Estratto del documento

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La crisi dell’io: la confusione dell’uomo moderno

Ilaria Pignalosa

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Sommario

Introduzione

pag. 3

Mappa concettuale

pag. 6

Letteratura: il romanzo della crisi

pag. 7

Caratteristiche del romanzo del Novecento

pag. 8

Franz Kafka

pag. 9

James Joyce

pag. 13

La crisi letteraria in Italia

pag. 15

Luigi Pirandello

pag. 15

Italo Svevo

pag. 18

Storia: la Guerra Fredda

pag. 20

Economia politica: gli accordi di Bretton Woods

pag. 25

Economia: l’attuale crisi economica

pag. 28

La crisi in Italia

pag. 30

Lo spread e i titoli di Stato

pag. 31

Il sonno della ragione genera mostri (El sueño de la razón produce monstruos), Francisco Goya, 1797.

Statistica: elaborazioni statistiche

pag. 32

Rapporti statistici

pag. 33

L’applicazione al calcolo del valore monetario

pag. 34

Il tasso d’inflazione

pag. 35

Inglese: banks

pag. 36

Self-service banking

pag. 38

Bank crisis

pag. 38

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La crisi dell’io

E come possiamo intenderci se nelle parole che io dico metto il senso e il valore delle cose che sono dentro me, mentre chi le ascolta, inevitabilmente, le assume col senso e il valore che hanno per sé del mondo che egli ha dentro?

La cultura dell’Ottocento era saldamente ancorata a una concezione forte dell’io, inteso come sostanza razionale e unitaria. Tale concezione si era formata gradualmente nel corso dell’epoca moderna, ma, nel XIX secolo, aveva compiuto un salto di qualità; mai come in questo secolo, infatti, il pensiero umano aveva considerato tanto potente la soggettività razionale, attribuendole - almeno in linea di principio - una pressoché assoluta capacità di dominio sulla propria coscienza, sul proprio corpo e sul mondo naturale.

Nel Novecento però qualcosa sembra andare storto e il vaso di Pandora a lungo tenuto sotto controllo con difficoltà finalmente esplode: come un fiume in piena, la coscienza di essere soltanto una minuscola pedina di una insignificante partita a scacchi travolge anche chi, fino a quel momento, aveva fatto della sicurezza di sé l’unico bastone su cui poggiarsi.

Il delicato meccanismo della razionalità umana improvvisamente si inceppa e il Novecento diventa teatro di due catastrofiche guerre mondiali, della Rivoluzione russa e della successiva guerra civile, della prima grande crisi economica di livello mondiale, di conflitti sociali violenti che spesso sfociarono in tentativi insurrezionali falliti o repressi, genocidi tecnologicamente pianificati, regimi dittatoriali e totalitari dimessi che facevano della violenza sistematica uno strumento quotidiano di governo. Gli effetti distruttivi di questi cruenti fenomeni storici toccarono livelli mai prima raggiunti in così poco tempo, sia in termini di vite umane sia in termini di beni materiali.

In questo contesto storico il mito ottocentesco di un io razionale capace di esercitare un controllo sugli istinti attraverso la morale e la politica, e sulle forze della natura grazie alla scienza e alla tecnica, si frantumò definitivamente.

In ambito filosofico l’espressione più diretta e consapevole della crisi della civiltà occidentale fu l’esistenzialismo. Al suo interno fu Jean Paul Sartre (1905-1980) a teorizzare nel modo più radicale la crisi dell’io. Per Sartre «l’io non è un abitante della coscienza», in quanto l’io proprio è un elemento del mondo tanto quanto l’io di un altro uomo. Ciò significa che l’io non è sostanza o autocoscienza, e non è neppure un ente dotato di contenuti conoscitivi propri e di un’attività intuitiva interna, ma è costantemente teso a superare l’opacità del mondo esterno, che si pone come dato insuperabile e ineliminabile. Sartre connota tale completa apertura della coscienza come “nulla”, in quanto assenza di una determinazione data e tensione verso il superamento dell’oggetto. Sul piano pratico ciò significa che l’io, a differenza degli altri enti mondani, è assolutamente libero, aperto a ogni possibilità. L’angoscia diviene pertanto il sentimento costitutivo dell’io, in quanto esprime al contempo la coscienza del suo nulla e della sua libertà incondizionata. Ma proprio perché fondata sul nulla, la libertà umana è destinata a sfociare nel fallimento. L’io progetta sì di farsi Dio, cioè di diventare fondamento di se stesso e del mondo, ma ciò è impossibile, perché l’io dipende dal mondo, ed è solo possibilità di negare il mondo, trascendendolo, ma non di produrlo. Dunque, conclude Sartre, «è la stessa cosa, in fondo, ubriacarsi in solitudine o condurre i popoli», tutte le imprese umane sono equivalenti e l’uomo è solo «una passione inutile».

In letteratura tutto ciò si concretizza nella figura dell’antieroe, nuovo, sfortunato e patetico protagonista, vittima degli eventi e delle sue stesse illusioni. L’intellettuale novecentesco ha perso il suo ruolo di vate, come qualsiasi altro uomo è costretto a strisciare nel fango della sua esistenza, a subire lo scorrere del tempo senza poterne afferrare la trama e a soccombere sotto l’irrazionalità, invocando quasi la follia pur di sfuggire a una realtà fatta di ipocrisie e falsità.

