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Giappone e Occidente

Due mondi davvero così lontani?

Francesca Benigni, classe V B P.N.I, anno scolastico 2011-2012

Abstract

Il fenomeno del Japonisme, le influenze della tradizione nipponica sulla cultura occidentale, i rapporti di analogie e contrasti tra Giappone e il Vecchio Continente, come tali differenti culture si sono arricchite reciprocamente.

L’importanza dei paesi asiatici a livello mondiale negli ultimi anni è notevolmente aumentata, e sempre più questi agiscono sul piano internazionale ed interagiscono con il resto del mondo. Ma ciò non avviene solamente di recente: i rapporti tra l’Europa e l’Asia sono stati sempre presenti. In particolare nel seguente lavoro si cercherà di focalizzare l’attenzione sullo stato del Giappone, di come questo abbia influenzato culturalmente l’Europa, di quelle che sono le analogie e le differenze che si possono cogliere tra l’Occidente e il paese del Sol Levante e di quelle particolarità che in un futuro potrebbero (e dovrebbero) essere accolte nel Vecchio Continente.

La conoscenza del paese nipponico è relativamente recente rispetto ad altre, ma la civiltà nipponica rappresenta una grande tradizione culturale che, a mio parere, ha lasciato e sta lasciando una grande ed affascinante impronta in quella europea degna di nota. Ovviamente in tale presentazione non potranno essere evidenziati completamente tutti gli aspetti relativi all’argomento, perciò si tratteranno dei motivi più particolari, cercando però di non cadere nell’ovvietà: relativamente alle materie saranno volontariamente ampliati degli argomenti che non sempre si ritrovano sui libri scolastici.

Segue una brevissima panoramica sulla storia del Giappone per meglio affrontare tutto il resto del lavoro.

Breve storia del Giappone

La civiltà giapponese è stata, in ordine di tempo, l’ultima delle grandi tradizioni culturali della storia ad essere conosciuta in Occidente.

(Cit. L’immagine e il segno, Flavia Arzeni, pag. 5)

Forse per cause di natura geografica il Giappone ha vissuto per lunghi secoli in una situazione di forte isolamento culturale rispetto all’Occidente, la quale subì una forte interruzione nel periodo delle esplorazioni europee. Il popolo nipponico vive infatti le sue vicende in stretti rapporti con i popoli dell’area asiatica, come cinesi e coreani, che segnarono profondamente la sua cultura.

Soprattutto la Cina rappresentava un’importante risorsa dalla quale i sovrani giapponesi assorbirono pratiche culturali e religione e imitarono strutture amministrative volte all’organizzazione governativa e del codice penale. Già dall’VIII secolo è possibile parlare della nascita di un forte stato giapponese, basato su una struttura imperiale: il capo dello stato era diretto discendente della divinità scintoista Amaterasu (la dea del sole).

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Col passare dei secoli la società giapponese subì una forte evoluzione e nel periodo medievale (che va dal 1100 alla fine del 1500 ca.), se in Europa prese forza la classe dei cavalieri, in Giappone nacque e si affermò la classe nobile e colta dei guerrieri samurai. I secoli successivi furono animati da lotte intestine e guerre civili che vedevano scontrarsi i clan più potenti del Giappone, e da guerre contro i popoli mongoli invasori provenienti dalla terraferma.

Sommariamente fino al XV secolo l’area nipponica rimase chiusa nella propria realtà: fu solo nel XVI secolo che i primi missionari portoghesi attraccarono sulle coste giapponesi dando il via ad un’intensa attività fatta di scambi commerciali e culturali con l’Occidente. Tali contatti ebbero vita breve poiché già nel 1636 fu inaugurato il periodo isolazionista del sakoku («paese chiuso») che diede due secoli e mezzo di tenue unità politica, conosciuto come Periodo Edo (Edo è l’antico nome della città di Tokyo).

Per quasi duecento anni furono permessi solo pochi e difficili contatti con il mondo occidentale e, solitamente non andavano oltre al puro interessamento scientifico. A questo stato di cose misero definitivamente fine gli interessi commerciali delle Nazioni d’Europa e della nascente Nazione Americana, alla metà dell’Ottocento.

Nel marzo del 1854 il commodoro Perry della marina statunitense riuscì a forzare l’apertura del Giappone verso il mondo occidentale, firmando la Convenzione di Kanagawa.

