La “morte di Dio” nell’età contemporanea
Premessa
La scelta di questo argomento è finalizzata ad approfondire il fenomeno dell’ateismo. In effetti
questo tratto caratterizzante della cultura contemporanea è stato talmente acquisito da non essere
più oggetto di discussione, almeno in linea generale. Non so se però questa indifferenza alla
questione sia determinata dalla scoperta di un’alternativa, dalla rinuncia a cercarla dalla difficoltà a
instaurare un dialogo su scelte diametralmente opposte, causa spesso di posizioni incompatibili. Del
resto si tratta di esperienze sulle quali è quasi impossibile esprimersi oggettivamente, proprio perché
non derivano da un calcolo razionale ma dalla presenza o meno della fede, che, come aveva già
affermato Pascal, è extrarazionale. In altri termini non è mia intenzione definire il comportamento
più giusto dell’uomo, né arrivare a determinare il valore di questo passaggio dal teismo
all’antropocentrismo, semplicemente perché non ritengo che esso sia assoluto, che possa
prescindere dall’esperienza individuale; ripercorrere lo sviluppo storico dell’ateismo attraverso il
pensiero dei filosofi che più hanno condizionato la cultura europea è sufficiente a soddisfare le mie
aspettative per questa ricerca. Certo, è diverso pensare da sé ad una soluzione o studiare i pro e i
contro di quelle altrui, ma se non altro lo studio di autori passati mi farà capire quanto le mie
domande siano legittime.
A riguardo poi della considerazione di Eliot e Montale, forse potrebbe apparire arbitrario il legame
con l’ateismo contemporaneo, tanto più che il primo si convertì al cristianesimo nel 1927. In effetti
le loro opere, e mi riferisco in particolare alle prime della loro attività letteraria, riflettono piuttosto
la crisi dei valori nell’età contemporanea, sebbene in maniera diversa. Spiegare questo fenomeno
come esito ultimo dell’ateismo potrebbe forse apparire riduttivo. Ritengo in effetti più giusto
considerare tanto l’ateismo quanto la crisi dell’uomo contemporaneo effetti del soggettivismo,
senza legarli da un rapporto di causa-effetto che rischierebbe di rendere la scomparsa di valori
oggettivi diretta conseguenza della “morte di Dio” ed impossibile l’istituzione di una morale laica.
La “morte di Dio” nell’età contemporanea
La ricerca di un’alternativa
Il fascismo come religione pagana: il culto del littorio
La crisi dei valori
Montale
Eliot
Storia dell’ateismo
Da Kant a Nietzsche
SENECA dietro le accuse di Nietzsche
“Phedra”: la ricerca di un’alternativa
Il fascismo come religione pagana: il culto del littorio
Le origini del culto fascista
Quando sorse il movimento fascista vi era un atteggiamento favorevole ad accogliere e sostenere
una religione nazionale, specialmente fra i reduci che avevano sacralizzato l’esperienza della
guerra, fra gli intellettuali in cerca di fede, fra i giovani assetati di miti e smaniosi di dedizione e
azione, fra la borghesia patriottica che si considerava naturale custode dei valori della tradizione
risorgimentale.
Il fascismo ebbe quindi origine da quello stato di effervescenza collettiva prodotto dalla guerra, che
già alla fine della guerra aveva dato origine a vari movimenti di durata più o meno effimera come il
combattentismo, il fiumanesimo, il futurismo politico e l’arditismo che scesero in campo per
proseguire la rivoluzione italiana combattendo contro i “nemici interni” e la vecchia classe dirigente
per realizzare l’unità morale e spirituale della nuova Italia.
Come accade nello stato iniziale di nuovi movimenti religiosi, il legame che unì i primi fascisti fu
una comune esperienza di fede: l’interventismo e la guerra, vissuta in uno stato d’animo
d’esaltazione e di vitalismo che i fascisti traducevano in un senso di missione rigeneratrice della
nazione, per la difesa e l’affermazione delle loro idealità patriottiche, assolutizzate e sacralizzate.
Attraverso l’esperienza politica dei suoi militanti, provenienti dai più vari movimenti, ma
accomunati dal culto della nazione e dal mito della guerra, confluirono nella formazione della
mitologia fascista i miti principali della cultura politica italiana emersi durante la lunga ricerca di
una religione civile per la “nuova Italia” dagli albori del Risorgimento fino alla Grande guerra.
