Liceo Scientifico
“Niccolò Rodolico”
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Francesco Calò
Classe VF
A.S. 2014/15
Analisi storica dell’Ilva di Taranto attraverso opportune riflessioni sul pensiero di Marx, Feuerbach e Zola
Capire come i problemi di oggi non sono altro che errori del passato
Introduzione
Se dovessi dire che il mio è un argomento originale, mentirei a me stesso e a secoli di storia. Il rapporto tra padrone e lavoratori non è mai stato dei più semplici. Non è la prima volta che si parla di diritto al lavoro come miglior modo per crearsi una dignità. Il lavoro deve, per prima cosa, garantire il pieno sviluppo della persona, garantirne, quindi, la salute, la piena soddisfazione nel completare il suo operato, e la felicità. Il lavoro deve permettere il diritto alla felicità, non rendere schiavi e provocare un’alienazione.
Per approfondire questo argomento ho ripreso lo studio, condotto durante il quinto anno di liceo, sul pensiero di Marx e Feuerbach. Entrambi hanno focalizzato la loro attenzione sulla condizione dell’uomo durante la seconda rivoluzione industriale, e sulle necessità che l’uomo deve possedere per il proprio sostentamento e per la propria affermazione. Riprendendo la dottrina di Feuerbach (“l’uomo è ciò che mangia”), Marx afferma:
“Il vivere implica prima di tutto il mangiare, il bere, l’abitazione, il vestire e altro ancora. La prima azione storica è dunque la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni.”
Karl Marx - L’ideologia tedesca
Alla base della storia vi è dunque il lavoro, inteso da Marx come creatore di civiltà e cultura; attraverso esso l’uomo si rende tale e si distingue da tutti gli altri esseri viventi.
Tuttavia, anche se queste problematiche potrebbero risultare già affrontate e risolte in linea teorica, non lo sono nella pratica. Ci sono tuttora numerose realtà nelle quali la dignità e la salute dell’uomo non sono assolutamente rispettate. Non mi sto riferendo agli stati che fanno parte del cosiddetto terzo mondo, poiché anche la nostra Italia, nella quale questi diritti dovrebbero essere tutelati dalla Costituzione, è piena di situazioni disagiate e precarie.
Io ho riportato e analizzato la storia di un contesto che potrà ricoprire pienamente il ruolo di testimone e portavoce di tutte le ingiustizie e le inadempienze nei confronti dei diritti dell’uomo sul lavoro. Sto parlando dell’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa. Intorno a questa si sono verificati imbrogli, truffe, abusi d’ufficio, e associazioni a delinquere finalizzate al disastro ambientale. Non male per una sola città.
Ma ancor più gravi sono state le frodi che questa gente, la famiglia Riva, ovvero i padroni dell’acciaieria, ha commesso ai danni della martoriata cittadina del quartiere Tamburi, che muore, ancora adesso, a causa delle polveri che si innalzano nell’aria dai parchi minerali. L’uomo non riesce a fermare la propria ingordigia di guadagno nemmeno di fronte alla morte e alla malattia.
Dopo aver effettuato un’analisi storica, che comprenda la nascita fino ai recenti sviluppi, ho riportato i dati di una eccellente analisi epidemiologica che conferma, attraverso precisi confronti con quartieri non inquinati, che la presenza di determinati inquinanti genera morte per tumori (42% in più rispetto ai quartieri non contaminati), malattie cardiovascolari (28%), e malattie dell’apparato respiratorio (64%).