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Da quel momento in poi il popolo nipponico, col desiderio di avere un «paese ricco ed un’armata potente», passò attraverso una dolorosa modernizzazione di tutto l’assetto del paese. Il Giappone adotta numerosissime istituzioni occidentali tra le quali un sistema legalitario, un esercito moderno ed un sistema parlamentare ispirandosi a quello britannico.

Ben presto l’Impero giapponese divenne una vera e propria potenza mondiale che scelse di intraprendere molte imprese militari per ampliare la sua influenza in Asia (soprattutto Corea e Cina, contro la quale si impegna nel conflitto cino-giapponese del 1894-1895) e per avere accesso a maggiori quantità di risorse naturali.

Negli anni 1904-1905 il Giappone intraprese un conflitto con la Russia, che si concluse con la vittoria del Giappone. Questo esito è chiara mostra dei progressi fatti dal paese in un lasso di tempo che si può considerare relativamente breve: in fondo era la prima volta che una potenza occidentale, e tra le più forti, veniva sconfitta da una nazione asiatica.

Ma l’evento che meglio rappresenta l’entrata sulla scena mondiale del Giappone è sicuramente la Prima Guerra Mondiale, nella quale il paese combatté a fianco degli Alleati. La Grande Guerra permise alla nazione di espandere la propria area d’influenza in Asia e di dare dimostrazione di forza e potenza.

Nel 1920 il Giappone entrò a far parte della Società delle Nazioni, ma ne uscì nel 1933, successivamente all’occupazione della Manciuria e alla sua conquista. Nel 1936 il Grande Impero Giapponese entra al Patto Anti-Komintern con la Germania (al quale si unisce nel 1937 l’Italia) e l’anno successivo dà inizio alla seconda guerra sino-giapponese attaccando la Cina, questo scontro vivrà in parallelo al secondo conflitto mondiale.

Infatti, appena un anno dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale il Giappone dichiara definitivamente il suo schieramento dalla parte di Hitler e Mussolini con i quali viene firmato nel 1940 il Patto Tripartito.

Il disastroso attacco aereo del 1941 alla base navale Pearl Harbour statunitense alle Hawaii, aprì ufficialmente le porte della guerra al Giappone. Inoltre, in conseguenza a quest’attacco, anche gli Stati Uniti entrano in guerra, decidendo così le sorti del conflitto.

Le forze giapponesi, come quelle nazi-fasciste furono respinte e distrutte. Il Giappone fu vittima di imponenti bombardamenti aerei che culminarono con le due bombe atomiche sganciate sulle città di Hiroshima e Nagasaki.

Nel settembre del 1945 Hirohito, l’imperatore dello stato nipponico, ormai distrutto fisicamente e spiritualmente dalla guerra, accettò la resa incondizionata. Dal 1947 fu adottata una costituzione pacifista e il Giappone si prestò alla cooperazione internazionale.

Fino al 1952 il paese rimase occupato dall’esercito delle Nazioni Unite che, grazie ad un intenso programma di sviluppo, permisero la ripresa economica che portò il Giappone al secondo posto tra le potenze economiche mondiali.

Dopo una grave recessione negli anni ’90, a partire dal 2001 il paese ha ripreso a crescere e a recuperare prestigio militare nelle numerose azioni antiterroristiche a fianco degli USA.

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1 L’occupazione delle truppe americane dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale costrinse i giapponesi a perdere gran parte del senso di superiorità derivante dall’essere un popolo discendente dagli dei. L’imperatore Hirohito fu l’ultimo sovrano del Giappone ad essere ufficialmente considerato di origine o natura divina.

Nel gennaio del 1946, pronunciò via radio alla nazione il Tennō no ningen sengen (天 皇 の 人 間 宣 言, “Dichiarazione della natura umana dell’imperatore”), con cui dichiarava formalmente di non essere di natura divina, negando di conseguenza la superiorità dei giapponesi nei confronti delle altre nazioni del mondo.

2 Il trattato aprì i porti giapponesi al commercio con gli Stati Uniti, garantendo la sicurezza per i naufraghi statunitensi e stabilendo un console permanente. Questo fu un trattato ineguale (a questo ne seguono altri Russia, Francia, Inghilterra) imposto al Giappone dalla superiore forza della flotta navale di Perry.

A questo seguì il Trattato di amicizia e di commercio, il Trattato Harris del 1858, che permise l’istituzione di concessioni territoriali, extra-territorialità per gli stranieri, e una minima tassa per l’importazione di merci provenienti dall’estero.

