VERONICA BOGGIO ROBUTTI
III A
LICEO E. S. PICCOLOMINI
ESAME DI STATO 2012-2013
« ...pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una
chitarra. » 2
De André. Amico fragile
Di solito per scrivere una canzone si cerca una storia, così come nella vita si cerca la felicità.
Dopotutto il confine tra la vita e una canzone è labile, segnato da parole che diventano coltelli nella
prima e rose nella seconda. La vita di Fabrizio De André è fatta di tante storie, ma soprattutto di
tantissime canzoni. Il confine tra le sue storie e le sue canzoni, in realtà, non è mai esistito, dal
momento che la une si intrecciano con le altre senza soluzione di continuità e , talvolta, senza
capirne la differenza. Faber ha vissuto la sua vita con la stessa semplicità di una farfalla, tanto bella
eppure cosi fragile al cospetto di un mondo così malvagio. Ma in fin dei conti ha sempre volato e
non ha mai avuto paura di farlo, contro tutto e tutti: sempre e costantemente in direzione ostinata e
contraria. E ad un artista come De Andrè non mancavano coloro che lo accusavano di vedere non
certezze ma dubbi, non dogmi ma domande le cui risposte volavano, e volano tuttora nel vento. Le
sue mani pizzicavano dolcemente le corde della chitarra, facendo uscire un suono delicato e
confortante; la sua bocca trovava sempre le parole giuste per raccontare la vita, quella grande
giostra che non si ferma mai. Ed è proprio nella sua giostra che c'è sempre stato posto per i più
deboli, per coloro che la vita la guardano da lontano. Con le sue canzoni ha dato una voce a chi non
ce l'aveva , ha dato a tutti l'opportunità di esprimersi, di gridare, di piangere. Non si è mai fidato del
potere e non ha mai sopportato le ingiustizie. Ha combattuto l'ipocrisia, la cattiveria, l'egoismo e la
presunzione di chi non sbaglia mai. Egli era la dimostrazione vivente che una canzone poteva, se lo
voleva, essere anche corrosiva e impervia, realistica e poetica; musicalissima sì, ma anche narrativa
e, perché no, politica. È sempre stato un figlio di Dio, un fratello degli uomini e il padre di una
generazione divisa tra il buon senso e le cattive abitudini. Ha cantato le storie di Andrea, di
Marinella, di Piero , di Teresa e di tanti altri personaggi che sono usciti dalla vita per entrare
direttamente nella sua penna. Ha raccontato un mondo diverso, fatto di "quartieri dove il sole del
buon Dio non da' i suoi raggi" e dove la spontaneità sembra risplendere. Ha incantato con la sua
semplicità, con la straordinaria bellezza dei suoi versi. Ha saputo cogliere ogni sfaccettatura della
società del suo tempo, suscitando disillusione e al contempo speranza, navigando tra l'ansia per una
giustizia sociale che ancora non esiste e l'illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un
cambiamento del mondo. Ha amato, più di ogni altra cosa e con tutto il suo cuore.
Faber è stato di tutto e di più. E’ stato un poeta, un cantante, un contadino. E’ stato un anarchico, un
rivoluzionario, un ateo e anche un cattolico. Ma più di ogni altra cosa è stato un uomo, puro e
semplice; un uomo che non ha mai avuto bisogno di maschere e di effetti speciali.
Ci sono delle storie che ti restano dentro, che penetrano nella pelle e mirano dritte al cuore. Sono
quelle storie che non ti stancheresti mai di ascoltare, perché ti fanno capire la differenza tra
imparare a vivere e imparare la vita. E De Andrè è riuscito a tracciare una solco netto fra queste
due, tra il saper vivere e l'imparare e vivere, compiendo una viaggio tra "la desolazione, la feroce
allegria e la purezza cialtrona che crescono come erba spontanea fuori dalle porte della nostra
sedicente civiltà; sul ciglio della strada polverosa dove chi scippa o scanna o usura lo fa, almeno, in
nome proprio e non nel nome di Dio, o del popolo". Ed è proprio chi scippa, chi scanna e chi usura
che con forza si è fatto strada fra le righe scritte da De Andrè, mostrando come l'apparenza di un
mondo perfetto nasconda una totale inversione di ruoli. Dove una prostituta e il suo protettore,
compiuto un delitto, "presi dallo sconforto e dal rimpianto del morto, si inginocchiaron sul
poveruomo chiedendogli perdono" mentre "quando furono impiccati volarono fra i beati, qualche
beghino di questo fatto fu poco soddisfatto" poiché "fu qualche lacrima sul viso a dargli il
paradiso". Faber rende dunque giustizia, forse coraggiosamente o forse perché, semplicemente, gli
nasceva dal cuore, agli emarginati, agli esclusi, ai disadattati. A tutti coloro i quali hanno vissuto e
vivono nell'ombra e nell'incomprensione reciproca. A tutti coloro che, come gli altri, sono uomini
ma vengono trattati da bestie in un modo in cui domina la logica dell'apparenza e dell'adeguamento.