La tesina si conclude con un riferimento alle parole piene di fiducia e speranza nel futuro dello scrittore Émile Zola. Vorrei ricordare come la situazione drammatica della miniera Voreux, descritta dallo scrittore francese, sia notevolmente peggiore rispetto a quella di Taranto, tuttavia egli è riuscito a trovare, nel profondo del suo animo, la speranza e la gioia per scrivere queste parole:
“La vera strada per riuscire era che le masse lavoratrici si unissero insieme pacificamente, si conoscessero, si stringessero in sindacati, appena la legge lo consentisse; e il giorno che si trovassero in schiacciante maggioranza, milioni di lavoratori di fronte a poche migliaia di sfruttatori, s’impadronissero del potere, e diventassero i padroni. Ah quel giorno, si segnerebbe il trionfo della verità e della giustizia!” Émile Zola - Germinale
Zola credeva fortemente che quel giorno sarebbe arrivato e avrebbe saziato quella fame di giustizia presente negli animi degli operai.
Marx (1818-1883): cosa dovrebbe essere il lavoro e cosa è in realtà
Partendo da un’analisi globale e oggettiva della società, Marx si propone di descrivere l’uomo qual è realmente. Egli vede l’umanità dal punto di vista scientifico, come una specie evoluta composta da individui associati che lottano per la sopravvivenza.
“Il vivere implica prima di tutto il mangiare, il bere, l’abitazione, il vestire e altro ancora. La prima azione storica è dunque la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni. Alla base della storia vi è dunque il lavoro.” Karl Marx - L’ideologia tedesca
Il lavoro, quindi, è inteso da Marx come creatore di civiltà e cultura e come ciò attraverso cui l’uomo si rende tale e si distingue da tutti gli altri esseri viventi. Di fatto gli uomini si distinguono dagli animali nel momento in cui cominciano a produrre i loro mezzi di sussistenza.
Marx sottolinea come, in realtà, nella società capitalista esista una marcata disuguaglianza tra operai e padroni. La conseguenza di ciò è l’arricchimento degli industriali capitalisti a scapito della classe operaia, il cui lavoro risulta fonte di alienazione e asservimento.
L’alienazione economica si identifica con la situazione dell’operaio nell’ambito della società capitalista. Questo fenomeno presenta quattro aspetti fondamentali:
- Alienazione rispetto al prodotto dell’attività: il prodotto diventa una potenza indipendente dal producente, portando all’annullamento dell’operaio, che diventa schiavo dell’oggetto e perde progressivamente la sua identità.
- Alienazione rispetto all’attività stessa: che assume la forma di lavoro imposto in cui l’operaio non si afferma ma si nega, sentendosi infelice e non appagato. L’attività non è considerata come soddisfazione psicofisica, nella quale l’uomo si sente realizzato e consapevole del proprio valore inestimabile, ma soltanto come mezzo per appagare bisogni fisici condivisi anche con gli altri animali, come il dover mangiare e bere. L’operaio lavora per sopravvivere e non per vivere. Quindi il lavoro, in questo caso, garantisce il benessere di una sola persona: il capitalista.
- Alienazione rispetto alla propria essenza: nel mestiere che compie, l’operaio non trova se stesso, tanto che si sente bestia quando dovrebbe sentirsi uomo, ovvero nello svolgere un lavoro di utilità sociale, e viceversa, si sente uomo nelle sue funzioni propriamente animali, come cibarsi, dormire, riprodursi. Il lavoro non diventa un luogo dove potersi migliorare, esprimere se stessi, o dove poter innalzare il proprio animo verso obiettivi più importanti, degni di maggior attenzione, ma è un luogo dove il lavoratore si sente bestia, costretto a compiere un lavoro imposto e ripetitivo, che quindi non stimoli la capacità che lo distingue dagli altri animali, ovvero la creatività.
- Alienazione rispetto al prossimo: l’occupazione rende conflittuali i rapporti con il capitalista, che gode del frutto dell’attività dell’operaio, e con i propri colleghi, considerati rivali da disprezzare e oscurare agli occhi del datore di lavoro.
In conclusione, tutti gli uomini dovrebbero avere il diritto di realizzare sé stessi nella propria attività, che dovrebbe gratificare l’individuo e rispecchiarne la personalità.
