“Se una donna vuole essere veramente libera deve basarsi sulla propria forza di carattere e il proprio intelletto, posizione che si ottiene approfondendo la conoscenza.” Dacia Maraini
Aurora D’Ascenzo 3B A.S. 2011-2012 S.M.S. “Gaio Cecilio Secondo” 1
Introduzione
Ho deciso di svolgere una tesina sulle evoluzioni delle donne dalla seconda metà del ‘900 ad oggi perché ho notato, vedendo le donne della mia famiglia, che c’era un abisso nel modo di pensare, nelle convinzioni, nella vita tra una generazione e l’altra, per esempio tra mia madre e mia nonna, e ancor più da come vivo io e la mia generazione.
Ho voluto indagare per scoprire quale rivoluzione ha portato a dei mutamenti storici e sociali per le donne che hanno cambiato una situazione che durava da secoli.
Avendo, poi, notato durante il mio percorso di studi che i protagonisti della società e della cultura sono prevalentemente uomini, ho voluto evidenziare le donne più importanti, nei vari campi, della storia più recente.
Ho cercato di dimostrare che quello che siamo noi oggi, i diritti che abbiamo acquisito, sono il risultato delle rivendicazioni di alcune donne che tenacemente hanno lottato per dare un futuro migliore a tutte noi.
Spero di aver raggiunto gli obiettivi che mi ero proposta.
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Il Sessantotto
Il Sessantotto fu un fenomeno soprattutto giovanile, ed in particolare studentesco. Caratteristica che ha fatto delle rivolte in quegli anni una rarità storica fu la simultaneità e la vastità geografica delle rivolte in situazioni socio-economiche e geografiche molto diverse, dai Paesi europei al Giappone, dal Messico agli Stati Uniti: si assistette a forme di ribellione simili e contemporanee, senza che vi fosse stata preparazione o coordinamento.
Tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, le giovani generazioni dei più diversi Paesi si sono ribellate ai rispettivi sistemi politici, culturali e sociali.
Possiamo ricordare alcuni eventi di quegli anni per renderci conto delle dimensioni del fenomeno: il “maggio francese”, la primavera di Praga; l’esplodere dei movimenti studenteschi in Italia e Germania; l’opposizione negli Stati Uniti alla guerra in Vietnam; l’assassinio a Memphis del leader nero della non-violenza Martin Luther King, e le sanguinose rivolte dei ghetti neri; la terribile strage di Piazza delle Tre culture a Città del Messico, in prossimità delle Olimpiadi, il famoso gesto di protesta degli atleti afro-americani alla premiazione olimpica dei 200 metri piani, con Tommy Smith e John Carlos sul podio a pugno chiuso, a segnare l’adesione al movimento del Black Power.
La guerra nel Vietnam, evento chiave della politica internazionale degli anni Sessanta, fu uno dei motivi più forti di aggregazione dei movimenti di protesta in tutto il mondo.
I giovani e gli studenti che scendevano in piazza per il Vietnam non intendevano certo schierarsi in favore dell’Unione Sovietica, ma vedevano nella crisi dell’egemonia militare americana l’elemento decisivo per una ridefinizione complessiva degli equilibri internazionali.
Proprio la guerra del Vietnam cambiò il modo di guardare all’America dei giovani. In questo contesto “figli negli USA nacque il movimento dei cosiddetti hippy, in seguito ribattezzati dei fiori”, poiché la loro unica arma erano appunto i fiori.
Si distinsero per costumi molto liberali ed ampio uso di droghe. Gli hippy si battevano soprattutto contro la guerra nel Vietnam.
Si trattava di un sanguinoso conflitto che dal 1962 vedeva impegnati gli USA, che combattevano l’unificazione tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud, poiché al nord vi era un governo comunista, mentre al sud vi era un governo filo-americano.
Il timore degli USA era l’unificazione del Vietnam sotto un regime comunista, che si sarebbe potuto diffondere anche ad altri stati asiatici.
In America questo movimento si unì alle battaglie dei neri per la conquista dei più elementari diritti civili.