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Il fascismo giapponese

Il fascismo giapponese è un termine utilizzato da alcuni storici per definire il regime politico che si mantenne nell’Impero Giapponese dagli anni trenta fino al termine della Seconda Guerra Mondiale. È in forte analogia con le dittature tedesca ed italiana dello stesso periodo, ma secondo alcuni studiosi è errato parlare di fascismo in Giappone, e preferiscono utilizzare definizioni come Militarismo giapponese o Ultranazionalismo.

Nel seguente lavoro non si vuole dare spazio al dibattito su quest’ultimo argomento, ma, piuttosto, fornire una chiara illustrazione di tutte le analogie e diversità dei regimi totalitari instaurati in Stati così lontani geograficamente ma paralleli, per molti aspetti, in ideologia.

Per convenienza ci si riferirà nel seguente lavoro al regime nipponico degli anni Trenta con il nome di fascismo giapponese, nonostante le divergenze di pensiero, ma unicamente per semplificare la trattazione.

1. Breve excursus storico sull’iter di Mussolini ed Hitler

Sia in Italia che in Germania si instaurano delle dittature totalitaristiche in un periodo di forti tensioni e scontri interni. Nonostante la facilità con cui sia Mussolini che Hitler hanno preso il potere non si può certo negare la violenza con la quale i due uomini abbiano operato per il raggiungimento del loro scopo.

L’Italia uscita dalla Prima Guerra mondiale era in larga scala insoddisfatta delle scarse vittorie di guerra che erano costate grandi sacrifici alla popolazione e, se tra le masse di operai e contadini la protesta si limitava a occupazioni di terre e fabbriche, la classe media imprenditoriale confluisce nel movimento dei Fasci italiani di combattimento.

Da subito il movimento, basato sul risentimento ed il disagio dei ceti medi, assume una configurazione violenta e si organizza localmente in squadroni sotto la guida dei capi chiamati ras.

Per strada viene praticata l’azione violenta con scontri con le sinistre, i sindacati, le Camere del Lavoro e persino singoli. La pratica dello squadrismo si diffonde in Toscana, Emilia, Romagna e Veneto e spesso anche con l’appoggio aperto di magistrature e forze dell’ordine.

Con un’abile mossa Mussolini riesce a far nascere nel 1921 il Partito Nazionale Fascista, con la promessa al presidente Bonomi, di mettere a tacere le violenze. In questo clima quasi terroristico le intimidazioni verso socialisti e antifascisti si fecero sempre maggiori finché non sfociarono nella marcia su Roma del 1922.

Quest’atto di dirompente forza permise a Mussolini di essere incaricato di formare un nuovo governo. Da primo ministro egli dà il via al mutamento delle istituzioni e all’inserimento di nuovi corpi statali che, con la scusa di mantenere la pace sociale, non servirono ad altro se non a trasformare l’Italia in una dittatura (il Gran consiglio del fascismo e la milizia volontaria per la sicurezza nazionale).

Tutte le elezioni che si tennero negli anni successivi, furono segnate da intimidazioni e violenze verso tutti gli oppositori e seguite dallo scioglimento del governo nel caso questo fosse in disaccordo con Mussolini stesso.

Ma è nel momento della divulgazione delle “leggi fascistissime” che meglio si ha idea della fredda manipolazione degli elettori fatta da quello che di lì in poi verrà chiamato “duce”.

Anche in Germania la presa di potere da parte di Hitler non fu certo povera di atti di forte irruenza, già dal primo tentativo di putsch, poi fallito, del 1923.

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Lo stato tedesco stava affrontando un periodo di forte crisi: questo permette all’Nsdap e allo stesso Hitler una veloce ascesa al potere che, come in Italia, è figlia di azione illegale nelle piazze.

Il capo del partito nazista aveva creato la milizia propria della formazione, le SA, e quella personale, le SS. Quando Hitler diviene cancelliere nel 1933, inizia la formazione di un governo autoritario, che nasce in un clima di vera e propria guerra civile.

Di forte impatto fu l’incendio del Reichstag (che venne attribuito ai comunisti ma che fu ordito dallo stesso cancelliere), che permise a Hitler di sospendere la Costituzione e dare pieni poteri al governo.

Mentre la legge faceva l’Nsdap l’unico partito della Germania, Hitler diventava il nuovo Führer uccidendo o incarcerando tutti i possibili personaggi “scomodi”. Quando nel 1934 viene assunta dal cancelliere anche la carica di presidente della Repubblica (e quindi capo dell’esercito) secondo Hitler la via da scegliere è una sola: fare della Germania il Terzo Reich.