Ma, come confidò ad un amico poco prima di morire, erano proprio questi uomini senza sogni,
senza utopie, senza ideali ad essere mostruosi animali: “cinghiali laureati in matematica pura”.
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I Miserabili avrebbe potuto intitolare Fabrizio De Andrè la sua storia del mondo in rime alternate e
baciate, versi e musica.
Ed è proprio con questi "suoi" miserabili che De Andrè ha attraversato, con le sue poesie, la storia
dell'uomo, attraverso dubbi ed incertezze. Investendo con la sua potenza inaudita la vita di tutti i
giorni e spostandola su un piano superiore, dove il passato dei ricordi si insinua nel presente con
un’immanenza che è insieme dolente e grata, ricordandoci tutti i giorni che purtroppo siamo uomini,
ma se guardata con occhio diverso proprio questa è la nostra più grande fortuna. Sarebbe riduttivo
definire Faber con un solo appellativo come lo sarebbe individuare un tema centrale della sua
poetica. Egli ha, con estrema omogeneità, toccato, analizzato e talvolta scardinato i punti focali
della vita, estraendone la vera essenza, interrogandovicisi sopra e ribaltando la realtà.
ITALIANO - ‘quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui fra le mie
braccia’ 4
Sono dunque gli stessi emarginati, le persone di basso livello, che, pochi decenni prima , Saba
analizzava e rendeva protagonista delle sue opere. De Andrè concludeva la canzone "Citta Vecchia"
dicendo – ma se capirai, se li cercherai/ fino in fondo/ se non sono gigli son pur sempre figli/
vittime di questo mondo- affidandosi ai versi finali dell’omonima poesia del poeta triestino. "Qui
degli umili sento in compagnia/il mio pensiero farsi/più puro dove più turpe è la via". Questa
celebrazione degli umili proviene infatti da una ragione profonda: dalla scoperta di sentirsi uguale a
quelle figure di mediocri, poveri, anche reietti, di essere cioè una creatura "della vita e del dolore",
di partecipare con loro del medesimo nucleo di passioni profonde ed elementari che costituiscono la
natura umana in quanto manifestazione della natura divina. La forte propensione alla psicoanalisi e
allo studio dell'io , che guiderà Saba lungo tutta la sua vita, è caratterizzato da questa propensione
all'identificazione affettiva completa. Una necessità già riscontrabile nell'assunzione del nome della
propria balia, come a suggellare un sentimento di amore profondo, che lo porterà ad immergere il
proprio dolore e le proprie lacerazioni interiori nella vita e nel dolore di tutti. Ma è proprio lo
smarrimento della propria in quella universale che costituisce la liberazione, la purificazione di sé
che Saba cerca con la propria poesia. Saba fu "uno psicoanalitico prima della psicoanalisi"
affermava G. Contini. Egli, nel suo Canzoniere, venne guidato da un'oscillazione continua tra una
solitudine dolorosa, subita come una condanna all'esclusione e all'isolamento, e un desiderio
opposto di annullare tale sentimento e tale senso di diversità nella vita spontanea e istintiva della
comunità ed è per questo che, forse, la frase che può riassumere in modo migliore i diversi nuclei
tematici della poesia di Saba recita "io ritrovo, passando, l’infinito/ nell’umiltà" e che allo stesso
modo spiega l'amore del poeta per le 'trite parole' della tradizione letteraria, ormai evitate dai
contemporanei ma capaci di esprimere le verità profonde sulla vita umana. La Città Vecchia dipinta
da Saba è la Genova dei sobborghi di De Andrè e per entrambi rappresenta la casa. Trieste per Saba,
quanto Genova per De Andrè, si tramuta dunque nello scenario perfetto per esprimere la genuinità
della vita; una città amica e accogliente che si fa dimora di emarginati e poveretti, dove "prostituta e
marinaio, il vecchio che bestemmia, la femmina che bega, il dragone che siede alla bottega del
friggitore, la tumultuante giovane impazzita d'amore, sono tutte creature della vita e del dolore".
