Istituto omnicomprensivo “Salvatorelli-Monteta”
Liceo scientifico – Marsciano (Perugia)
RO 1
Indice
- Nietzsche: follia come superomismo... 3
- Pirandello: follia come via d’uscita... 8
- L’arte usata come strumento di evasione dalla realtà: Edvard Munch... 12
- L’antisemitismo di Hitler e la follia del popolo tedesco... 15
- Carteggio tra Einstein e Freud. La guerra: la più crudele e pazza forma di conflitto tra gli uomini... 18
- La follia presentata come patologia: “Asylum” di Patrick McGrath... 19
2
Nietzsche: follia come superomismo
Dobbiamo, di tanto in tanto, riposarci dal peso di noi stessi, volgendo lo sguardo là in basso su di noi, ridendo e piangendo su noi stessi da una distanza di artisti: dobbiamo scoprire l’eroe e anche il giullare che si cela nella nostra passione della conoscenza, dobbiamo, qualche volta, rallegrarci della nostra follia per poter stare contenti della nostra saggezza.
[Gaia Scienza, Aforisma 322]
Secondo Nietzsche l’uomo dovrebbe volgere più spesso le spalle a se stesso con un occhio distaccato, da artista, riscoprire l’eroe e il giullare che è celato dietro ogni individuo, abbandonare schemi, etichette, disfarsi della morale ed elogiare la follia. Si deve rallegrare della sua follia per raggiungere saggezza e sapienza.
Il filosofo è ritenuto folle dagli altri che non lo capiscono: in realtà è colui che, avendo meno razionalità, arriva prima alle verità. Dirà Nietzsche in Zarathustra “Sono venuto troppo presto” e i tempi non sono maturi per comprenderlo.
Nietzsche è un filosofo tedesco nato a Rocken nel 1844 e morto nel 1900, proviene da una famiglia molto religiosa e il padre è un pastore protestante. Fondamentale per comprendere la sua filosofia è la sua vita. Di famiglia benestante, dopo la morte del padre (probabilmente un tumore o la stessa malattia cerebrale che colpirà il figlio) si trasferisce nella vicina Naumburg, dove intraprende lo studio di classici. Entra poi in contatto con la filosofia di Platone e di Shopenhauer dei quali rimane profondamente colpito e affascinato, tanto da influenzare tutta la sua futura produzione. Nel 1869 ottiene la cattedra di letteratura greca e di filologia all’Università.
Nel 1870 Nietzsche tiene delle conferenze a Basilea che preannunciano il suo primo volume, La nascita della tragedia: quest’opera non riscuote però successo in quanto ha un taglio più filosofico che filologico. Per motivi di salute (emicranie frequenti e dolori agli occhi), ma anche indubbiamente per dedicarsi con assiduità ininterrotta alla sua attività filosofica, Nietzsche all’età di trentaquattro anni abbandona l’insegnamento.
Inizia così la sua esistenza da perfetto apolide, egli stesso si definisce “viandante”: senza casa e senza patria si sposta da un Paese all’altro, dalla Francia, alla Svizzera, fino all’Italia.
3
È proprio a Roma, nel 1882, che incontra, grazie ad un’amica scrittrice, Lou von Salomé, una giovane studentessa russa in viaggio d’istruzione attraverso l’Europa. Si danno appuntamento presso la Basilica di San Pietro e Nietzsche la saluta dicendo “Da quali stelle siam caduti per incontrarci qui?”. Salomé rifiuta una proposta di matrimonio da parte del filosofo (come aveva già fatto con Paul Rée, presentatole da Nietzsche e con il quale si era formato una sorta di rapporto triadico sentimentale-filosofico). Questo rapporto prosegue all’incirca due anni, pieno di intensi scambi affettivi e culturali, ed è la testimonianza di una delle rare esperienze sentimentali del filosofo con una donna.
In questo periodo entra inoltre in amicizia con Wagner, instaurando non solo rapporti “intellettuali” con il musicista, ma anche personali.
A Torino, per la prima volta nel 1889, avvengono il famoso crollo mentale e la prima crisi di follia in pubblico: in data 3 gennaio, mentre si trova nei pressi della sua abitazione, vedendo un cavallo fustigato dal cocchiere della carrozza che stava trainando, abbraccia l’animale, piange e infine lo bacia. Cade poi a terra urlando in preda a spasmi.
