Estratto del documento

Percorso pluridisciplinare per l’esame di maturità

A cura di Chiara Scimone

“Il cuore di una donna è un profondo oceano di segreti”

•

Introduzione

1

Storia dell’Arte • La zattera della Medusa: Théodore Géricault,

3

Italiano • La casa sul mare: Eugenio Montale,

6

Francese • Lamartine:

10

Geografia astronomica • I mari:

12

Inglese • To the light house: Virginia Woolf,

23

• Latino Il Satyricon: Petronio,

26

Filosofia • Nietzsche

32

Storia: La svolta del 1917

• I Guerra Mondiale,

45 Lo sbarco in Normandia

II Guerra Mondiale,

• Fisica Il mare di Fermi: Enrico Fermi,

48

• Matematica rappresentazione grafica del seno e la sua:

derivata 49

Introduzione…

“Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.”

Questa metafora utilizzata da Seneca, è molto più complessa di quanto possa sembrare con una prima lettura. L’autore allude al fatto che se non si hanno degli obiettivi da perseguire, un progetto da intraprendere, allora si è in balia degli eventi e non ci saranno occasioni perse né soddisfazioni di successi raggiunti.

Chi non ha una rotta non ha bisogno nemmeno del vento che lo spinga, mentre chi ha bene in mente la meta, anche se inizialmente può essere molto lontana, sa benissimo come dirigersi e fare in modo di arrivarci nel tempo più breve possibile.

Come sarebbe a dire che non c’è vento favorevole? Che destino infame. In realtà la colpa è del marinaio. Vale a dire nostra. In realtà i venti favorevoli, le occasioni nella vita ci sono, ci sono sempre ma non per chi non sa ciò che vuole.

Non c’è fortuna né felicità per chi non sa cosa desiderare né dove andare. La sua nave non si muoverà e non approderà ad alcun porto. È meglio avere un desiderio, sapere ciò che si vuole e magari affrontare mari in burrasca e venti tremendi, piuttosto che rimanere fermi.

A cosa porta l’immobilità? Nella nostra vita siamo in mare e non si approda a nessun porto senza prendere una direzione. I venti fanno parte del destino, che ci potrà esser favorevole o nemico e farci arrivare da tutt’altra parte.

Il mare può assumere diverse sfaccettature, secondo il suo umore e dell’ambiente che lo circonda, proprio come l’uomo che si ritrova ad essere tranquillo, calmo e pacato quando è a contatto con un ambiente familiare, conosciuto e pacifico, quando invece questo ambiente si rivela incompatibile, diventa nervoso, agitato, burrascoso e temporalesco.

Parlando della storia, il mare è stato uno dei mezzi più importanti per la comunicazione e per le scoperte geografiche. I Fenici sono stati senza dubbio abili naviganti già dal 3000 a.C.

Una delle scoperte più grandi della storia è sicuramente la conquista dell’America intrapresa da Colombo il 12/10/1492 dopo una tormentata navigazione iniziata il 3 agosto.

Il mare è importante anche per le guerre; basti pensare al 1917, durante la I Guerra Mondiale o lo sbarco in Normandia, durante la II Guerra Mondiale.

Il mare ci fa riflettere, pensare a qualcosa che ci fa stare male, o pensare a qualcosa che ci fa stare bene. È una sensazione meravigliosa; sedersi sulla spiaggia d’inverno e ascoltare il rumore delle onde che si abbattono sugli scogli o osservare la schiuma che si crea nel bagnasciuga.

È assurdo pensare come un elemento così naturale possa far scatenare dentro di noi una serie di emozioni solitamente nascoste. Ci basta ascoltare il profumo della salsedine, l’odore dei fiori che sbocciano, l’aria che diventa sempre più calda e subito ci rassereniamo.

Il mare inteso come mezzo di comunicazione, come metafora di vita…

Il mare sarà sempre indispensabile per la vita umana!

Amare è guardare lo stesso

Mare da sponde diverse

per poi approdare

alla stessa riva

e abbandonarsi

sulla nuda battigia…

Non tutti riescono, però, ad approdare in questa stessa riva. Un esempio è dato da una delle storie che più ha suscitato l’interesse di moltissime persone. È sicuramente quella del Titanic.

Ma che cosa rende il Titanic un argomento così interessante agli occhi di tanti curiosi di tutto il mondo? Forse la vera natura della storia stessa.

