Tra ideale, reale e degenere
Da quando l’uomo è al mondo non ha mai smesso di desiderare la felicità assoluta, lasciandosi andare alla continua speranza che questa fosse realizzabile.
Una felicità che fosse concreta solo se realizzata all’interno di una esperienza collettiva e ordinata da leggi, o più genericamente da un’etica, in quanto a livello individuale, cioè in una condizione di totale assenza di istituzioni, questa si sarebbe tradotta nel compiacimento della continua vittoria sull’altro in termini di conflitto, e non avrebbe mai saputo compensare la paura e l’angoscia che ne sarebbero derivate.
Utopia: “luogo ideale inesistente”
Questa forma di stato ideale delle cose è detta “utopia”, termine che venne coniato per la prima volta dall’estro fortunato di un umanista e filosofo inglese del Cinquecento, Thomas More, e deriva dall’unione di due parole greche e dalla corrispondenza fonica di queste in lingua inglese: “ou topos”, cioè “non luogo”, ed “eu topos”, “luogo felice”. Il risultato sarebbe quindi “luogo ideale che non esiste”, una realizzazione di quella felicità assoluta e collettiva di cui si parlava prima, in risposta ad una esistenza che rimane irrazionale e caotica anche se calata in qualsiasi degli esperimenti governativi testati dalla nascita della civiltà fino ad oggi.
“L’Utopia” di More
Nell’opera, More immagina un’isola-regno, dal nome appunto di “Utopia”, e lo fa partendo dalla critica ai meccanismi sociali, economici e politici dell’Inghilterra cinquecentesca.
L’intero testo consta di due sezioni: una prima nella quale parla della “città reale”, prendendo in esempio proprio il modello britannico a lui coevo, mentre nella seconda egli descrive la “città perfetta”, come risposta ideale all’avidità ed alla fitta rete di compromessi e contrasti sociali che caratterizzano lo stato reale delle cose.
Tale città perfetta, appunto l’isola di Utopia, è composta da 54 distretti, che rimandano alle 54 contee inglesi, ma a differenza dell’Inghilterra, questa adotta un’innovativa soluzione: l’abolizione della proprietà privata.
In questo modo i beni vengono comunemente condivisi, il commercio non ha più senso di esistere, e tutto il popolo è impegnato a lavorare la terra per circa sei ore al giorno, fornendo all’isola tutto ciò di cui ha bisogno senza ricorrere allo sfruttamento, e garantendo così la stabilità e la felicità assoluta tanto agognata.
Thomas More è quindi in un certo senso un anticipatore delle teorie comuniste.
Ma tale condizione di appagamento è davvero realizzabile?
La felicità va cercata nell’utopia, o può essere trovata nella realtà?
Può il desiderio di utopia portare ad un risultato esasperato?
Marx (idea)
Risponderemo alla prima domanda proprio attraverso il filosofo del comunismo per eccellenza, perché fu soprattutto nell’Ottocento che l’utopia assunse i connotati di una soluzione in senso strettamente sociale e politico, di carattere a-religioso o persino totalmente antireligioso, che mirasse a stravolgere gli equilibri delle istituzioni reali.
Si iniziò insomma ad indicare i fondamenti delle idee morali e politiche senza dover ricorrere alla metafisica, ma proponendo realistiche soluzioni pratiche per conseguire il cambiamento. È infatti noto come una caratteristica peculiare del filosofo di Treviri fosse quella di far coincidere “teoria” e “prassi”, in un ragionamento che fosse sempre calato nel contesto storico sociale, ma soprattutto atto a stravolgere gli equilibri sociali del capitalismo.
Per capire ciò che Marx intende per comunismo occorre analizzare l’essenza di quel capitalismo che nel comunismo troverà la sua opposizione più radicale. Egli infatti attribuisce a tale sistema economico borghese la negativa istanza dell’alienazione, in quanto separa l’oggetto prodotto da colui che lo produce, lanciandolo in automatico su un mercato che non è suo compito comprendere o gestire, determinando così una separazione nello stesso tessuto sociale, nel quale gli uomini si spartiscono in maniera ineguale tra classe dominante, i detentori dei mezzi di produzione, e classi dominate, cioè la forza lavoro.
