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Le espressioni della libertà

Tesi finale

Stefano Sciarpa

Ist. d’Istruz. Sup. “A. Volta”

Anno scolastico 2013/14

Essere liberi non significa solo sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in un modo che rispetta e valorizza la libertà degli altri. N. Mandela

Introduzione

Spesso mi è capitato di riflettere su alcuni aspetti della vita degli uomini e in particolar modo sulla possibilità che l’uomo ha di costruire la propria storia con gesti, azioni e pensieri e di modificare non solo il proprio futuro ma quello di un intero popolo.

Nelson Mandela ne è stato un esempio; egli ha avuto la capacità di compiere una trasformazione radicale ed epocale rendendo giustizia, dignità e libertà al popolo sudafricano.

Mi sono soffermato a riflettere su cosa fosse per me la libertà. Sentirmi libero è poter raggiungere un obiettivo o uno scopo senza aver calpestato o offeso nessun altro, è la possibilità di poter dire o scrivere ciò che penso, è l’emozione che ho provato a lungo pagaiando in canoa sul fiume, è partire e lasciare tutto per condividere con gli amici un’esperienza.

Recentemente mi è capitato di vedere servizi televisivi sulle carceri italiane e di pensare alle difficili condizioni in cui vivono i detenuti.

Ho percepito e provato un forte rifiuto per questa negazione di libertà perché in fondo, è come se lì finisse la vita.

Conoscere di più Mandela mi ha portato a capire che libertà è anche sofferenza, fatica, rinuncia, disciplina ma che queste componenti sono indispensabili alla crescita dell’uomo.

Ho cercato così di sviluppare questo argomento toccando vari ambiti documentandomi con libri, articoli di giornale, immagini e ricerche.

Nelson Mandela

Lunga marcia verso la libertà

“Nel corso della mia vita ho combattuto per il popolo africano. Ho combattuto contro la dominazione bianca, e ho combattuto contro la supremazia nera. Ho coltivato la speranza di una società libera e democratica nella quale le persone vivano insieme in armonia e nell’uguaglianza delle opportunità. È un ideale a cui spero di dedicare la mia vita e che mi auguro di poter raggiungere. Ma se sarà necessario, è un ideale per cui sono disposto a morire.”

Queste furono le parole che Mandela pronunciò nel suo processo del 1964 che riassumono il pensiero e le azioni di una figura carismatica dei nostri tempi.

Egli può essere considerato l’ultimo vero eroe: simbolo del sacrificio e dell’onestà morale e civile, sempre accogliente nei confronti del prossimo.

Mandela nonostante la prigionia, le umiliazioni e le difficoltà fu sempre fedele ai suoi ideali di libertà riuscendo a mantenere un atteggiamento pacato e controllato.

Il suo migliore amico ed ex collega Oliver Tambo, che diventò la guida dell’ANC (African National Congress) durante il periodo di prigionia del compagno di partito descrisse così il giovane Mandela: “Come uomo Nelson Mandela è molto passionale, emotivo, permaloso, pungente e talvolta vendicativo”.

Questi aggettivi non corrispondevano più al Mandela uscito di prigione a settantun anni.

In prigione dovette imparare a modificare le spigolosità del proprio carattere, infatti là non c’era spazio per esplosioni di rabbia o mancanza di disciplina.

La cella in cui era recluso a Robben Island era decisamente troppo piccola per la corporatura di Mandela che necessariamente aveva quindi dovuto imparare a “controllarsi” e “contenersi” sia a livello fisico che a livello emotivo.

Robben Island fu infatti una palestra di vita che lo cambiò, rafforzò e modificò per sempre e come egli stesso disse: “ne uscii più maturo”.

Tutt’oggi è quasi impossibile pensare a Nelson Mandela senza inevitabilmente ricollegarsi alla figura altrettanto carismatica di Barack Obama la cui capacità di condividere, saper ascoltare, accettare i rivali nella propria amministrazione costituiscono numerosi punti di contatto con la figura di Mandela.

Biografia

Mandela nacque a Mvezo il 18/07/1918 e morì a Johannesburg il 05/12/2013.

Figlio di un capo della tribù Xhosa di origini aristocratiche venne chiamato “Rolihlahla” che significa “colui che provoca guai”.

Alle scuole elementari metodiste per studenti neri, gli fu assegnato il nome di Nelson dalla sua maestra. L’educazione che ricevette lo rese un uomo colto e di buone maniere.

