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Evoluzione biologica e culturale: da Darwin a Dawkins

Sommario

1. Evoluzione biologica e culturale da Darwin a Dawkins, p. 2

2. Herbert Spencer, p. 15

3. The Victorian Age and Charles Darwin, p. 22

Bibliografia e sitologia

  • Il gene egoista, Richard Dawkins, edizione Mondadori, Milano 1992.
  • Codice Darwin, Olga Rickards, edizione Codice, Torino 2005.
  • Voci della filosofia, M. De Bartolomeo, edizione Atlas.
  • Literature from the Romanticism to the Contemporary Age, edizione Black Cat.
  • Geografia generale, Ivo Neviani-Cristina Pignocchino Feyles, edizione SEI, Torino 2004.
  • www.filosofico.net
  • www.progettogea.com

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Evoluzione biologica e culturale: da Darwin a Dawkins

Selezione biologica e culturale: da Darwin a Dawkins

  • Il 1859 segna una data storica: la pubblicazione del libro The Origin of Species.

Charles Darwin. Grazie a quel libro e da quel momento, l’uomo ha avuto la possibilità di affrontare alcuni quesiti quali: 1) esiste un significato alla vita, 2) per quale motivo esistiamo e 3) cos’è l’uomo, senza così doversi affidare alle superstizioni che lo hanno afflitto e che hanno rallentato la comprensione della natura.

Altri prima o contestualmente a Darwin, si erano avvicinati ad una idea di evoluzione sovrapponibile a quella da lui proposta. Fu però lui che per primo la contestualizzò e strutturò secondo uno schema portante completo e ragionevole, dandogli quel valore universale che ancora oggi non solo resiste ma che si rafforza sempre più alla luce dei progressi compiuti nel campo delle discipline biologiche e scientifiche in senso lato.

L’evoluzione non è senz’altro da considerarsi solo un’ipotesi o una semplice supposizione, è infatti un fatto reale dimostrato essenzialmente dai fossili e da esperimenti. Dalla rivoluzionaria intuizione Darwiniana si è cominciato a supporre il perché e le modalità di tale evoluzione, utilizzando come strumento principale, per poter ricostruire la nostra storia, antiche ossa fossili.

Le prime furono rinvenute nel 1859 nella grotta di Feldhofer, nei pressi di Dusseldorf, ma riconosciute per la loro autenticità solo nel 1864, facendoci così capire che, prima di noi, un’altra umanità aveva popolato la nostra Terra.

Si è così giunti alla conclusione che l’uomo è un’animale molto evoluto, e i processi di speciazione per giungere a ciò che siamo ora sono stati graduali ed hanno impiegato un arco di tempo molto lungo.

Dai ritrovamenti fossili si suppone che sia l’Africa la culla dell’umanità e la sua nutrice. I fossili più antichi di ominidi di cui disponiamo risalgono alla fine del Pliocene, 6,5 milioni di anni fa, e sono stati trovati nell’Africa sudorientale tra il rift e l’Oceano Indiano: sono frammenti ossei mal conservati ma chiaramente differenti dai fossili dei primati a loro contemporanei; questi primi ominidi furono classificati sotto il nome di Australopithecus.

Non sono state ritrovate tracce di ominidi della stessa specie, né in altre regioni africane, né in altre zone del mondo. Tale fatto dipende da una circostanza favorevole; infatti in Africa orientale sono presenti imponenti affioramenti di sedimenti che risalgono al pliocene e che hanno conservato grandi quantità di fossili. Questi fossili sono facilmente accessibili diversamente da quanto accade in altre zone.

Nel continente Africano si sono evoluti anche i Pongidi, il gorilla e gli scimpanzé, che in base alle somiglianze genetiche e anatomiche possono essere considerati i “cugini” più prossimi dell’uomo.