La nave più grande del mondo, nel suo viaggio inaugurale con a bordo alcuni degli uomini più ricchi della terra subì uno dei naufragi più catastrofici in termini di vite umane perse.

Furono centinaia le vite spezzate tra i passeggeri indigenti imbarcati sul transatlantico, molti dei quali salpavano alla volta del nuovo mondo alla ricerca di un’occasione migliore per sé e per i loro familiari.

Se la storia del Titanic fosse stata frutto di immaginazione, in molti avrebbero avuto difficoltà a credere che sia potuta accadere una tragedia di così vaste proporzioni.

Come fili di un’unica corda, si intrecciano tante piccole storie individuali a formare un unico racconto affascinante. Sono storie di eroismo e codardia, storie di lealtà e di comando e storie segnate dalla tragedia.

Diversi sono i motivi che spingono tanti a voler conoscere la storia del Titanic e a cercare ulteriori spunti sui motivi della sua costruzione e sulle tecniche impiegate, sull’ingegneria all’avanguardia, sulle complicazioni del viaggio inaugurale e sugli errori fatali che con il senno di poi sembrano essere stati così fondamentali.

Alcuni sono interessati semplicemente alla costruzione del Titanic, altri alle storie dei passeggeri che vi si imbarcarono. Altri ancora sono affascinati dalla scoperta del relitto e ai manufatti che sono stati recuperati.

Io personalmente, invece, sono stata attratta da questa storia vera; dal fatto che nulla è dato per scontato e nulla è dato per certo.

Questa sarebbe dovuta essere stata la nave perfetta e invece si è rivelata tutt’altro. Sarà forse stata colpa della distrazione di qualche membro dell’equipaggio? O semplicemente non era la nave che tutti si aspettavano.

Doveva essere una vacanza e invece è stata una vera tragedia.

Sembra quasi che ci sia stato un tuffo al passato; 14 aprile 1912/13 gennaio 2012: un secolo separa queste date che hanno segnato due delle più grandi tragedie nelle acque marine.

Un secolo in cui tante scoperte sono state fatte e la tecnologia è sempre più all’avanguardia; ma nonostante ciò, in questo caso abbiamo visto il Titanic e il modernissimo Costa Concordia fare la stessa fine.

Il mare è stato sempre un elemento importante, fin dall’antichità! Si pensi a Gesù quando ha trasformato l’acqua in vino, o quando Mosè ha separato le acque per salvare il suo popolo.

Anche nell’arte, il mare viene rappresentato da moltissimi autori, ma quello che ha descritto, in maniera più reale, il dolore di alcuni naufraghi è stato Théodore Géricault con “La zattera della Medusa”.

Il romanticismo e Théodore Géricault

Géricault è un autore del periodo romantico, infatti, nasce il 26 settembre 1791.

Il termine “romanticismo” deriva dall’aggettivo inglese “romantic”, nato con una connotazione spregiativa, per indicare la materia degli antichi romanzi cavallereschi e pastorali, ma esteso poi a definire scenari naturali e simili a quelli dei romanzi, cioè attraenti e pittoreschi.

La prima applicazione del termine risale al 1789; da allora il termine è stato utilizzato sempre più ampiamente ed estesamente.

Il romanticismo è considerato da alcuni, seguendo le distinzioni di Nietzsche tra apollineo e dionisiaco, uno dei poli tra i quali oscilla continuamente la spiritualità umana.

L’artista romantico punta alla riscoperta della fantasia e dell’irrazionalità, del sentimento e dell’ingenuità e ad una fusione più intima tra uomo e natura.

Egli è consapevole del fatto che sia diverso rispetto agli uomini comuni. L’artista è creatore libero e quindi simile a Dio: per questo è insofferente dei limiti, per questo deve seguire le sue ispirazioni, anche in contrapposizione al mondo.

L’arte diventa strumento espressivo del sentimento, della genialità, del mondo interiore dell’artista, che crea liberamente canoni e gerarchie.

Lo scopo dell’artista è di permeare ogni aspetto della vita di arte e poesia così da non distinguere più realtà e fantasia. Per queste ragioni il romanticismo privilegia il mito e i simboli.

La mitologia affascina l’artista romantico per le sue componenti notturne, irrazionali, “dionisiache”.