Comunque “rivoluzione italiana” per il fascismo significava non sovvertimento della società
borghese, che esso dichiarava anzi di voler proteggere e consolidare contro il socialcomunismo, ma
significava riconsacrare il culto della nazione e rigenerare il popolo per trasformarlo in una
comunità unita e forte, capace di affrontare la sfida del mondo moderno, conquistare un nuovo
primato, svolgere una missione di civiltà per rinnovare nei tempi moderni lo spirito e la grandezza
della romanità. Da questo nucleo originario si sviluppò la religione fascista che, nei caratteri
fondamentali, codificò questi miti unificandoli sincreticamente in un insieme coerente di credenze,
in una religione laica incentrata sulla sacralità della nazione. Inizialmente il fascismo non si
differenziò sostanzialmente dalle precedenti manifestazioni della religione nazionale, ma,
sviluppandosi come movimento di massa, elaborò di questa una nuova visione in cui divennero
determinanti i miti che sorsero dall’esperienza del fascismo come milizia armata. Proprio per la sua
natura di partito milizia, il fascismo costituiva una novità nella ricerca di una religione
nazionale: per la prima volta questa religione divenne il credo di un movimento di massa deciso ad
imporre il culto della sua religione a tutti gli italiani, a non tollerare l’esistenza di culti antagonisti, a
trattare gli avversari, che non erano disposti a convertirsi, come reprobi e dannati che dovevano
essere perseguitati e messi al bando dalla comunità della nazione.
Gran parte dei riti e dei simboli negli anni dello squadrismo sorsero sia per invenzione che per
imitazione, ma in modo piuttosto spontaneo, nel senso che la loro adozione e diffusione non era
predisposta, ordinata e diretta dal centro del movimento, ma nasceva da iniziative di singoli e di
gruppi, trasferendosi poi per imitazione agli altri gruppi, diventando così patrimonio comune del
composito ed eterogeneo aggregato fascista. Fra il 1921 e il 1922 sono già diffusi i riti fondamentali
che contraddistinguono il particolare stile di vita del partito-milizia: il saluto romano, il giuramento
delle squadre, la venerazione dei simboli della nazione e della guerra, la benedizione dei
gagliardetti, il culto della patria e dei caduti, la glorificazione dei “martiri fascisti” e le cerimonie di
massa.
I riti della comunione squadrista
Il “senso religioso” del fascismo si sviluppò soprattutto all’interno dell’organizzazione squadrista.
Per i fascisti la squadra non era soltanto un’organizzazione armata, ma un gruppo legato da fede
comune, dai vincoli di cameratismo, da un senso di comunione; l’esaltazione di questa comunione
era il motivo dominante di tutti i primi riti della liturgia fascista.
La sagra della rinascita
L’autorappresentazione del fascismo come religione non rimase soltanto nell’ambito del
simbolismo, del rituale e della mitologia, ma svolse una funzione utile anche
nell’istituzionalizzazione del movimento e nell’attuazione delle sue ambizioni totalitarie. Il
movimento fascista era riuscito a monopolizzare il patriottismo presentandosi con successo alla
borghesia e ai ceti medi come il salvatore dell’Italia “dalla bestia trionfante del bolscevismo”. Nel
1922 lo scenario di molte città italiane era completamente mutato: ai grandi cortei di bandiere rosse
e bianche si erano ora sostituiti, alla fine di una vittoriosa “guerra dei simboli” per la conquista del
monopolio della piazza, i cortei del tricolore e dei vessilli neri del fascismo.
Con la vittoria del fascismo il culto della patria veniva restaurato e nessuno osava più ostentare
pubblicamente il proprio dissenso. Sulla religione nazionale vegliava ora una milizia armata; piazze
e monumenti diventarono stabilmente “spazi sacri” dove una massa liturgica celebrava
periodicamente i riti della patria accompagnandoli con atti di riconoscenza e di devozione verso il
“salvatore della patria”.