Questa divisione porta fatalmente a delle crisi in quanto il proletario viene privato delle proprie qualità da uomo, e viene applicato per le proprie qualità da bestia.
La soluzione al capitalismo, secondo Marx, ma come abbiamo visto anche secondo More, sarebbe l’abolizione della proprietà privata, atta a sconvolgere gli equilibri economici sacralizzati della classe borghese, per demolire le stesse fondamenta dell’edificio “Stato”.
Ma tale provvedimento, come vedremo nel “Manifesto del partito comunista” del 1848, è possibile solo grazie ad un’insurrezione da parte della classe proletaria e la seguita instaurazione di una dittatura del proletariato.
Il comunismo si configura come estremità opposta al sistema di produzione capitalista: nella società comunista non esisteranno più classi e lotta di classe, non esisterà più la separazione tra l’oggetto prodotto e il produttore, i mezzi di produzione saranno di proprietà comune, e non vi saranno né mercato né concorrenza, in quanto ogni cittadino avrà diritto al lavoro ed al proprio sostentamento, solo secondo i propri bisogni e le proprie capacità, sarà questa la regola fondamentale della nuova società: “secondo i propri bisogni e le proprie possibilità”, al posto di un ipocrita “la legge è uguale per tutti”.
La sua utopia non è quindi molto diversa dall’idea moriana, ma egli è il primo a proporla come ideale realizzabile, rintracciando la dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione come il motore della storia, e attraverso lo studio dell’economia capitalista intrapreso ne “Il Capitale”, nel quale mette a nudo i celati meccanismi che impediscono tale utopia.
Da questo ne deriva che anche la sovrastruttura ideologica della società, da sempre espressione del sistema economico guidato dalle classi dominanti, verrà definitivamente smantellata, per cui non saranno più necessari né lo Stato né la religione, né qualsiasi altra espressione del dominio di una classe sull’altra.
Il comunismo, per Marx, è una legge necessaria, una tappa obbligata dello sviluppo storico che non trae origine da ideali astratti presenti arbitrariamente nella coscienza degli uomini, ma trae la sua legge dall’evidenza stessa dei dati pratico-empirici dell’economia.
Secondo Marx il comunismo è quindi la naturale e necessaria soluzione del capitalismo in un nuovo e definitivo sistema socio-economico finalmente egualitario, dopo secoli di lotte e disuguaglianze.
Nonostante il piano marxista sia massimamente pratico nei termini, esso resta comunque idele nella sua realizzazione, in quanto le “durezze” del socialismo reale novecentesco di opera Staliniana metteranno in evidenza più che mai la natura romanticamente utopica del pensiero del filosofo di Treviri.
Ecco la risposta alla terza domanda:
Stalin (realtà)
La politica sovietica e la prassi comunista cambiarono radicalmente con l’ascesa del successore di Lenin, Stalin, sopraggiunto nel 1922, il quale, affermando di voler rimanere legato alle idee marxiste, diede vita ad uno dei più terribili regimi totalitari della storia.
Stalin ebbe in Russia un ruolo analogo a quello dei suoi oppositori ideologici in Italia, Germania e Spagna, procedendo a sentenze di “morte gratuita”.
Egli si pose come unico garante della dottrina marxista, o meglio marxista-leninista, e della sua corretta applicazione, tanto da non considerare anche la più leggera critica alla stregua del tradimento.
Nel portare avanti in maniera impeccabile gli ideali comunisti, finì per stravolgerli, all’interno di un sistema che alla passione rivoluzionaria del 1917 sostituì il potere degli apparati e l’arbitrio personale sul paese.
La collettivizzazione forzata e la repressione dei movimenti indipendentisti, nonché l’industrializzazione sotto la guida statale non avevano più lo scopo di creare una qualche forma di società socialista.
Materie e argomenti
- Filosofia: Marx e Nietzsche
- Storia: Stalinismo
- Letteratura inglese: Orwell "Nineteen Eighty-Four"
- Letteratura italiana: Pirandello "La nuova colonia"
- Latino: Esiodo "Il mito dell'età dell'oro"
- Storia dell'arte: Architettura utopica (Le Corbusier) e il Futurismo
- Fisica: L'impossibilità del moto perpetuo