Tra le arti visive, la pittura era considerata dai romantici la più adatta a svelare la creatività dell’artista.

Il colore ha un’importanza primaria, dovuta all’interesse per l’osservazione del reale, che porta alla ricerca e alla ridefinizione dei valori luministici, cioè la misura dei rapporti fra luce e ombra e dei colori tra loro.

A questa si accompagna la graduale scomparsa del chiaroscuro e della linea di contorno. La preferenza romantica per il colore accentua la drammaticità e il pathos delle scene rappresentate, in cui l’artista non elimina il dolore, la morte, il turbamento dell’ordine e la passione, ma in generale privilegia i momenti più veri della vita dell’uomo.

La natura non è più il luogo ideale e senza tempo dei neoclassici, ma una metafora dell’animo umano, in cui si alternano desolazione e furore.

La zattera della Medusa

“La zattera della Medusa” è sicuramente l’opera più importante di Géricault.

Essa è stata soggetto di critiche e scandali tra gli accademici, offesi dal ripugnante realismo dei particolari.

A causa della violenta opposizione degli organi ufficiali, il quadro non fu acquistato dallo Stato e a Géricault fu concessa soltanto una medaglia d’oro invece del primo premio.

Per rappresentare questa tela, l’artista si ispirò a un tragico fatto di cronaca contemporanea che aveva scosso profondamente l’opinione pubblica: il naufragio della Medusa, una nave ammiraglia di un convoglio che trasportava soldati e civili verso la colonia del Senegal, avvenuto il 2 luglio 1816.

In seguito al naufragio, 150 persone salirono su una zattera che per diversi giorni andò alla deriva, tra un crescendo di orrori, tanto che alla fine la nave della salvezza, l’Argus, recuperò solo una quindicina di superstiti.

Il governo cercò di mettere a tacere le critiche dell’inadeguatezza dei soccorsi, ma due dei sopravvissuti, dopo aver invano chiesto un rimborso per i danni subiti, scrissero un violento resoconto dell’evento, che fece scalpore in tutta Europa.

Géricault lavorò a lungo per questa tela e fu indeciso fino all’ultimo su quale aspetto della vicenda rappresentare.

Alla fine scelse uno dei momenti meno mostruosi, ma più sconvolgenti dal punto di vista emotivo, quello più carico di tensione drammatica e psicologica: il primo avvistamento da parte dei naufraghi dell’Argus, il loro chiamare a raccolta le ultime forze per far segnalazioni e il disperato sconforto in cui sprofondano quando la nave scompare.

Nel groviglio umano di corpi avvinghiati, l’artista rappresenta un graduale crescendo di emozioni che vanno dalla disperazione alla falsa speranza.

In primo piano un vecchio siede meditando tristemente tra i morti; dietro di lui alcuni sopravvissuti in piedi rivolgono la propria attenzione verso l’orizzonte che un compagno sta loro indicando; altri sono rianimati da un’ultima speranza; altri ancora aiutano un nero a salire su un barile, perché possa sventolare la camicia bianca più in alto, per chiedere soccorso all’equipaggio dell’Argus, ma la nave alla quale sono rivolti i gesti di questa piramide umana non è che un punto quasi indistinguibile tra lo scuro agitarsi delle onde.

La scena su cui è proiettata l’ombra di un nuvolone enorme è impostata su una serie di diagonali che dalla base della zattera convergono verso diversi apici; inoltre è dominata da due spinte contrarie: l’onda montante dei naufraghi e la marea che spinge il relitto, con il vento che, soffiando da destra a sinistra, gonfia la vela in direzione opposta.

Sul piano instabile, tutta la composizione è scossa da questi due impulsi contrari, la speranza e la disperazione, la vita e la morte.

Il fluire e il rifluire degli stati d’animo viene qui controllato da un’impostazione formale precisa. Queste vittime, da quindici giorni alla deriva, non appaiono emaciate, ma imponenti e vigorose.

I corpi dei morti sono ancora di natura accademica, belli come quelli degli eroi antichi e mantengono la compostezza solenne delle figure classiche.

Per la prima volta, però, lo stile epico e le vaste dimensioni della tela erano usati per rappresentare le sofferenze di gente comune.

Dipingendoli in questo modo, Géricault attribuì alla condizione dei naufraghi un significato universale e trasformò un episodio di cronaca in un dramma senza tempo, costringendo così il pubblico a interrogarsi sui perenni problemi dell’eroismo, della speranza, della disperazione e della sofferenza.