Come l'opera di Saba aveva assunto per lo scrittore stesso il posto di una madre che non lo aveva
mai ascoltato, così il cuore più profondo della città si fa eco di quelle mille voci che provano a farsi
sentire nella società, andando oltre il pregiudizio e superando la linea di confine tracciata dall'uomo
stesso. Una società che, uscita dal decadentismo ottocentesco ancora non poteva fare a meno di
individuarsi in classi ben distinte tra loro.
Quando i poeti maledetti (P. Verlaine 1883) vedevano nella decadenza della letteratura occidentale
la decadenza di un'intera società, compivano la loro ribellione uscendo dagli schemi, diventando
sacerdoti della bellezza, devoti a dei quali alcool e droghe. "Ho licenziato Dio/gettato via un
amore/per costruirmi il vuoto/nell'anima e nel cuore" : così De Andrè rendeva omaggio a tutti
coloro che, cercando una via di fuga dalla società, si erano rintanati nell’uso di stupefacenti
bruciando velocemente ma molto intensamente la loro fiamma. "Pollicino sognante spargevo per la
strada le mie rime" rappresentava l'ideale allegorico , lo scopo ultimo dei poeti maledetti francesi.
All'ombra di Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e molti altri cercavano nella disinibizione e nelle
esperienze di "paradisi artificiali" una nuova strada per vivere pienamente, lanciando aspre critiche
a quella borghesia che corrotta da una moralità volta al solo utile e profitto aveva costruito una
società falsa e ipocrita nella quale il poeta aveva perso il suo ruolo di vate ma voleva mantenere la
sua autonomia. Provando dunque a lanciare il proprio cervello "oltre il confine stabilito" Baudelaire
e i poeti decadenti si pongono come sacerdoti nell'accettare un ruolo di inutilità sociale ma
declamando a gran voce la capacità di vedere aldilà e di cogliere il senso profondo delle cose,
scontrandosi però, nell'infinitezza dell'uomo, contro la finitezza del mondo. La parola del poeta
diventa dunque una rivelazione, un’epifania per cui esiste una natura oscura e profonda dell'uomo
che trova corrispondenza con la natura oscura e profonda del mondo: esiste una realtà aldilà delle
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cose. Quindi Baudelaire si fa sacerdote del Silenzio: ci parla di ciò che è oltre le apparenze, dalla
sua stanza. Con la trascrizione del linguaggio del sonno o in preda a droghe, alcool, piacere è
continuata la linea simbolista baudeleriana dal giovane Rimbaud, veggente in grado di rivelare
questa realtà sconosciuta in modo da coglierne l'essenza profonda. Questa sorta di ispirazione
onirica dei poeti maledetti troverà una sua chiave di volta negli studi freudiani di fine ‘800, quando
emergerà una componente umana che va veramente "aldilà" di tutto, ma già presente in noi:
l'inconscio e il suo studio, la psicoanalisi. Quello che era dunque stato un problema generalizzato, di
difficoltà nel trovare un ruolo al centro della società, tentativo di abolire quella suddivisione tra
classi e di distruggere l'etica borghese, si ritroverà nell'uomo del '900. Uomo perso nell’incertezza
di una vita che non ha più alcuno scopo. Fragile di fronte ad un mondo, ad una natura che non lo
aiutano a capire; frammentato in mille e più parti con cui prova a costruire e capire se stesso.
Travolto dalle onde del progresso senza scogli a cui appigliarsi. E sono quindi le maschere ciò a cui
si aggrappa questo uomo per trovare salvezza. Maschere dietro alle quali nascondersi e crearsi
un'identità. Maschere necessarie per calarsi in un personaggio e trovare il proprio ruolo nella vita.
Maschere che, comunque, nascondono le mille sfaccettature di ogni persona.
Ed è proprio dell’analisi di queste maschere che si interessa uno dei più importanti scrittori della
letteratura del XX secolo: Luigi Pirandello. Pirandello nasce a Caos, in provincia di Agrigento, e
questo suo dato anagrafico influenzerà tutto il corso della sua vita e le sue scelte tematiche,
all’insegna del conflitto fra le vita e le forme. Le forme sono, per l’autore siciliano, tutto ciò che
attiene alla vita sociale a cui va opposto il concetto di vita come brulichio indistinto, un pulsare
informe di un tutto vitale al quale l’individuo si ricongiunge con la morte. Ma al concetto di vita che
continua a muoversi sotto le forme, Pirandello attribuisce anche caratteri di istintualità che la vita
sociale reprime ma che possono essere intravisti dai personaggi che si affacciano sull’orlo
dell’abisso, metafora, appunto, dell’inconscio. L’arte umoristica come la sua è infatti, secondo lui,
l’unica figlia di una modernità in cui l’uomo non è più l’ombelico del mondo e non è più padrone di
nulla. Se l’arte comica si fondava sull’avvertimento del contrario, quella umoristica va oltre e
accompagna questo avvertimento con il sentimento del contrario: noi riflettiamo. È però
un’inevitabile conseguenza che da qui derivi un forte pessimismo nel rendersi conto che la vita non
è nulla. Ciascuno è portatore di una verità soggettiva irriducibile a quella dell’altro e questo genera
spesso l’incomunicabilità tra le persone e una drammatica conflittualità. Pirandello si pone dunque
come portatore di un messaggio di assoluta relatività e forte critica alla società delle apparenze in
cui è necessario riflettere, andare aldilà e, alla fine, rendersi conto che non c’era nulla di cui ridere.