Questo suo comportamento è stato largamente studiato e alcune ipotesi rivelano la possibilità di una malattia contratta dal rapporto con una prostituta, più in particolare la sifilide allo stato terziario, che avrebbe causato una paralisi progressiva. L’ipotesi viene tuttavia screditata dal Dottor Leonardo Sax, il quale nota l’assenza dei sintomi tipici della malattia. Secondo Sax, Nietzsche aveva un meningioma, un tumore benigno, posizionato sul nervo ottico, e questo gli aveva procurato le emicranie, lo spostamento del bulbo oculare e la cecità dall’occhio destro, le paralisi e i disturbi oculari (ricordando che il padre di Nietzsche era probabilmente morto per un tumore cerebrale o comunque una malattia neurologica). Altre ipotesi indicano un disturbo bipolare, degenerato in follia, o un avvelenamento da farmaci neurotossici come il mercurio e da altri farmaci per curare le emicranie.
Jaspers, filosofo esistenzialista, riprenderà le cartelle cliniche di Nietzsche e appoggerà l’ipotesi della sifilide.
Biglietti della follia
Nello stesso periodo della malattia, il filosofo scrive i Biglietti della follia. Si tratta di una serie di lettere inviate dal filosofo a partire dal 3 gennaio agli amici e conoscenti, ma anche a personalità di grande rilievo, nelle quali la sua crisi mentale appare in uno stato avanzato. Questi scritti vengono chiamati “della follia” poiché, anche se lo stile è simile a quello delle opere precedenti, appare evidente il loro contenuto squilibrato: persino la grafia costituita da enormi lettere è ben diversa dall’abituale modo di scrivere di Nietzsche caratterizzato dall’uso di abbreviazioni, salti di lettere e consonanti che, pur essendo difficile da leggere, risultava ancora comprensibile.
I biglietti sono firmati con degli pseudonimi: Dioniso, Il Crocifisso e L’Anticristo.
Dioniso è la divinità che, presa consapevolezza delle grandi menzogne che illudono l’uomo e della tragicità della vita stessa, canta e balla sopra la tragedia. È il dio dell’istinto, dell’oblio, della gioia, del coraggio, della coralità; è colui che dice “si” alla vita. Questa personalità è presa in esame nel primo scritto di Nietzsche, La nascita della tragedia, secondo cui la tragedia sarebbe il risultato dell’incontro e il successivo equilibrio di due spiriti opposti ma allo stesso tempo complementari: apollineo e dionisiaco.
Per quanto riguarda Il Crocifisso e L’Anticristo, a primo impatto si potrebbe pensare ad una contrapposizione tra i due termini, dove l’uno esclude l’altro. In realtà Nietzsche, nell’opera L’Anticristo, dopo aver criticato il Cristianesimo e la morale degli schiavi fondata su anti-valori come fratellanza, umiltà e compassione, distingue il Gesù storico e il Cristo della fede. Gesù è veramente esistito e storicamente morto, mentre Cristo è un’invenzione degli apostoli (a partire da San Paolo) che, non accettando la morte di Gesù hanno introdotto il Messia, la redenzione. Non sono riusciti a stare ai piedi della croce, senza dare un senso, così hanno creato la Chiesa con tutta la sua gerarchia per colmare questo vuoto. Nietzsche condanna gli ebrei che hanno ucciso Gesù e dice che di cristiano ne è vissuto uno solo ed è morto sulla croce. Tutto il resto, la “mala novella”, è stata creata dagli Apostoli. Gesù è visto come uno spirito libero e ribelle, va contro i valori della gerarchia ebraica a lui contemporanea, a tal punto di essere processato e crocefisso; è venuto per insegnare agli uomini come vivere e per liberarli dalla visione di un dio giudice. È affascinato da Gesù come persona.
4
Questo spiega i due pseudonimi usati nelle lettere. Gli amici, destinatari dei biglietti di Dioniso – Crocifisso, pensano di avere a che fare con istrione impazzito. In realtà non sbagliano, e Nietzsche stesso è consapevole di esserlo.
La sua malattia ha probabilmente influenzato la sua filosofia; dando un carico alla nave, quest’ultima è resa più stabile e può andare più in profondità.
Nietzsche si scaglia con violenza contro Socrate, padre del pensiero razionalistico occidentale, colpevole di aver incatenato la vita alla religione del concetto e ai valori morali. Di conseguenza Nietzsche rivaluta il pensiero presocratico, inaugurando una tendenza tipica della filosofia contemporanea, ed elabora un pensiero che non procede per deduzioni razionali attraverso l’uso di concetti: nelle opere di Nietzsche compaiono piuttosto delle “figure” (il superuomo) o improvvise folgorazioni (l’eterno ritorno), che Nietzsche si limita ad affermare, senza alcuna pretesa dimostrativa.