Feuerbach (1804-1872): l’uomo è ciò che mangia
La filantropia, ovvero l’amore verso l’uomo, è uno degli aspetti più caratteristici della filosofia di Feuerbach. Egli è convinto che non esista alcun Dio da amare quanto si dovrebbe amare il prossimo. L’uomo diviene lo scopo dell’analisi filosofica. Feuerbach ha una considerazione precisa e concreta dell’uomo: egli non è materia ideale e astratta, ma è “un essere di carne e di sangue” (Principi della filosofia dell’avvenire), che risulta condizionato dal corpo e dalla psiche.
Secondo la profonda analisi di Feuerbach, l’uomo non è indipendente, ma strettamente legato e influenzato dalla presenza indispensabile di due entità:
- L’io non può stare senza il tu: l’uomo non può vivere senza l’amore dell’altro e non può vivere senza amare il prossimo.
“Le idee scaturiscono dalla comunicazione, solo dalla conversazione dell’uomo con l’uomo. L’uomo si eleva al concetto, alla ragione in generale, non da solo, ma insieme con l’altro. […] Di quello che vedo da solo non posso fare altro che dubitare: è certo soltanto quello che anche l’altro vede.” Feuerbach - Principi della filosofia dell’avvenire
Questa dottrina è un passo in avanti notevole verso il progresso e lo sviluppo di un mondo globalizzato, dove non esistono disuguaglianze e ciascuno ha gli stessi diritti e doveri.
- L’uomo è ciò che mangia: “La fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico, ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della coscienza”. Con queste parole, scritte in una recensione del 1850, Feuerbach deduce la tesi secondo cui “l’uomo è ciò che mangia”. Erroneamente intesa come una forma di riduzione materialistica dell’uomo, tale dottrina è oggi ampiamente rivalutata, essendo chiaro che essa pone piuttosto l’accento sull’unità psicofisica dell’individuo. Alcuni scienziati, tra cui l’oncologo Umberto Veronesi, hanno osservato che questa tesi è confermata da numerose ricerche biomediche, che si delineano l’obiettivo di definire come le abitudini alimentari possano aumentare o diminuire l’insorgenza di alcune patologie.
Per Feuerbach era chiaro il fatto che, se si vogliono migliorare le condizioni psicofisiche di un popolo, bisogna innanzitutto migliorare le condizioni materiali, quindi alimentazione, diritto alla salute, e il diritto al sostentamento di una famiglia, di una casa e di se stessi.
Quest’ultimo punto di vista potrebbe sembrarci banale e scontato. Tuttavia ci sono numerose persone che non la pensano così. I cittadini di Taranto hanno le abitazioni gremite dalle polveri dell’acciaieria Ilva. Non penso assolutamente che il loro diritto alla salute sia stato rispettato.
Breve premessa storica sulla nascita dell’IRI
Nel 1933, l’economia italiana subì un duro colpo a causa della grande crisi mondiale del ’29, il crollo della borsa di Wall Street: l’agricoltura non riuscì a vendere agli altri Stati i propri prodotti a causa del brusco calo delle esportazioni; le imprese industriali furono obbligate a varare nuovi tagli dei salari; la disoccupazione passò da 300.000 unità del ’29 a 1.300.000 nel ’33; e l’intero sistema bancario rischiava un collasso senza precedenti.
La risposta del regime fascista di Mussolini fu quella di attuare una serie di interventi diretti e indiretti dello Stato con lo scopo di garantire la sopravvivenza almeno delle principali imprese.
Nel 1933 nasce l’IRI (Istituto Ricostruzione Industriale), con il compito di sostituire le banche, tra cui la Banca Commerciale e Credito Italiano, nel sostegno alle industrie in crisi. Attraverso l’aiuto di fondi statali, l’IRI divenne il principale azionista delle banche e ne rilevò le partecipazioni industriali.
Quindi, nel giro di un anno, lo Stato si ritrovò a dover gestire le entrate delle principali banche e imprese con aziende come Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, SIP, SME, Terni, ed Edison.
