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Esame di Stato A.S. 2011/2012

Questioni di bioetica: eugenetica e sperimentazione sulla vita

Eugenetica

La scienza del «razionale allevamento umano»

Definizione di eugenetica

Con il termine eugenetica (dal greco εὖ = "bene" e γένος = "stirpe, razza") s'intende lo studio dei metodi volti al perfezionamento della specie umana attraverso selezioni artificiali operate tramite la promozione dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi (eugenetica positiva) e la rimozione di quelli negativi (eugenetica negativa), mediante selezione o modifica delle linee germinali, secondo le tradizionali tecniche invalse nell'allevamento animale e in agricoltura basate sulla genetica mendeliana, e quelle rese attualmente o potenzialmente disponibili dalle biotecnologie moderne.

Nel linguaggio comune, il termine è usato come sinonimo di eugenismo, ideologia che ritiene che la soluzione di problemi politici, sociali, economici o sanitari possa essere raggiunta attraverso l'adozione di pretese soluzioni eugenetiche.

Manifesto del 1925 che inneggia all’eugenetica

Storia dell'eugenetica

«Eugenics is the study of agencies under social control that may improve or impair the racial qualities of future generations either physically or mentally».

Così nel luglio del 1904 Francis Galton, biologo, antropologo e psicologo, cugino di Charles Darwin, in un articolo sull’American Journal of Sociology dava la prima definizione ufficiale di una “nuova scienza”, la scienza del “razionale allevamento umano”. Questa novità in realtà aveva ben poco di nuovo, almeno nei presupposti e negli scopi: da sempre filosofi, scienziati, intellettuali e statisti avevano accarezzato l’idea che l’umanità, usando la ragione, avrebbe potuto produrre “generazioni future perfette”, fisicamente e moralmente.

Storicamente, infatti, è in Platone che, per la prima volta, il “razionale allevamento umano” viene indicato come strumento forte nelle mani dello Stato. È lo strumento quasi necessario alla repubblica dei filosofi per conservare la propria virtù e perpetuarla. Con mezzi assolutamente sbrigativi, peraltro: omicidio e segretezza.

«Conviene che gli uomini migliori si accoppino con le donne migliori il più spesso possibile e che, al contrario, i peggiori si uniscano con le peggiori, meno che si può; e se si vuole che il gregge sia veramente di razza occorre che i nati dai primi vengano allevati; non invece quelli degli altri. E questa trama, nel suo complesso, deve essere tenuta all’oscuro di tutti, tranne che dei reggitori, se si desidera che il gruppo dei guardiani sia per lo più al sicuro da sedizioni». (Repubblica, V)

Questa linea di pensiero, tuttavia, è destinata a morire con il mondo classico. Con la filosofia cristiana medievale l’eugenetica perde completamente di senso: la corporeità umana è intrinsecamente degenerata a causa del peccato originale. La corruzione fisica e morale dell’uomo si perpetua proprio con l’atto sessuale e non c’è rimedio alla degenerazione se non l’intervento “esterno” di Dio. Ogni possibilità di “miglioramento” è dunque lasciata alla sfera ultraterrena.

Il pensiero “eugenetico” torna in auge solo con il Rinascimento e il rinnovato interesse per la politica: Campanella, nella prospettiva utopica della “Città del sole”, sostiene l’opportunità di combinare i matrimoni e controllare la vita sessuale dei cittadini. Tuttavia, si tratta di un ritorno effimero: la medicina dopo la rivoluzione scientifica sarà molto più occupata a gettare le basi della fisiologia e a capire i meccanismi “dell’uomo macchina” più che a immaginare nazioni di figli perfetti.

In seguito però, dopo essere passata per la dura prova del criticismo kantiano, la ricerca scientifica si accosterà al tema della corporeità umana in modo nuovo. Si apre la questione del legame tra espressione fisica dell’uomo ed espressione spirituale, tra “corporeità” e “pensiero”, (e in senso più ampio tra “forma del corpo” e “forza della mente”). E si comincerà a riflettere ancora sulle diversità umane in termini di “qualità”.

Nella prima metà dell’Ottocento nasce in Francia il positivismo, movimento filosofico e culturale, caratterizzato dall’esaltazione della scienza, intesa come unico metodo di conoscenza possibile e valido.

In questi anni, si sviluppa e si impone, a livello europeo e mondiale, una cultura che presenta le seguenti caratteristiche:

  • Un rigoroso materialismo, che riconduce la condizione umana a quella di ogni altro animale ed esclude qualsiasi soluzione di tipo metafisico e spiritualistico;
  • Un sostanziale determinismo: l’uomo è determinato dagli istinti, dai bisogni materiali, dalla situazione storica in cui vive;
  • Una concezione del progresso fondata sull’evoluzionismo: le diverse specie si evolvono attraverso la «lotta per la vita» e la «selezione naturale», adattandosi, quale più, quale meno, all’ambiente e affermandosi o scomparendo in relazione a tale adattamento.