Nel 1941, a 22 anni, si ribellò insieme al cugino a un matrimonio combinato e scappò a Johannesburg. Questa fu la prima volta in cui affermò il proprio desiderio di libertà.

Nel 1942 quando era un giovane studente di giurisprudenza, si unì all’ANC (African National Congress), due anni più tardi fondò con W. Sisulu e O. Tambo la Youth League e si laureò.

Nel 1948 il Partito Nazionale vinse le elezioni e promosse una politica pro-apartheid di segregazione razziale.

Mandela ebbe un ruolo rilevante nella campagna di resistenza promossa nel 1952 dall’ANC.

Nel 1955 venne attribuita alla Carta della Libertà il ruolo di stabilire il programma della causa anti-apartheid.

Con il suo amico avvocato Tambo, in questo periodo, fornì assistenza legale gratuita o a basso costo ai neri.

Nel 1956 fu arrestato per tradimento ma dopo 5 anni di processo venne assolto.

Nel 1960 dopo l’uccisione di manifestanti disarmati a Sharpeville e l’interdizione dell’ANC e di altri gruppi anti-apartheid Mandela appoggiò la lotta armata.

Nel ’61 divenne comandante dell’ala armata dell’ANC, coordinò una campagna di sabotaggio contro l’esercito ed elaborò piani di lotta per porre fine all’apartheid.

Nel 1962 venne arrestato.

Durante la sua reclusione furono imprigionati importanti capi dell’ANC, considerati colpevoli e condannati all’ergastolo.

Le accuse rivolte a Mandela erano: coinvolgimento in lotta armata e sabotaggio (per questa accusa Mandela si dichiarò colpevole).

Per tutti i 26 anni successivi Mandela fu sempre più coinvolto nella battaglia contro l’apartheid.

Nel 1985 rifiutò un’offerta di libertà condizionata del Presidente Botha nel caso in cui avesse rinunciato alla lotta armata.

Rimase in carcere fino al ’90 quando il Presidente del Sudafrica De Klerk su pressione internazionale lo fece liberare e venne dichiarata la fine dell’illegalità per l’ANC.

Mandela e De Klerk ottennero nel 1993 il Premio Nobel per la pace.

Una volta libero Mandela divenne presidente dell’ANC (dal 1991 al 1999) e in seguito con le elezioni del ’94 (prime elezioni in cui poterono partecipare i neri) Presidente della Repubblica del Sudafrica e capo del governo.

In carcere ebbe modo di leggere molti testi, libri in lingua afrikaner (olandese) e di imparare l’inglese.

Si sposò tre volte e la seconda moglie fu quella che lo affiancò nei duri anni della prigionia, Winnie Madikizela che venne riconosciuta come “madre della nazione africana”.

Nel 2004 si ritirò dalla vita politica.

Nel 2008 venne organizzato un concerto a Londra in suo onore e nel 2009 ci fu un tributo in suo onore il “Mandela Day”.

La sua casa di Soweto ora è diventata il Mandela Family Museum dedicato alla sua vita.

Il 5/12/2013 è morto a Johannesburg all’età di 95 anni.

Com’era Mandela…

Nella sua lunga vita egli dimostrò di possedere molteplici doti come il coraggio e la calma.

Tali caratteristiche vennero messe in luce anche durante il processo di Rivonia durante il quale, pur sentendosi terrorizzato dall’imminente condanna, seppe affrontare con determinazione le scelte del giudice.

Anche a Robben Island, dove fu imprigionato, seppe dimostrare la propria tenacia con le guardie che lo minacciavano e lo maltrattavano ogni giorno mettendo alla prova la sua integrità psicologica e mentale.

Secondo Mandela essere risoluti e temerari non significava non aver paura ma saper dominare le proprie angosce e frustrazioni.

Egli vedeva “il coraggio” non come una nostra dote innata ma come una scelta indispensabile per riuscire a gestire situazioni turbolente che richiedevano necessariamente autocontrollo.

Come amava sempre ripetere: “la calma è quello di cui le persone hanno bisogno nelle situazioni di tensione, sia politiche, sia personali”.

Era molto disciplinato ed esigente con sé stesso e chiedeva che anche il popolo sudafricano lo fosse.

Egli inoltre credeva nella condivisione della leadership con il gruppo e paragonò spesso la guida di un popolo alla conduzione di un gregge.