La patria in camicia nera
Dalla borghesia patriottica e dai fautori di una restaurazione del regime liberale, il fascismo era
osannato come il salvatore della patria e il restauratore del culto della nazione nei suoi miti, nei suoi
simboli e nei suoi riti. Tuttavia pochi si resero conto della diversità rispetto al culto della patria così
com’era stato delineato nell’Ottocento e quando questa divenne palese, nella propensione fascista a
distruggere la libertà, pochi di essi protestarono e reagirono in difesa dell’indissolubile legame tra
libertà e nazione; legame che aveva ispirato la ricerca della religione civile durante il Risorgimento e
nell’Italia liberale. La seduzione del nazionalismo fu più forte della fede nella libertà e fece
accettare il fascismo come paladino e restauratore della “patria risorta”.
Sia pure schematicamente nell’istituzionalizzazione della liturgia fascista si possono distinguere due
fasi: la prima, fra il 1923 e il 1926, in cui il fascismo è impegnato a conquistare, con il monopolio
del potere, il pieno controllo dell’universo simbolico dello Stato; la seconda, fra il 1926 e il 1932, in
cui la liturgia fascista si consolida, incorporando anche il culto della patria. Nel decennio successivo
il culto del littorio, anche se si amplia con nuovi riti, conserva e sviluppa i caratteri acquisiti nel
periodo precedente, andando incontro ad un processo di cristallizzazione e meccanica ripetitività.
Nella prima fase il fascismo segue due procedimenti diversi anche se simultanei, destinati a
conquistare e consolidare il monopolio del potere. Vi è un primo procedimento diretto a
riconsacrare i simboli e i riti dell’unità nazionale e della patria risorta (culto della bandiera, festa
dello Statuto, glorificazione della Grande guerra); l’altro è invece diretto a introdurre, nella
simbologia e nella liturgia dello Stato, i simboli e i riti della religione fascista, attraverso una
graduale simbiosi che finirà col fascistizzare la “religione della patria”.
Il simbolo della nuova era
L’istituzione del culto della patria, incentrato sulla glorificazione della Grande guerra, servì a
preparare l’ambiente per instaurare il culto del littorio come liturgia di Stato.
Giunto al potere il fascismo accelerò la simbiosi fra la religione nazionale e la religione fascista,
avviata dallo squadrismo e, per rendere percepibile immediatamente attraverso simboli il significato
irrevocabile e rivoluzionario del cambiamento di governo, avvenuto con la “marcia su Roma”,
iniziò con la fascistizzazione della simbologia di Stato.
Il fascio littorio venne così introdotto ufficialmente nella iconografia dello Stato italiano attraverso
un nuovo stemma e la messa in circolazione di monete e francobolli commemorativi; ma non
bastava certo il richiamo alla romanità per attenuare il carattere prettamente di partito che
l’emblema del littorio aveva assunto con il fascismo.
I riti della rivoluzione
L’ascesa del fascio littorio fra i simboli dello Stato accompagnò la contemporanea ascesa, nella sua
liturgia, di riti che celebravano l’ascesa del fascismo al potere, come rivoluzione che segnava
l’inizio di una nuova era. Lo stesso termine “regime fascista”, entrato nel linguaggio politico dei
fascisti così come degli antifascisti all’indomani della “marcia su Roma”, era sintomo chiaro che il
governo presieduto dal duce del fascismo non era un governo come i precedenti. L’orientamento
totalitario della religione fascista, implicito nel suo dinamismo missionario e integralista, non si
espresse soltanto attraverso la monopolizzazione dei riti patriottici, mettendo al bando qualsiasi
altro tipo di liturgia di partito contraria al fascismo, ma si concretizzò soprattutto con l’istituzione di
riti nazionali fascisti, come l’anniversario della fondazione dei fasci e l’anniversario della “marcia
su Roma”. Attorno all’evento della “marcia su Roma” era infatti subito fiorita una varietà d’iniziative
che ne volevano esaltare il carattere di grande evento storico, avviandolo già verso una
trasfigurazione epica. Lo stesso Mussolini deliberò di celebrare il primo anno dal suo avvento al
governo in forma solenne e spettacolare. Secondo il programma predisposto dalla commissione e
approvato dal duce, furono organizzati quattro giorni di festeggiamenti, dal 28 al 31 ottobre, con
“grandiose cerimonie” a Milano, Bologna, Perugia e Roma. La glorificazione della “rivoluzione
fascista”, come la definì il giornale mussoliniano, fu una sorta di festa della federazione del
fascismo, una spettacolare rassegna delle proprie forze che serviva ad esaltare i fascisti,
rafforzandone il senso di unità attorno a Mussolini in un momento in cui il partito aveva appena
superato una grave crisi interna, come pure mirava ad impressionare i simpatizzanti e intimorire gli
avversari con l’esibizione della forza armata del PNF e la manifestazione del consenso che le
istituzioni, i combattenti e la popolazione davano al governo e al fascismo. La festa, inoltre,
consacrava formalmente le pretese del partito fascista alla diversità privilegiata nei confronti del
sistema dei partiti e sigillava l’unione indissolubile tra fascismo e Stato nazionale, trasformando una
commemorazione di partito in una festa di Stato.