2. Considerazioni generali

Da questo breve sunto utile a esprimere con quale violenza i regimi dittatoriali italiano e tedesco si fossero affermati, si inquadra la loro ascesa al potere in una realtà democratica notevolmente debole.

Al contrario in Giappone tutto ciò non era necessario. La figura del dittatore poteva essere sostituita in gran parte dall’imperatore, che era una figura sacra (anche se non era più protagonista diretto e attivo della politica).

Inoltre i diversi membri del governo esercitavano un potere impersonale e deresponsabilizzante ma certamente indirizzato al mantenimento di un potere forte e accentrato. Infatti già da inizio secolo avevano iniziato a farsi strada all’interno del governo, numerosi capi dell’esercito e della marina.

Effettivamente anche in Giappone si ritrovano eventi violenti, come l’assassinio del primo ministro Inukai Tsuyoshi nel maggio del 1932, che segnò la fine dei governi di partito, ed il cruento tentativo di colpo di stato del febbraio 1936 a opera dei giovani ufficiali della fazione radicale che, pur represso, diede l’occasione per l’assunzione dell’egemonia politica da parte dell’esercito.

Questa non fu però mai completa, e fu il principe Konoe come Primo Ministro, in quanto personalità in grado di garantire la coesione delle elite al potere, a portare a termine, nel 1940, la costituzione dello stato totalitario, con lo scioglimento dei partiti e il loro assorbimento nella Associazione per il sostegno al governo imperiale.

Dopo tale rivolta militare che fu repressa, l’Imperatore riuscì a recuperare il potere ma è pur vero che il suo ruolo e le sue responsabilità nella guerra furono più volte riconsiderate: sono state le varie pressioni di un governo militarista a spingere l’Impero asiatico in guerra.

Da ciò si deduce che mentre in Europa le dittature erano strettamente legate al Duce ed al Führer che avevano il potere e lo esercitavano essenzialmente personalmente, in Giappone il ruolo dell’Imperatore Hirohito non ebbe la solita valenza: era sì, idolo delle masse ma non aveva per sé pieno potere decisionale, mentre altri dittatori assunsero pieni poteri a proprio nome.

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Ecco perché da molti studiosi e storici, il periodo giapponese tra gli anni Trenta e Quaranta è definito “Tennosei-fashizumu”, ovvero “fascismo del sistema imperiale”.

E questo è anche il motivo per cui in Giappone non ci fosse stata la necessità di legalizzare la presenza di un partito unico come in Italia e Germania, rispettivamente nel 1921 e nel 1933.

Inoltre, mentre in Europa il passaggio dal partito unico era essenziale per il mantenimento del potere, in Giappone non era necessario: era già forte l’indirizzamento della popolazione in associazioni civili e politiche che erano largamente legate al governo.

Inoltre in Giappone la figura dell’Imperatore era già “eroica” ma perché sacra, e per ciò cara alle masse. Mussolini ed Hitler ebbero invece il bisogno di divenire gli “eroi delle masse”, di fare successo e divenire le carismatiche e celebri figure tanto acclamate.

Proprio per questo dovettero far largo uso dei mass media, interessarsi alla cultura e non solo: il loro interessamento è anche ad una politica economica di stampo socialista, per accogliere il consenso di tutti gli strati della popolazione.

Effettivamente in Giappone vissero due partiti dichiaratamente fascisti e riconosciuti come tali dal congresso fascista di Montreux, il Tōhōkai ed il Kokumin Domen, partiti assolutamente minoritari e guardati con sospetto dai governanti giapponesi.

Ma già nel 1943 il leader del Tōhōkai fu arrestato con l’accusa di aver tramato colpo di stato per rovesciare il regime di Hideki Tojo, ed il partito fu sciolto.

3 Egli fu Primo Ministro nel triennio 1937-1939 e dal 1940 al 1941. Era un nazionalista convinto e sponsorizzò l’entrata in guerra del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, firmando il Patto Tripartito con Mussolini e Hitler.

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Sintesi
  • Storia: Confronto regimi nazista e fascista con il regime giapponese degli anni trenta
  • Storia dell'arte: Influenza dell'arte giapponese sulla corrente impressionista
  • Filosofia: Accostamento tra Ungaretti e la poesia haiku giapponese
  • Scienze: I terremoti e l'edilizia antisismica in Giappone
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