Secondo Mandela: “Un buon capo non impone la propria opinione e non ordina di essere seguito, ma sa ascoltare, mettere insieme i buoni consigli, cerca di guidare le persone verso l’azione migliore non diversamente da come un ragazzo pascola il bestiame tenendolo davanti a sé”.

Il concetto di leadership africana è espresso perfettamente dal termine Ubuntu: ossia “fratellanza”. Le persone devono aiutarsi a vicenda offrendo agli altri il meglio di sé.

L’ubuntu non intende le persone come individui ma come parte di un’infinita e complessa rete di essere umani.

Siamo tutti legati uno all’altro e “io” viene sempre dopo “noi”; nessun uomo è un’isola.

Dal punto di vista di Mandela siamo tutti rami dello stesso grande albero. Questo è ubuntu.

Il principio in cui credeva fermamente era: “tutti uguali per tutti a prescindere dalla razza, dalla classe o dal sesso”.

In chi lo circondava egli cercava sempre di vedere il bene perché pensava che così facendo potesse renderlo migliore.

Imparò l’Afrikaans, la lingua del nemico e in carcere, a Robben Island, parlando in quella lingua con i secondini riuscì a farseli amici.

Di sé diceva di essere semplicemente parte di una grande e potente catena di paladini che combatterono per rendere l’umanità sempre più libera.

Mandela ebbe molti maestri. Dal re che lo allevò, imparò l’importanza di ascoltare e guidare, non solo di comandare.

Dai suoi insegnanti inglesi imparò inoltre l’importanza dello studio, dell’onore e della disciplina e da Walter Sisulu sua prima guida a Johannesburg imparò a essere realistico e a verificare le teorie coi fatti.

Dal socio e amico Oliver Tambo imparò a gestire le emozioni e a non essere impulsivo.

A Robben Island divenne l’insegnante di sé stesso ma fu da Sisulu, amico di una vita, che imparò a far pace con i nemici e ad accettare punti di vista diversi.

Una volta scarcerato non smise mai di imparare dagli altri leader.

Egli fece tesoro di questi insegnamenti riuscendo a diventare un eroe che accettò una enorme sfida subendo persecuzioni e tragedie ma che alla fine raggiunse la vera libertà e la totale armonia.

Per rendere omaggio a Mandela bisogna onorare le sue parole.

Vivere giorno dopo giorno la sua eredità.

È necessario ricordarlo come uomo che ha creduto strenuamente in una causa e non si è arreso neanche di fronte alle avversità, neppure quando le persone alle quali aveva dedicato la sua esistenza faticavano a capire le sue scelte o a rendersi conto di quante battaglie venissero combattute in nome loro, senza mai prendersene il merito o pretendere per questo di essere ringraziato.

Mandela fece molti discorsi in diverse occasioni della sua vita ma quello che, a mio giudizio, riassume meglio il suo pensiero e i suoi ideali è quello pronunciato in occasione dell’elezione a presidente della Repubblica Sudafricana a Città del Capo il 9 maggio 1994 che risulta essere un inno alla libertà.

Discorso in occasione dell’elezione a presidente della Repubblica sudafricana

Città del Capo, 9 maggio 1994

Signor Maestro Cerimoniere,

Vostre Eccellenze,

Membri del corpo diplomatico,

Concittadini sudafricani

Oggi si apre una nuova era per il nostro Paese e per la sua gente. Oggi non festeggiamo la vittoria di un partito, ma la vittoria di tutto il popolo sudafricano.

Il nostro Paese ha preso una decisione. Tra tutti i partiti che si sono confrontati in queste elezioni, la grande maggioranza dei sudafricani ha deciso di conferire al Congresso Nazionale Africano il mandato di guidare la nostra nazione verso il futuro.

Il Sudafrica per cui abbiamo combattuto è vicino: un Paese in cui ognuno, che sia africano, di colore, indiano o bianco, si sentirà cittadino di una stessa patria.

Forse è stata la storia a decretare che proprio qui, al Capo di Buona Speranza, siano gettate le fondamenta della nostra nuova nazione, perché proprio su queste spiagge, oltre tre secoli fa, cominciò la convergenza fatale tra le genti dell’Africa, dell’Europa e dell’Asia.

Verso questa penisola, i nostri patrioti, principi e accademici tra essi, furono condotti in catene. Su questa distesa sabbiosa furono combattute le prime battaglie della nostra epica resistenza.