Dovendo gestire l’ILVA, lo Stato ebbe il pieno controllo di tutta la siderurgia italiana costituita dagli altiforni di Portoferraio, Piombino, Bagnoli e Cornigliano.
Nei progetti originari, il compito dell’Istituto avrebbe dovuto essere transitorio, limitandosi al risanamento delle imprese in crisi in vista di una loro riprivatizzazione. Tuttavia questa divenne impraticabile e l’IRI divenne un ente statale permanente fino al 1992.
L’IRI suddivise, nel 1937, il suo enorme e complesso insieme di aziende sotto aree merceologiche: la Finsider per la siderurgia, la Finmare per i servizi marittimi e la STET, che operava nel settore delle telecomunicazioni. Nel dopoguerra nacquero la Finelettrica, la Finmeccanica e la Fincantieri. Quest’ultime due ancora statali.
La Finsider, con il piano Sinigaglia, farà nascere l’Italsider di Taranto, che poi sarà privatizzata da Riva nel 1995.
La nascita del quarto importante stabilimento siderurgico
“Questo posto è bellissimo, è come stare ai tropici”. Otto mesi prima d’essere ucciso Walter Tobagi guardò il cielo colorato di rosso e il sole infilarsi lentamente sotto la linea del mare. Dietro di lui c’erano gli impianti industriali e il fumo delle ciminiere, davanti lo spettacolo del tramonto.
Dove si può trovare una cosa del genere? Dove una fabbrica è più grande della città in cui fu costruita? Dove è avvenuto un miracolo economico di queste proporzioni e sono state tradite tante speranze? Dove centinaia di migliaia di persone hanno osservato, senza muovere un dito, uno stravolgimento così grande?” Tonio Attino - Generazione Ilva
Piano Sinigaglia
Prima della nascita, nel 1961, dello stabilimento tarantino, il punto di massimo di produzione dell’acciaio in Italia si era avuto nel 1938. Il triennio successivo ha visto un continuo calo della produzione dell’acciaio, fino ad un crollo nel 1945, ed un parallelo aumento della produzione di ghisa. È in questi anni, quindi, che matura nel Paese un dibattito sul rilancio della produzione siderurgica che porterà all’attuazione del cosiddetto Piano Sinigaglia nel 1948.
Il piano prende il nome da Oscar Sinigaglia, ingegnere ed ex presidente della Finsider. Egli, per mantenere bassi i costi di produzione, puntava a produrre in stabilimenti dalle grandi dimensioni. Il governo democristiano e gran parte della sinistra comunista, incluso Giorgio Napolitano, era favorevole alla proposta. Soltanto Italia Nostra, nata nel 1955 a Roma, l’avanguardia dell’associazionismo ambientalista nel Paese, e Giorgio Amendola, proveniente dalla sinistra comunista, erano contrari ai grandi impianti industriali e più favorevoli ad una politica d’investimenti sull’agricoltura. Tuttavia l’opposizione era insufficiente e il Piano Sinigaglia fu notevolmente accolto.
Nel 1948 c’erano tre grandi centri siderurgici: Bagnoli, Piombino e Cornigliano, Genova. Questi vennero ammodernati e potenziati. Tuttavia la grande impresa del piano Sinigaglia sta nell’aver costruito da zero un nuovo grande centro siderurgico, l’Italsider di Taranto, che dopo soli dieci anni sarebbe diventato il più grande d’Europa, esteso per più di 1500 ettari, che corrispondono a 2100 campi da calcio. Due volte più grande della città stessa.
Perché costruire un nuovo centro?
La creazione di un nuovo stabilimento si è resa necessaria principalmente per due significative ragioni: un forte aumento dei consumi nel Paese, la FIAT viveva i suoi migliori anni di crescita e di sviluppo, e la necessità di un nuovo ciclo di investimenti statali per poter rinnovare il sistema economico italiano.
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