L’arcangelo mondano
Dopo la marcia su Roma il fascismo accentuò il suo carattere di religione laica, sia nella definizione
ideologica, che nel modo di vivere e praticare l’esperienza politica attraverso miti, riti e simboli.
Nello stesso tempo, però, cercò anche di servirsi della religione tradizionale per spianare la strada
alle sue ambizioni di dominio presentandosi come restauratore dei valori dello spirito e del prestigio
della religione cattolica, dopo un’epoca di agnosticismo, ateismo e materialismo. Fin dal 1921,
accantonando certi atteggiamenti anticlericali, iconoclasti e paganeggianti del primo fascismo,
Mussolini aveva esaltato l’importanza storica della religione cattolica, come potenza spirituale
mondiale di cui gli italiani dovevano essere orgogliosi. Non per questo però i fascisti smisero di
parlare del fascismo come di una religione: anzi non esitarono a fare frequenti confronti fra il loro
movimento e il cristianesimo, con l’intento di orientare verso il culto del littorio, con la suggestione
dell’analogia, un popolo in larghissima maggioranza cattolico.
Il carattere religioso del fascismo fu enfatizzato notevolmente durante la prima fase di governo,
principalmente per legittimare il monopolio del patriottismo e per rivendicare, di conseguenza, il
diritto al monopolio del potere. Ogni avversario del fascismo diventava così un nemico della
“religione della patria”; di qui la pretesa del governo fascista di avere il diritto di perseguire e bandire
chi non si convertiva al culto nazionale, cioè, in altri termini, chi non accettava la versione fascista
di questa religione, e di considerare la devozione al fascismo un atto di dedizione totale e definitivo.
Una teologia politica per lo Stato nuovo
In origine la religione fascista era stata in gran parte espressione spontanea, ad un certo livello di
massa, soprattutto dello squadrismo, riflettendone l’emozionalismo aggressivo e ribelle, un
sentimento di fede comune non ancora subordinato alle regole di una dottrina. La religione fascista,
prima della marcia su Roma, non era ancora stata vincolata dall’obbedienza all’infallibilità di un
capo. Ma salito il fascismo al potere questa situazione divenne incompatibile con la necessità della
disciplina e dell’unità, capisaldi della concezione fascista dello Stato nuovo. Non solo il ribellismo
squadrista doveva essere domato ovunque fosse ancora attivo, ma anche la spontaneità dei simboli e
dei riti doveva lasciare il posto all’istituzionalizzazione del sistema di credenze e valori espressi dal
fascismo. Questa istituzionalizzazione della religione fascista avvenne attraverso il contributo
decisivo apportato all’elaborazione della sua teologia politica dagli intellettuali di formazione
idealistica, che da anni predicavano una crociata culturale per la spiritualizzazione della politica.
Decisivo per l’elaborazione della teologia politica fu l’apporto di Giovanni Gentile e di molti suoi
seguaci, che diedero alla primitiva religiosità dello squadrismo un più robusto sostegno culturale,
convinti che il fascismo fosse la ripresa della rivoluzione morale sognata da Mazzini. Il filosofo
idealista affidava al fascismo e al suo capo il compito di risolvere il problema religioso che aveva
tormentato gli spiriti del Risorgimento, portando a compimento una rivoluzione incompiuta con la
creazione di uno Stato nuovo in cui realizzare in modo totalitario l’integrazione delle masse nella
nazione. Il sincretismo dell’ideologia fascista accoglieva orientamenti diversi al suo interno, ma
nessuno di questi, in realtà, poteva aspirare a presentarsi come un’interpretazione autentica della
“fede” fascista, né mettere in discussione i capisaldi della religione fascista.
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