L’evoluzione dei pongidi sembra essere avvenuta nelle zone ad ovest del rift, e secondo un’autorevole ipotesi ciò non sembra casuale. L’evoluzione umana infatti potrebbe essere stata influenzata dai grandi cambiamenti geologici e climatici avvenuti in Africa tra i 20 e i 15 milioni di anni fa, in seguito all’apertura del rift, lungo la linea che collega i grandi laghi.

Così le regioni sudorientali vennero sollevate e isolate; le montagne che si formarono ridussero le precipitazioni in queste regioni che di conseguenza inaridirono, e al posto delle grandi foreste si formò la savana.

Le scimmie, che prima potevano migrare liberamente dall’Africa all’Europa, furono confinate nel settore nordoccidentale dell’Africa, mentre nell’Africa sudorientale, in questo nuovo ambiente caratterizzato da grandi spazi aperti, poté svilupparsi un nuovo gruppo di primati, che aveva acquisito l’andatura bipede.

Nelle regioni a ovest del rift, invece, il clima si mantenne umido e piovoso, consentendo il permanere della foresta tropicale e la sopravvivenza del ramo evolutivo che avrebbe prodotto scimpanzé e gorilla.

  • Per poter datare i fossili si possono utilizzare principalmente due vie: la datazione relativa e la datazione assoluta. Per quanto riguarda la prima, questa coincide con l’assegnazione di una data di uno strato rispetto ad un altro in base alla successione nella sua deposizione.

Generalmente i fossili si trovano all’interno di rocce sedimentarie, cioè rocce che si sono formate in seguito alla deposizione di materiale organico e inorganico sul terreno o sul fondo dei mari o dei laghi.

Poiché la crosta terrestre è soggetta a movimenti lenti ma continui, si andranno a formare su di essa degli strati rocciosi, che progressivamente andranno ad accumularsi l’uno sull’altro.

Tanto più gli strati sono antichi, tanto più si scende in profondità, può però accadere che per sconvolgimenti geologici (dovuti ad esempio all’attività sismica o a frane) si determini l’innalzamento e il rovesciamento degli strati inferiori, i quali potranno sovrapporsi agli strati superiori, invertendo così l’ordine cronologico della loro disposizione.

Conoscendo la storia geologica dell’area dove sono avvenuti i ritrovamenti diventa possibile indicare, anche se in modo approssimativo, la loro età.

La datazione assoluta cerca invece di indicare la data effettiva di una roccia o di un fossile, procedendo con vari metodi. Il metodo che permette di risalire ad una datazione molto antica e con una certa precisione, è noto come “datazione con elementi radioattivi”, come il carbonio-14 e l’uranio-235.

Tali materiali subiscono un decadimento progressivo nel corso del tempo: uno dei neutroni contenuti nel nucleo dell’atomo si trasforma in un protone, liberando radiazioni e trasformando l’atomo stesso in un altro elemento.

Nel caso specifico del carbonio-14, dagli originari sei protoni e otto neutroni si assisterà alla trasformazione in azoto, caratterizzato invece da sette protoni e sette neutroni.

La trasformazione avviene con estrema regolarità, e nel caso del C14 il numero di atomi contenuto in un campione si dimezza in 5370 anni.

Visto che gli altri atomi di carbonio presenti solitamente nel materiale organico (C12 e C13) non sono radioattivi e non cambiano nel corso del tempo, così dal loro rapporto con la quantità esigua del C14 si potrà stimare l’età del campione.

Il metodo utilizzato dal radiocarbonio si può applicare solamente a materiale contenente carbonio, cioè solo a materiale organico, come resti animali e vegetali.

Bisogna comunque considerare che tale metodo è sì preciso ma vale solo per un arco di tempo relativamente limitato; se passano infatti circa 40.000 anni la quantità residua di C14 risulterà essere troppo esigua per poter permettere una datazione accurata (la quantità di C14 si è difatti dimezzata quasi otto volte).

Considerando inoltre che il carbonio presente negli esseri viventi è stato sintetizzato dalle piante, che lo ricavano dall’atmosfera, il metodo utilizzato dal C14 vale solo se si ipotizza che la quantità di questo elemento presente nell’atmosfera sia sempre stata la stessa.