La teoria evoluzionistica assume la denominazione di “darwinismo” dal suo fondatore, lo scienziato naturalista inglese Charles Darwin. Altro esponente di tale teoria è l’inglese Herbert Spencer.

Charles Darwin e Herbert Spencer all’origine del darwinismo sociale

L’origine

Nel 1859, Charles Darwin avanza la propria teoria dell’evoluzione nel libro delle specie. Il merito di Darwin consiste nell’aver dato una compiuta e sistematica teoria scientifica del trasformismo biologico fondandola su un numero enorme di osservazioni e di esperimenti, e di averla presentata proprio nel momento in cui l’idea romantica del progresso, nata sul terreno dell’indagine storica, si affermava nella sua massima universalità e pareva incrollabile.

La teoria darwiniana sull’evoluzione si fonda su due ordini di fatti:

  • L’esistenza di piccole variazioni organiche che si verificano negli organismi viventi lungo il corso del tempo e sotto l’influenza delle condizioni ambientali, variazioni che in parte per la legge della probabilità, sono vantaggiose agli individui che le presentano;
  • La lotta per la vita che si verifica necessariamente tra gli individui viventi per la tendenza di ogni specie a moltiplicarsi secondo una progressione geometrica.

Da questi due ordini di fatti segue che gli individui presso i quali si manifestino mutamenti organici vantaggiosi hanno maggiori probabilità di sopravvivere nella lotta per la vita; e, in virtù del principio di ereditarietà, vi sarà in essi una tendenza pronunciata a lasciare in eredità ai loro discendenti i caratteri accidentali acquisiti.

Sviluppando questi due punti, Darwin scrive nel 1871 La discendenza dell’uomo, sua opera più rivoluzionaria, in cui fa derivare la specie umana dalla selezione naturale e dall’evoluzione della specie delle scimmie. La morale, la religione e il linguaggio si sono sviluppati tra gli uomini per esigenze di utilità sociale e di conservazione-riproduzione della specie, non hanno perciò un’origine metafisica e vanno spiegate materialisticamente.

Herbert Spencer (1820-1903) non era uno scienziato, ma un filosofo, e infatti dà dell’evoluzionismo un’interpretazione filosofica e sociale: non muove, come Darwin, da analisi scientifiche settoriali ma da considerazioni globali della realtà naturale e storica.

Anche per Spencer, come per Comte e Darwin, la conoscenza è caratterizzata da un’evoluzione da verità semplici e specifiche a verità complesse; tuttavia scienza e filosofia sono costrette, secondo Spencer, a fermarsi dinnanzi all’inconoscibile: le cause ultime, insomma, restano sconosciute e misteriose per la ragione umana.

Per Spencer, le regole dell’evoluzione sono eguali nel mondo naturale e nel mondo sociale, e sono segnate dal passaggio dal semplice al complesso, dall’omogeneo all’eterogeneo: come un seme diventa una pianta, così accade per l’organizzazione sociale.

Naturalmente e spontaneamente sono nate l’organizzazione capitalistica del lavoro, le divisione del lavoro, la formazione delle classi sociali. Proprio perché si tratta di un’evoluzione naturale e dunque lenta e graduale, non è possibile pensare di risolvere i problemi sociali con la rivoluzione: occorre lasciare che, sotto la spinta dei bisogni naturali di ciascuno e del libero conflitto delle classi, il progresso si realizzi da solo, attraverso la lotta e la selezione naturale.

Qualsiasi azione statale, che, animata da “buoni sentimenti”, intervenga in questa dinamica sociale (per esempio, per proteggere gli strati sociali più deboli), rischia perciò di contrastare o di ritardare l’attuazione concreta del progresso.

Questa teoria- che è stata chiamata “darwinismo sociale”- estendendo dalla natura alla società il concetto di “selezione” e di “lotta per l’esistenza” pervenne alla giustificazione delle discriminazioni razziste e classiste della politica imperialista e della lotta per la concorrenza capitalistica fra aziende e interi Stati.

In essa, l’idea di progresso si conciliava con una certa dose, da un lato, di cinismo e di accettazione delle leggi del più forte e dall’altro, di rassegnazione e di “fatalismo”. Infatti, secondo questa teoria, la società si dividerebbe in “adatti” e “non-adatti”, “forti” e “deboli”, e i primi avrebbero la prerogativa naturale di dominare i secondi.