È del resto una pretesa del pensiero razionale che le cose debbano avere un senso univoco e oggettivo, che si esprimerebbe attraverso il concetto: per Nietzsche, al contrario, non bisogna cercare il senso nelle cose, bensì piantarvelo dentro. Particolare è altresì lo stile nietzschiano, che rifiuta le forme del saggio e del trattato, per esprimersi attraverso aforismi, enigmi e poemi in prosa.
Il pensiero di Nietzsche è, assieme a quello di Shopenhauer e di Kierkegaard, la spia di una profonda crisi della Ragione che inizia nella seconda metà dell’Ottocento, e che mette progressivamente in discussione molte delle certezze elaborate dal pensiero filosofico.
La prima delle grandi menzogne di cui parla Nietzsche è quella che ritiene l’uomo essenzialmente ragione. In La nascita della tragedia, afferma che l’avvento della razionalità con Socrate e Platone ha causato il declino della tragedia e di conseguenza di tutto il pensiero occidentale. L’equilibrio tra dionisiaco e apollineo, tra coralità e singolarità, tra caos e stasi, viene rotto dall’introduzione di un terzo elemento: la razionalità. Apollineo e dionisiaco sono una sorta di fenomeno e noumeno schopenhaueriani: il dionisiaco è la tragicità della vita che non tutti riescono a sopportare, mentre l’apollineo è ciò che rende vivibile il dionisiaco, è il Velo di Maya che nasconde la verità che è dolore.
Nietzsche presenta la figura del folle come colui che, avendo meno razionalità, comprende prima la verità. Il filosofo è ritenuto come folle, e il suo primo compito è quello di smascherare la verità che è essenzialmente tragicità. Follia intesa quindi non come malattia, ma come azione controcorrente che viene reputata folle dagli altri, che non la comprendono e ridono; la loro risata però inconsapevole, sono degli illusi, degli sciocchi, a differenza di Dioniso che ride sopra la tragedia.
L’uomo dovrebbe prendere atto della naturale casualità degli eventi e dell’assenza del “mondo delle idee”; è necessario capire che, come dice il filosofo, Il rimedio è stato peggiore del male, ovvero la formulazione di rimedi metafisici per cercare di comprendere e dare una definizione del caos ha allontanato ancor più l’uomo dalla verità, dal reale che non è altro che caos allo stato puro, indeterminatezza; combattere l’ignoto significa allontanarsi dalla vita.
Bisogna però rendersi conto che questo evento, la morte di Dio, coincide con la perdita di ogni punto di riferimento, con l’assenza di un orizzonte veritativo capace di fornire l’orientamento necessario all’esistenza, conducendo così alla follia.
In un passo della Gaia Scienza, nell’aforisma 125, è presente la figura di un folle che si reca al mercato per annunciare la morte di Dio ed anticipa la figura del Superuomo.
“L’uomo folle. – Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dei, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”.
6
A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. “Vengo troppo presto – proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.
Il primo elemento che salta all’occhio da una prima analisi dell’aforisma è il riferimento diretto al mondo della filosofia greca. L’uomo in tunica, l’uso della lampada, l’aggirarsi per una piazza (forse una agorà), il ripetere una frase simile a quella del cinico (“Cerco l’uomo”).
Diogene. Tuttavia le luci, l’ossessività dell’Uomo Folle, le domande e le burle dei presenti sfatano in fretta questa prima impressione.
Il folle è la rappresentazione paradigmatica di un profeta antico. Vaga per la piazza con una lampada accesa di giorno gridando “Cerco Dio!”. Gli uomini presenti, tutti concentrati nelle loro attività al mercato, ridono di lui: perché cercare Dio in un’epoca atea? Perché cercare il nulla? Non si rendono conto di essere loro, in realtà, i veri folli.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Tra genio e follia, tesina
- Filosofia: Nietzsche: follia come superomismo
- Italiano: Pirandello: follia come via d’uscita
- Arte: l’arte usata come strumento di evasione dalla realtà: Edvard Munch
- Storia: l’antisemitismo di Hitler e la follia del popolo tedesco
- Carteggio tra Einstein e Freud. La guerra: la più crudele e pazza forma di conflitto tra gli uomini