Luigi Fontana VB
Tesina esame di Stato
“ITC Battisti”
Sede succursale
Anno scolastico 2013-2014
Fallimento Argentina 2001
Indice
Mappa concettuale 3
Fallimento Argentina
- Origine della crisi: il piano di convertibilità 4
- L’economia argentina tra il 1999 e il 2002 5
- Gli effetti e le cause della crisi del 2001 7
- Anni successivi alla crisi 9
Banco Ambrosiano 11
I vecchi e i giovani 12
Crisi aziendale: risanamento, cessione e fallimento
13
Mercosur 14
Globalisation 15
Bibliografia 16
Crisi aziendale: risanamento, cessione e fallimento
International Monetary
Mercosur found, globalisation
Fallimento
Argentina 2001
I vecchi e i giovani Banco Ambrosiano
(Pirandello)
Origine della crisi: il Piano di Convertibilità
Nel 1991 è stato avviato il Piano di Convertibilità, ossia un programma di riforme studiate per raggiungere la stabilità economica attraverso politiche di liberalizzazione del commercio e un ampio piano di privatizzazioni, in modo da fare uscire l’Argentina dalla fase di recessione in cui era piombata a causa di un elevato livello di protezionismo e un marcato statalismo.
Con questa legge si è introdotta la parità fissa tra peso argentino e dollaro USA con l’obiettivo di bloccare l’inflazione che nel 1990 aveva raggiunto livelli elevatissimi. Tuttavia proprio questo provvedimento sembra essere la ragione scatenante della crisi del Paese. Originariamente le idee cardine della riforma del Piano di Convertibilità hanno avuto enorme successo, tanto da far superare all’Argentina la crisi del Messico, negli anni 1994-1995, che si era ripercossa sull’intero mondo latino americano, e il crollo delle borse asiatiche.
Nel corso degli anni ’90 Buenos Aires ha potuto godere di un alto tasso di sviluppo che ha coinvolto tutte le risorse del Paese così che dal 1994 al 1996 si è registrato un raddoppio delle esportazioni sostenuto grazie ad una buona rete infrastrutturale dei servizi, a un basso costo di manodopera di buon livello, ai larghi incentivi alle imprese estere decisi dal Governo.
Questi incentivi hanno permesso forti investimenti stranieri diretti verso l’Argentina e più in generale verso il Mercosur, l’organizzazione economica cui fanno parte anche il Brasile, l’Uruguay ed il Paraguay. Quest’area economica commerciale latino americana è considerata una premessa importante per lo sviluppo di una regione che dispone di grandi potenzialità come l’Argentina, che ha potuto così attirare investitori da tutto il mondo per soddisfare i tassi di sviluppo della sua economia e per raggiungere un livello basso d’inflazione.
Infatti, nel 1996 il tasso d’inflazione era pari allo 0,4%, mentre nel 1998 la percentuale di crescita prevista era pari al 4,2%.
I settori maggiormente interessati e coinvolti nella riforma strutturale del Piano sono stati: il settore industriale (automobili, alimentari, chimica), le telecomunicazioni, l’energia, le miniere, le costruzioni, il settore finanziario e infine il turismo. Tali settori hanno potuto registrare un vero e proprio “boom” a seguito della liberalizzazione delle importazioni.
In sostanza gli anni ’90 mostrano una crescita annuale nettamente superiore al periodo precedente la riforma. La crescita media annuale passa da –1,3% al 4,5% e la produttività media del lavoro è salita al 2,5% rispetto al 2,2% del decennio anteriore.
La legge di Convertibilità però si è rivelata efficace fino al biennio 1997-1998, in seguito al quale il periodo di espansione ha subito una battuta d’arresto a causa della crisi delle borse e in particolare della svalutazione brasiliana nel gennaio 1999.
L’Argentina ha risentito fortemente di questa svalutazione, in quanto tra i due paesi esistevano stretti legami economici, poiché il 30% delle esportazioni argentine sono dirette al Brasile.
In un momento di recessione economica, di problemi di natura internazionale e di tensioni interne, il Paese è giunto alle elezioni politiche ed il nuovo presidente Fernando de la Rua ha dovuto subito preoccuparsi di ridurre il debito pubblico e l’indebitamento estero occupandosi inoltre della politica fiscale e amministrativa e soprattutto delle politiche sul lavoro necessarie per risolvere l’alto tasso di disoccupazione e la crescita ancora relativa del mercato interno.