Dopo tanti quadri che celebravano l’epopea napoleonica, questo ribalta di colpo la concezione stessa della storia: non è più eroismo e gloria, ma disperazione e morte.

La scelta di rappresentare un soggetto del genere fece pensare che Géricault intendesse attaccare sia la tradizionale gerarchia accademica dei generi sia la struttura sociale recentemente restaurata, tanto che il quadro finì con l’essere considerato un’allegoria politica.

Non a caso, lo storico Jules Michelet lo avrebbe ricordato come un simbolo della Francia, affermando: “È la nostra società intera che Géricault imbarca su quella zattera”.

Il mare nella letteratura e in Montale

È molto importante ricordare l’ispirazione che il mare ha dato nella storia della letteratura internazionale: i diversi scrittori sono riusciti a descrivere i diversi tratti del mare.

Montale ha descritto con cura e minuziosità il suo amato e allo stesso tempo odiato paesaggio ligure dove il mare provoca disagio nell’anima del poeta, pur essendo calmo, piatto e tranquillo.

L’ispirazione di Montale è concentrata su brevi momenti dell’esistenza circoscritta nelle linee di un paesaggio ligure compreso tra il mare e le colline.

È un paesaggio arido e brullo, tormentato e scavato dal sole, che ne rende quasi allucinati e irreali i contorni, caricandoli di valenze metafisiche ed esistenziali.

Il poeta ne spia le forme e si sofferma ad ascoltare le voci con un atteggiamento di perplessità attonita e meditativa.

Il paesaggio di Montale non si apre all’uomo, e per l’uomo; vive in se stesso, chiuso nella propria realtà incomunicabile.

Esso non è uno scopo, il cui conseguimento possa appagare il poeta, ma un tramite, senza sbocchi risolutori, verso l’“altro”, verso un qualcosa che resta, alla fine, misterioso e inconoscibile, crudele nel suo rifiuto di dare risposte.

Il confine tra la terra e l’acqua non apre nuove prospettive, ma il mare risulta un termine e un ostacolo invalicabile, superficie opaca e stagnante che non rivela nulla, a differenza di altri poeti, come Baudelaire e Rimbaud che avevano visto nel mare il senso profondo di un mistero aperto a nuove esigenze conoscitive.

Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896. Dal 1905, trascorre l’intera stagione estiva a Monterosso, nelle Cinque Terre, perciò il paesaggio marino ligure sarà lo scenario privilegiato degli Ossi di seppia, la sua prima raccolta poetica.

Ossi di seppia

Negli Ossi tutto è assorbito dal mare fermentante; ma il tema, così importante, del mare è bivalente: perché dal mare l’io si sente quasi risucchiato, potentemente, come dall’elemento mitico per eccellenza vitale, ma insieme ne è rifiutato, espulso, confinato a terra; il mare è dunque la pienezza, l’integrità impossibile, quella della Vita stessa, contemporaneamente cantata a piena voce e negata al soggetto che la canta.

Dunque Montale rimane a terra: di questa terra in cui sono ambientati quasi tutti gli Ossi egli scrive: “La Liguria orientale – la terra in cui trascorsi parte della mia giovinezza – ha questa bellezza scarna, scabra, allucinante”, aggiungendo molto significativamente di aver cercato un verso che aderisse intimamente a quelle caratteristiche.

Ma a sua volta il paesaggio ligure ha nella raccolta una doppia valenza: di risonanza dei sentimenti di solitudine, che abitano l’io, ma anche simbolo di quell’atteggiamento che la dignità dell’individuo vorrebbe opporre alla propria condizione esistenziale precaria.

Nel mese di marzo del 1923 dona a Francesco Messina e Angelo Barile due fascicoli identici. Entrambi i manoscritti recano il titolo Rottami.

Nel mese di luglio dona a Francesco Messina una seconda raccolta di versi che però non s’intitola più Rottami, ma Ossi di seppia.

Il 31 maggio 1924 compaiono su “Il Convegno” cinque liriche con il titolo complessivo di Ossi di seppia.

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Sintesi

Ho deciso di fare un percorso utilizzando come tema principale il mare, iniziando con una delle storie che più ha suscitato il genere umano: Il Titanic!

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