È con il teatro che l’autore agrigentino riesce a rappresentare al meglio questo ideale . La situazione
teatrale, fondata sulla finzione, sugli attori che recitano una parte, è di per se’ adattissima a mettere
in scena una critica aperta della finzione sociale che irrigidisce la vita nelle forme, e diventa
metafora della vita stessa. Il teatro diventa il luogo simbolico dello svelamento della rete di falsità
su cui la vita è fondata, affermando, paradossalmente, la verità della finzione. – E l’esplosivo
spacca, taglia, fruga/ tra gli ospiti di un ballo mascherato,/ io mi sono invitato/ a rilevar
l’impronta/ dietro ogni maschera che salta/ e a non aver pietà per la mia prima volta- erano le
parole che De Andrè metteva in bocca ad un suo personaggio col medesimo intento pirandelliano di
smascherare la realtà e mostrarne la vera essenza casuale e irrazionale. Per questo –Nelson
strappato al suo carnevale/ rincorre la sua identità/ e cerca la sua maschera, l’orgoglio, lo stile,/
impegnati sempre a vincere e mai a morire- nel vano tentativo di sfuggire ad una verità ineluttabile
sebbene chiara solo a pochi. Ed è infatti solo a questi pochi che è dato specchiarsi e vedere, sotto la
forma morta, la consistenza magmatica dell’io, la sua molteplicità irriducibile a unità. Questa
rivelazione, di una vita in società come un carcere ma senza libertà all’esterno, ha il carattere di una
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catastrofe che travolge il sistema delle forme e produce vari effetti. Sono momenti epifanici di
grande portata in cui il personaggio , perché anche nella vita di questo si tratta, si è visto vivere in
un attimo di rivelazione e ha elaborato un livello di conoscenza superiore, quasi esterno, come il
narratore in un racconto. Ha preso quindi la distanza dal mondo delle forme e continua a guardarsi
da fuori e a ragionare astrattamente sulla sua condizione. “In certi momenti di silenzio interiore noi
vediamo noi stessi nella vita e in se stessa la vita, ci sentiamo assaltare da una strana impressione
come se in un baleno ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, una
realtà vivente oltre la vita umana. Allora la compagine dell’esistenza quotidiana ci appare priva di
senso” e dunque non resta che subire la condizione in modo ostinato e tormentoso, vivendo un ruolo
e uccidendo la vita, oppure provare a spezzare queste catene e vivere in isolamento, incompresi dal
resto del mondo e conducendo fino alle estreme conseguenze il senso della rivelazione accettando la
propria molteplicità o inconsistenza e la relatività di ogni valore, adeguando ad essa le loro azioni.
Essi sono folli in una duplice valenza: vivono fuori dalla norma e fuori dalla realtà da morti vivi o
dimissionari della vita; nello stesso tempo sono giudicati folli dagli altri che ne sanzionano la
devianza e intuiscono il pericolo di destabilizzazione che può derivare dalla loro vicinanza e dal
loro stesso sguardo. Così come il matto di De Andrè “senza sapere a chi dovessi la vita in un
manicomio io l’ho restituita”, dunque, Vitangelo Mostarda, Mattia Pascal e molti altri sono cos
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Materie e argomenti
- Italiano - Umberto Saba; Poeti maledetti; Luigi Pirandello
- Inglese - War Poets
- Storia - I Guerra Mondiale; Campi di sterminio
- Latino - Suicidio Seneca e Petronio; Letteratura cristiana
- Greco - Cristianità; Plutarco; Luciano di Samosata
- Filosofia - Nietzsche
- Storia dell'arte - Vincent Van Gogh; Edvard Munch; Michel Eugene Chevreul
- Astronomia - Studio e classificazione delle stelle