In effetti così non è, ma è comunque possibile correggere i dati misurando le variazioni di C14 presente nell’atmosfera in periodi differenti.

A tal fine si è rivelato decisivo lo studio degli alberi fossili. Poiché, com’è noto, gli alberi si accrescono di un anello ogni anno, e le dimensioni dell’anello di accrescimento annuale variano in funzione del clima, confrontando fra loro alberi vissuti in tempi diversi nelle foreste pietrificate dell’Arizona è stato possibile ricostruire con precisione la storia del clima e la variazione di concentrazione di C14 nell’atmosfera per gli ultimi 7.000 anni; il metodo è detto dendrocronologia.

  • Volendo fornire un’elaborazione concettuale essenziale delle idee espresse nel libro “On The Origin of Species”, secondo Darwin tutti gli organismi di una determinata specie sono dotati di una certa variabilità individuale. È su questa variabilità che la selezione naturale interviene.

Come interviene la selezione naturale? Se il numero di individui che nasce è maggiore di quello che può essere mantenuto in vita dalle risorse offerte dall’ambiente, allora alcuni di essi sono destinati a soccombere.

Raggiungeranno quindi la maturità sessuale e la possibilità di riprodursi solo gli individui the fittest, più adatti alla vita – in quelle particolari condizioni ambientali: quello che in maniera forte e colorita è stata definita la lotta per la vita.

L’interrelazione tra variazione individuale entro una determinata popolazione e le condizioni ambientali costituiscono la spinta verso la gemmazione delle specie nei diversi ambienti in cui si trovano a vivere.

La teoria di Darwin dell’evoluzione mediante selezione naturale è grandemente soddisfacente perché mostra un modo in cui dalla semplicità si possa generare complessità, fino alla comparsa della specie umana.

Fornisce cioè l’unica soluzione, l’unica ragionevole fino ad oggi proposta, del profondo problema della nostra esistenza.

Nell’ambito delle teorie evoluzionistiche, quella di Darwin si contrapponeva in maniera particolare al lamarckismo – formulata qualche decennio prima dal naturalista francese Jean-Baptiste de Lamarck – e secondo la quale la presenza di tutte le diverse specie animali e vegetali si spiegava con l’azione delle circostanze naturali e dell’ambiente.

In pratica, secondo questo studioso, l’azione degli eventi naturali portano a modifiche profonde ed ereditarie negli organismi viventi fino a dar luogo a cambiamenti nella specie.

L’uso, o anche il non uso, di un determinato organo comporterebbe modificazioni profonde dell’individuo trasmissibili alle generazioni successive fino a dare origine a organismi molto dissimili dai progenitori e quindi ad una nuova specie.

All’epoca, nell’ambito delle scienze sociali la nuova teoria evoluzionistica venne usata da una parte per giustificare il superamento dell’ordine sociale naturale presente e dall’altra per dare una giustificazione alla competizione capitalistica (darwinismo sociale).

L’accumulo delle conoscenze biologiche avvenuto sino ad oggi, ha permesso di confermare ed irrobustire la teoria darwiniana dell’evoluzione delle specie tanto che oggi si parla più propriamente di “neodarwinismo”.

  • Quanto sopra esposto indica sommariamente quello che Darwin considerava il percorso seguito dalla natura dando spiegazione della diversità in essa presente.

Da quel momento si cominciarono a connettere scienze fino ad allora distanti tra loro come la biologia e lo studio di fossili (paleontologia).

Si tentò così di dare le prime ragionevoli spiegazioni alla scomparsa di tante specie vegetali ed animali così come di una loro continuità con l’attuale mondo vegetale ed animale.

La teoria evoluzionistica promulgata da Darwin affascinò molti studiosi allora e continua tutt’oggi.