Le battaglie per il riconoscimento dei diritti civili ai neri si dividevano sostanzialmente in due filoni. Il primo era quello pacifista, che auspicava la progressiva integrazione delle masse di colore nella società bianca; era guidato da Martin Luther King, un pastore battista apostolo della “non violenza”, che fin da giovane si era dedicato alla lotta contro la discriminazione razziale.
Il suo celebre discorso, in cui auspicava l’uguaglianza tra i popoli, scatenò un’ondata di proteste e di violenze, culminate nel suo assassinio nel 1968.
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Il secondo filone, più intransigente, fu quello delle Pantere Nere, che chiedeva la formazione di un potere nero, Black Power, contrapposto a quello dei bianchi.
Il Sessantotto italiano ebbe come protagonisti i giovani, i quali contestavano la parzialità e l’arretratezza dei programmi ministeriali e manifestavano per estendere il diritto di studio anche alle classi più disagiate e che conclusero la prima occupazione dell’Università di Trento del 1966, da cui il movimento ebbe origine.
Muovendosi spontaneamente con altri giovani, nasceva in essi, per la prima volta, la coscienza di appartenenza ad una classe che, fino a poco prima, era sconosciuta: quella classe che entro il 1968 occupò tutte le università della penisola, scontrandosi contro una polizia che, ricorrendo a metodi repressivi e violenti, fu responsabile dell’ulteriore infiammarsi delle proteste.
Ma le proteste studentesche, che inizialmente furono sottovalutate da stampa e politica, furono anche la miccia per accendere le proteste dei lavoratori, coloro che dal boom economico non avevano visto tornare indietro niente, né in termini di diritti, né tanto meno di adeguamenti economici.
Gli operai, costituitisi in classe anch’essi, chiedevano il rinnovo dei contratti di lavoro, l’aumento dei salari, la diminuzione del numero delle ore, le pensioni, i servizi.
Alla Fiat di Torino tre mesi di scioperi ed agitazioni provocarono la sospensione dei salari; la città stava per sfiorare il collasso quando nel dicembre del 1968 la fabbrica fu costretta ad accettare quasi tutte le condizioni dei sindacati.
Il movimento operaio aveva finalmente assunto la sua consapevolezza e la sua dignità.
Il Sessantotto, per la nostra giovane storia, fu un momento di incredibile condivisione, forse uno dei pochi in cui gli italiani sperimentarono davvero la propria appartenenza alla nazione, pur senza rendersene conto: studenti o operai che fossero, tutti italiani, tutta l’Italia, da Nord a Sud, richiedeva con forza i propri diritti.
Al di là delle valutazioni sociali o del proprio colore politico, i contestatori capirono che il mondo stava andando in un’altra direzione e seppero cavalcare l’onda che veniva dal resto del mondo con richieste che andavano ad infrangersi contro la rigidità alto borghese.
Un’occasione che avrebbe potuto costituire il Sessantotto non solo come riscossa di quelle classi più disagiate che videro i propri diritti riconosciuti, ma anche per creare un senso aggregativo maggiore che durasse nel tempo, oltre le divisioni politiche e geografiche.
Ma lo spirito di quell’anno non durò a lungo e la nostra Nazione, ancora oggi ne paga le tragiche conseguenze.
Infatti il mondo politico non seppe trasformare le positive intuizioni del movimento in qualcosa di più concreto e rinnovativo ed esso perse la sua vitalità nel decennio successivo.
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La donna del XXI secolo e il movimento femminista
La donna del XXI secolo con il suo carisma e la sua tenacia è il frutto dell’evoluzione e dell’eredità del movimento femminista degli anni ’70-’80.
Il ’68, oltre ad essere stato un movimento strettamente politico, è stato rilevante per l’emancipazione femminile della storia del XX secolo.
Infatti il neonato movimento femminista degli anni ’70 si presentava di fatto come una filiazione del movimento di protesta sessantottino, che conobbe un’ingente partecipazione essenzialmente studentesca.
In Italia sorse a Roma, a Milano, per diffondersi in breve tempo nel resto del Paese.
