo utilizzo all'interno dell'opera analizzata.
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