L’avvio del piano di riforme, soprattutto per quanto riguarda gli incrementi fiscali ha però coinciso con un periodo di difficoltà per l’economia argentina finendo così per ostacolare la ripresa. Tra i motivi di tali difficoltà c’è la continua perdita di competitività del Paese, la cui moneta rimane ancora ancorata al dollaro.
L’economia argentina tra il 1999 e il 2002
L’autunno del 1999 rappresentò un periodo cruciale per l’Argentina. È bene ricordare velocemente la situazione: i paesi asiatici colpiti dalla crisi del 1997 ricominciavano a crescere, il Brasile aveva appena svalutato il real (moneta brasiliana) - decisione corretta che avrebbe portato entro pochi mesi ad una crescita inarrestabile - e il dollaro americano continuava ad apprezzarsi sull’euro (da sottolineare che l’Europa era l’area verso cui confluivano la maggior parte delle esportazioni argentine).
Agli occhi di molti l’Argentina avrebbe dovuto cambiare rotta quanto prima ricorrendo anch’essa alla svalutazione del peso (moneta argentina) prima che fosse troppo tardi, ma la situazione della politica interna era delicata: infatti gli argentini dovevano eleggere il loro nuovo presidente e il tema più ricorrente nella campagna elettorale era proprio la questione del tasso di cambio, ed entrambe le fazioni (quella dei radicali e quella dei peronisti) avevano la ferma intenzione di mantenere la stabilità cambiaria.
Venne eletto il radicale De La Rua che mantenne l’impegno elettorale non procedendo alla svalutazione del peso. Cominciò in questo modo una lenta agonia per il Paese.
Nei due anni successivi infatti la recessione si aggravò soprattutto a causa della perdita di competitività sui mercati internazionali. Il ritmo di crescita delle esportazioni passò dal 17% del 1997 al 6% del 2000, fino alla stagnazione del 2001. Il Brasile inoltre diminuì in modo significativo gli scambi con l’Argentina.
La svalutazione del real cominciava inoltre a farsi sentire sugli equilibri del Mercosur.
Fu in questo periodo che il FMI (Fondo Monetario Internazionale, uno tra i grandi istituti insieme alla Banca Mondiale e all’organizzazione mondiale del commercio che supportano la globalizzazione) chiese a De La Rua di mantenere la stabilità valutaria suggerendo addirittura l’ipotesi di passare alla dollarizzazione, misura ancora più estrema.
La dollarizzazione avrebbe infatti portato alla scomparsa definitiva del peso e l’adozione del dollaro americano come moneta ufficiale con conseguente rinuncia all’autonomia in campo monetario.
Il FMI aveva fiducia in De La Rua e decise di concedere una linea di credito di 7,2 miliardi di dollari il 10 febbraio 2000.
In cambio il FMI richiedeva una crescita del 3,5%-4% per i successivi due anni e una significativa riduzione del deficit pubblico.
Per raggiungere questi obiettivi il neo presidente decise di applicare politiche restrittive (cosa completamente sbagliata in un periodo di recessione secondo la teoria keynesiana) introducendo nuove tasse su redditi, bibite e tabacco e di utilizzare in modo più efficiente le risorse pubbliche.
Ma tutto ciò non bastava. Anzi, la situazione non accennava a migliorare a causa del crescente tasso di disoccupazione, della forte riduzione dei profitti delle imprese e del conseguente calo degli investimenti, il tutto unito alla contrazione dei consumi e al permanente aumento dell’inflazione.
Il governo decise quindi di provare con una nuova riforma sanitaria per migliorare l’efficienza nell’erogazione dei suoi servizi.
Il FMI andò in aiuto al governo concedendo altri 40 miliardi di dollari nel dicembre del 2000.
Il circolo vizioso in cui cadde l’economia del Paese si aggravò ancor di più a causa dell’aumento dei tassi d’interesse dovuto al dilagare del pessimismo.
Nel giro di pochi mesi la soluzione che molti indicavano da due anni divenne improvvisamente un pericolo da cui scappare.
La svalutazione infatti, in quella situazione, avrebbe avuto l’effetto di raddoppiare l’entità del debito estero (espresso in dollari), e la volontà popolare era quella di non procedere per questa via.
Introduzione: fallimento Argentina 2001, tesina
Origine della crisi argentina, caratteristiche della crisi, anni successivi alla crisi.
Collegamenti
- Storia - fallimento Banco Ambrosiano
- Italiano - I vecchi e i giovani (Pirandello)
- Economia aziendale - crisi aziendale: fallimento, risanamento e cessione
- Spagnolo - Mercosur
- Inglese - Globalisation