Più propriamente esso andrebbe definito spencerismo sociale, poiché la sua elaborazione si deve ad Herbert Spencer che così lo spiega:

«Può sembrare inclemente che un lavoratore reso inabile dalla malattia alla competizione con i suoi simili, debba sopportare il peso delle privazioni. Può sembrare inclemente che una vedova o un orfano debbano essere lasciati alla lotta per la sopravvivenza [struggle for life and death]. Ciò nonostante, quando siano viste non separatamente, ma in connessione con gli interessi dell’umanità universale, queste fatalità sono piene della più alta beneficenza – la stessa beneficenza che porta precocemente alla tomba i bambini di genitori malati, che sceglie i poveri di spirito, gli intemperanti e i debilitati come vittime di un’epidemia.»

Difatti, è sua la “sopravvivenza dei più adatti”, definizione che riassume le affermazioni principali del darwinismo. Spencer dichiarò che gli “inadatti” dovevano essere eliminati e, a tal proposito, scrisse:

«Se sono sufficientemente idonei per vivere, vivono, ed è un bene che vivano. Se non sono sufficientemente idonei per vivere, muoiono, ed è meglio che muoiano.»

Darwinismo e spencerismo, concepiti indipendentemente l’uno dall’altro con metodi e presupposti assolutamente differenti, venivano spesso confusi e assimilati, dando luogo a numerosi e duraturi equivoci.

Se quella di Darwin è un’elaborazione scientifica di dati accumulati con l’esperienza e l’osservazione, la cui applicazione è limitata al campo biologico, l’evoluzionismo spenceriano è una concezione generale della realtà, che trova applicazione nel mondo naturale, così come in quello storico e sociale.

Il fatto che tale dottrina sociologica iniziasse a circolare sotto il nome di “darwinismo sociale” contribuì non poco alla confusione tra spencerismo e darwinismo. In realtà, l’assimilazione dei due evoluzionismi è del tutto indebita, e lo stesso Darwin lo esprime molto chiaramente nell’Autobiografia.

Pur ammirando il talento di Spencer, Darwin non ritiene che le sue opere abbiano avuto una qualche influenza sul suo lavoro scientifico:

«Il metodo deduttivo con cui egli tratta ogni argomento, è assolutamente contrario alla mia mentalità. Le sue conclusioni non mi convincono mai: e ogni volta, dopo aver letto una sua discussione, mi vado ripetendo: Ecco un argomento che richiederebbe sei anni di lavoro. Le sue generalizzazioni fondamentali (che qualcuno ha ritenuto di importanza pari a quella delle leggi di Newton!) forse sono molto importanti filosoficamente, ma non sembrano utili da un punto di vista rigorosamente scientifico. Esse hanno il carattere di definizioni anziché di leggi naturali e non servono a prevedere che cosa accadrà nei casi particolari. Perlomeno non sono state utili a me.»

Storia

Con la diffusione delle teorie di Darwin sull’evoluzione e le preoccupazioni sociali derivate dalle spinte della modernizzazione, si rese sempre più necessario trovare risposte in grado di salvaguardare l’umanità da una imminente degenerazione.

Comincia a svilupparsi e a diffondersi l’idea, e non solo relativamente al mondo animale e vegetale, che l’evoluzione fosse un processo in continua crescita, e che come tale necessitasse di essere controllata; questa “necessità” divenne ben presto un imperativo, e non solamente dal punto di vista della ricerca scientifica, ma si impose come vero e proprio indirizzo politico tanto da diventare una delle tematiche centrali dell’agenda politica e sociale dell’epoca.

Il controllo era visto come possibilità di intervenire contro gli aspetti degenerativi dell’evoluzione umana, motivo di forte preoccupazione sociale. Le leggi di Mendel, riscoperte solo nei primi anni del Novecento iniziarono dunque ad interessare anche al di fuori del mero campo scientifico, forse proprio perché sembrarono prospettare la possibilità che l’organismo vivente potesse essere non solo compreso, ma anche controllato.

E l’eugenica sembrava proporsi, in questo particolare contesto storico-politico, come programma risolutore, capace di rispondere in modo efficace a tali preoccupazioni, come possibilità per l’uomo di poter controllare il proprio destino evolutivo.

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Sintesi

Storia:

purezza razziale (ideologia nazista);

Filosofia:

Herbert Spencer, il darwinismo sociale;

Italiano:

Gabriele D'Annunzio (Le vergini delle rocce);

Inglese:

Frankenstein or the modern Prometheus;

Francese:

l'eugénisme en France avant 1939:

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