Se guardiamo oltre Table Bay, l’orizzonte è dominato da Robben Island, la cui infame notorietà come galera costruita per soffocare lo spirito della libertà è vecchia quanto il colonialismo stesso in Sudafrica. Per tre secoli quest’isola è stata un luogo di confino per i reietti. L’elenco dei nomi dei prigionieri di Robben Island è un appello di democratici e combattenti della libertà che attraversa i secoli. Se davvero questo Capo rappresenta una Buona Speranza, è solo grazie allo spirito di questa legione di combattenti e di altri uomini del loro stesso calibro.

Sin dagli anni Ottanta dell’Ottocento abbiamo combattuto per una costituzione democratica. Il nostro obiettivo era una costituzione liberamente sottoscritta dal popolo sudafricano, che rispecchiasse i suoi desideri e le sue aspirazioni. La battaglia per la libertà non è mai stata appannaggio di una sola razza, classe, comunità religiosa o genere, qui in Sudafrica. Onoriamo coloro che si sono battuti per veder spuntare questo giorno, onoriamo i figli e le figlie migliori di questa terra. Fra loro contiamo africani, persone di colore, bianchi, indiani, musulmani, cristiani, indù, ebrei: tutti uniti nella visione comune di una vita migliore per tutti gli abitanti di questo Paese.

Fu questa visione a ispirarci nel 1923 quando adottammo il primo Bill of Rights della storia di questo paese. Quella stessa visione ci spronò a sostenere l’African Claims nel 1946 ed è altresì il principio fondatore della Carta delle libertà che adottammo come programma politico nel 1955, che nelle sue primissime righe immagina per la nazione sudafricana una base inclusiva per la cittadinanza.

Negli anni Ottanta, il Congresso Nazionale Africano precorse i tempi in quanto prima grande formazione politica in Sudafrica ad assumersi responsabilmente l’impegno di una Carta dei diritti, resa pubblica nel 1990. Queste pietre miliari danno concreta espressione a quello che il Sudafrica può diventare.

Parlano di un ordine politico democratico e costituzionale nel quale la legge provvede all’uguale protezione di tutti i cittadini, senza alcun riguardo al colore, genere, religione, opinione politica o orientamento sessuale. Offrono un ideale democratico in cui il governo, qualsiasi esso possa essere, sarà legato a un più alto sistema di regole, presenti all’interno della costituzione, e non avrà il diritto di dirigere il Paese a suo piacimento.

La democrazia si fonda sul principio della maggioranza. E questo è particolarmente vero in un Paese come il nostro in cui una vasta maggioranza si è vista negare sistematicamente i propri diritti. Allo stesso tempo, la democrazia richiede anche che i diritti delle minoranze, politiche e non, siano salvaguardati.

Nel sistema politico che abbiamo instaurato ci saranno elezioni aperte, libere e regolari a tutti i livelli di governo – centrale, provinciale e municipale. Ci sarà altresì un ordine sociale che rispetti completamente i diritti culturali, linguistici e religiosi di tutti i settori della nostra società, oltre che i diritti fondamentali dell’individuo.

Il compito che abbiamo fra le mani non è facile. Ma voi ci avete conferito il mandato di cambiare il Sudafrica: era una nazione in cui la maggior parte della popolazione viveva priva di speranza; oggi è una nazione in cui si può vivere dignitosamente, a testa alta e con fiducia nel futuro.

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Sintesi

Introduzione: espressione della libertà, tesina

La seguente tesina di maturità liceo artistico descrive le espressioni della libertà. Gli argomenti che permette di sviluppare la tesina sono:

  • Storia: figura di Nelson Mandela, storia dell'apartheid in Sudafrica
  • Italiano: Dante e il primo canto del purgatorio, novella "Libertà"
  • Inglese: Nineteen-eighty-four, G. Orwell
  • Storia dell'arte: Dadaismo
  • Laboratorio di progettazione: Decostruttivismo

Collegamenti: espressioni della libertà, tesina

  • Storia: figura di N. Mandela, storia dell'apartheid in Sudafrica
  • Italiano: Dante e il primo canto del purgatorio, novella "Libertà"
  • Inglese: Nineteen-eighty-four, G. Orwell
  • Storia dell'arte: Dadaismo
  • Laboratorio di progettazione: Decostruttivismo
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