L’ispirazione giungeva da ampie manifestazioni di neofemministe negli Stati Uniti d’America.
Nel nostro Paese si costituì in gruppi diversi, portavoce di una particolare concezione dell’emancipazione femminile.
Le protagoniste erano donne di varia estrazione sociale, soprattutto appartenenti alla piccola e media borghesia, intellettuali, professioniste.
Coinvolgeva ragazze e donne tra i diciotto ed i trent’anni: madri, mogli, studentesse etc., deluse spesso del ruolo subalterno cui erano state relegate nella società.
La rinascita del femminismo iniziò da piccoli gruppi di donne che si ritrovavano nelle case e discutevano apertamente dei loro problemi e delle loro paure.
Per la prima volta le ragazze raccontavano se stesse, ascoltavano le storie delle altre, facevano “autoscienza”.
L’autocoscienza fu un momento di profonda riflessione sull’importanza di essere donna; le ragazze avevano bisogno di emergere prendendo le distanze dalle loro madri e dai ruoli cristallizzati della famiglia in cui non si riconoscevano più.
Gli ideali di uguaglianza del Sessantotto e la realtà quotidiana delle relazioni tra i sessi fu una delle ragioni più forti che portarono una parte delle donne a staccarsi dal movimento e a cercare percorsi propri.
Trascinate dall’entusiasmo, le donne scendevano nelle piazze per manifestare contro la mentalità sessista e retrograda; il centro delle proteste fu per la prima volta la donna: le ragazze capirono che la sessualità femminile era completamente annientata dal ruolo unico che il maschio le attribuiva, quello di madre e moglie.
Alla base della discriminazione della donna c’era la differenza tra maschi e femmine, non solo biologica, ma anche nei rapporti con la famiglia e la vita.
Partendo dal privato, le femministe scossero l’ordine sociale e politico.
I due grandi temi del movimento femminista furono, quindi, l’uguaglianza con l’uomo e la diversità delle donne.
In particolare negli anni ’70 il movimento italiano si soffermò su questo secondo punto, giungendo a formulare richieste non tanto sulla parità con gli uomini, quanto sulla definizione dei diritti femminili.
Le femministe proposero anche una più generale idea politica, il cui slogan fu “il personale è politico”, in base al quale si ritenne che la liberazione non dovesse essere rinviata a dopo la rivoluzione, ma doveva iniziare dal privato, nei rapporti tra uomo, donna e bambino.
Solo dopo si sarebbe potuta avere una più completa trasformazione.
Dal femminismo liberale abbiamo ereditato nel tempo la rivendicazione di determinati diritti civili e politici, che ha condotto ad importanti conquiste, tra le quali:
- La possibilità di accesso a tutte le professioni;
- L’istituzione del nuovo diritto di famiglia;
- La cancellazione del codice penale di istituti arcaici come il delitto d’onore;
- L’introduzione delle leggi sul divorzio, sull’aborto e sulla violenza sessuale;
- Il controllo da parte di gruppi femministi dei processi per stupro.
Nel 1970 nascono così uno dopo l’altro:
- Il Movimento di liberazione della donna (MLD), federato al Partito Radicale;
- Il Fronte italiano di liberazione femminile (FILF);
- Il gruppo Rivolta femminile, da cui escono i collettivi più estremisti di Lotta femminista.
I progressi in campo legislativo
Le femministe dirigono tutte le loro energie per propugnare le libertà della donna in campo legislativo, prima tra tutte la possibilità di divorziare dal marito.
In Italia la legge arriva nel 1970, approvata nel 1974 dalla vittoria dei no al referendum abrogativo.
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- Storia: il 1968 e il femminismo;
- Letteratura: Dacia Maraini;
- Geografia: Afghanistan, violazione dei diritti delle donne;
- Arte: Sylvia Sleigh e l'arte femminista;
- Inglese: Virginia Woolf;
- Francese: Coco Chanel;
- Scienze: Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina;
- Tecnologia: Grace Murray Hopper, l'invenzione del compilatore;
- Scienze motorie: Sara Simeoni;
- Musica: Le donne lo sanno, Luciano Ligabue.