L’aspetto più saliente e più immediato che deriva dall’elaborazione darwiniana della lotta per la vita entro le popolazioni animali fa riferimento al beneficio che la singola specie ne otterrebbe.

In questa visione, il beneficio del singolo individuo è messo da parte per favorire quello del gruppo.

Alcuni tra i più celebri zoologi e studiosi del comportamento animale sono o sono stati tenaci propugnatori di questo importante aspetto, quali Konrad Lorenz ed il suo allievo Eibl-Eibesfeldt.

D’altra parte, in natura è possibile con certezza identificare comportamenti “altruistici” così come “egoistici”, entrambi geneticamente determinati nel corso dell’evoluzione di una determinata specie.

Alcuni esempi di comportamento egoistico sono offerti dal gabbiano a testa nera che non esita a divorare i piccoli del nido vicino appena l’altro genitore si allontana o si distrae, o dalla mantide religiosa che può tranquillamente divorare il suo partner anche in corso di accoppiamento, o ancora dai pinguini dell’Antartide che, esitando sul margine del ghiaccio prima di tuffarsi in acqua perché potrebbe attenderli una foca pronta a divorarli, non esitano a “spingere” in acqua qualcuno dei loro compagni.

Dei comportamenti altruistici, sicuramente molto conosciuto è quello dell’ape operaia che non esita a pungere chiunque rappresenti un possibile pericolo per le scorte di miele.

Nell’attacco, alcuni organi vitali vengono rimossi dal corpo dell’ape che inevitabilmente è destinata a morire.

Il grido di allarme di taluni uccelli alla vista di un predatore, consente al “gruppo” di cercare di evitare il pericolo ma espone la sentinella al rischio di attirare l’attenzione dello stesso predatore.

Ma l’esempio più evidente ed importante di comportamento altruistico è fornito dai genitori nei riguardi dei loro figli: fornire cibo e proteggere da predatori sono azioni che possono mettere in grave pericolo di vita il genitore.

Per lo zoologo Richard Dawkins l’egoismo o altruismo dei comportamenti sopra descritti è solo apparente.

La sua visione sradica la logica certezza del bene del gruppo a sfavore del singolo individuo ed introduce una nuova visione: la fondamentale unità di selezione non è la specie in quanto tale, né il gruppo e neppure in senso stretto l’individuo, ma il gene o unità di eredità genetica!

Nel suo libro più conosciuto – The selfish gene – tenta di dimostrare come, sia l’apparente egoismo che altruismo individuale possano essere spiegati da ciò che lui definisce egoismo genico.

In altre parole, un comportamento caratterizzato da altruismo ed egoismo è solo apparenza di una entità comportamentale più fondamentale e profonda: l’egoismo del singolo gene.

Secondo Dawkins, una società umana basata semplicemente sulla legge universale dell’egoismo sarebbe sicuramente una società non bella in cui vivere.

Ciononostante, per quanto deplorabile detta società possa essere, la teoria propugnata continua ad essere corretta.

Lo zoologo continua asserendo che occorre impegnarsi ad insegnare altruismo e generosità: questo perché noi tutti nasciamo egoisti!

Secondo la sua visione, i nostri geni ci indurrebbero ad essere egoisti anche se fortunatamente non siamo obbligati ad obbedire loro per tutta la nostra vita.

Potrebbe sicuramente essere più facile imparare ad essere altruisti se fossimo geneticamente programmati ad esserlo!

Si sa che tra gli animali, l’uomo è dominato dalla cultura, dalla sua peculiare capacità di apprendimento e del trasferimento dello stesso agli altri componenti del gruppo così come alle generazioni future.

Nel merito taluni scienziati insisterebbero sull’evidenza che la cultura è così importante tanto da rendere irrilevante la componente genica sia essa egoistica che altruistica nella comprensione della natura umana.

Altri scienziati dissentirebbero.

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  • Evoluzione biologica e culturale da Darwin a Dawkins
  • Herbert Spencer
  • The Victorian Age and Charles Darwin
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