È durante le due Grandi Guerre che l’uomo perde definitivamente il lume della ragione e la passione che dovrebbe muoverlo si trasforma invece in ferocia, pura e cruda.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli orrori dei lager sono la viva e innegabile testimonianza di cosa un semplice uomo sia in grado di scatenare, se assecondato e lasciato libero di agire in virtù della sua follia. Ma soprattutto, il Nazismo e le sue conseguenze appaiono come il simbolo di un nuovo modo di fare politica, basato sulla propaganda e capace di far leva sulle debolezze della collettività.

Ennesima conferma della pericolosità di un pensiero collettivo erroneamente dirottato è quanto accade subito dopo la Guerra: USA e URSS, uniche potenze ancora in piedi nonostante i costi del conflitto, si contendono il dominio dell’intero pianeta.

Se oggi uno scenario apocalittico in cui due soli Paesi minacciano di scontrarsi a suon di armi nucleari sembra la trama di un film o di un videogioco, nella seconda metà del Novecento il terrore che la bomba atomica potesse essere sganciata sulle proprie teste era all’ordine del giorno per gli europei tanto quanto per i russi e gli americani.

Per oltre un ventennio Russia e Stati Uniti ebbero cura di instaurare nelle popolazioni una vera e propria politica del terrore, alimentata da una forma di propaganda addirittura inquietante nella sua genialità e da un clima di tensione tale da scatenare veri e propri episodi d’impronta medioevale: servizi di spionaggio, “cacce alle streghe”, persecuzioni di gruppi etnici o singoli individui ritenuti sospetti.

Ancora una volta l’uomo, in preda ad una vera e propria crisi e ad una forte tensione psicologica, stava dimostrando la sua debolezza e l’effimerità dei suoi buoni propositi.

È importante sottolineare che, se questa cosiddetta Guerra Fredda riuscì ad avere luogo, fu forse anche per merito dei piani economici varati dai governi delle due potenze in lotta, che permisero ai loro Paesi di rialzarsi dopo le enormi perdite economiche ed umane dello scontro mondiale.

Il COMECON e il Piano Marshall rappresentano l’importanza di strategie economiche ben studiate e capaci di badare non solo alle sorti dello Stato ma anche a quelle dei cittadini stessi.

L’America, del resto, non era nuova a questo genere di situazioni: già nel 1929 era riuscita a riprendersi dal crollo borsistico del “giovedì nero”, con il cosiddetto New Deal. Nel 1944 aveva poi riconfermato la propria egemonia economica durante gli accordi di Bretton Woods, convincendo l’intera Europa ad adeguare il proprio sistema di cambi monetari esclusivamente in base al valore del dollaro, accettando quindi quest’ultimo come moneta più forte.

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In questo XXI secolo dilaniato da una nuova crisi economica, l’eco delle misure adottate dal governo americano si fa sempre più prepotente. In Italia, la caduta di partiti politici ritenuti storici e le condizioni economiche e di lavoro sempre più incerte della classe sociale hanno portato ad una rivoluzione totale dello stile di vita italiano, ormai incentrato sul risparmio e il lavoro precario.

Anche il sistema politico stesso ne ha risentito, al punto di dover affidare le sorti del Paese ad un nuovo Governo, definito “tecnico”.

La fiducia nel sistema politico italiano, da parte degli stessi cittadini, è ormai bassissima quanto inesistente, l’economia stenta a rialzarsi e le imprese di qualsiasi dimensione spesso non trovano altra soluzione che chiudere i battenti; come se non bastasse, molti imprenditori sul lastrico scelgono la via del suicidio davanti alla mole di debiti da pagare (per quanto le statistiche rivelino che il tasso di suicidi sia forse aumentato soltanto nelle notizie dei media, ma non nell’effettiva realtà dei fatti). In uno Stivale nuovamente in crisi, c’è chi propone soluzioni al limite del ridicolo e che potrebbero far slittare verso l’alto il tasso di inflazione e chi, accettando scuole di pensiero più “complottistiche”, sembra additare le banche come uniche colpevoli.

Proprio l’importanza di quest’ultime è invece indiscutibile: in un presente storico dominato da un’economia vacillante, è necessario un controllo capillare dell’emissione di carta moneta. Inoltre le nuove tecnologie hanno permesso di sviluppare il cosiddetto sistema di “home banking”, utile per gestire il proprio conto comodamente da casa propria, rendendo la banca più accessibile per tutti.

Al di là di tutto, a distanza di un secolo l’uomo non sembra essere capace di rialzarsi da questa crisi che lo ha oppresso, tanto da perdere ogni punto di riferimento anche nel mondo del lavoro e dell’economia.

Che sia questa la tanto profetizzata fine del mondo? “1984” di George Orwell e “Il seme inquieto” di Anthony Burgess descrivono un essere umano ormai ridotto ad un automa, incapace di esprimere le proprie emozioni, vittima della propria angoscia al punto di essere stato facilmente sottomesso al volere di qualcuno ben più furbo di lui: l’attuale stato delle cose dimostra che dalla fantascienza all’attualità il passo è molto breve.

6

La crisi dell’io

Letteratura: gli scrittori della crisi

Storia: la Guerra Fredda

Economia politica: gli accordi di Bretton Woods

Statistica: i rapporti statistici e il tasso

Economia aziendale: l’attuale crisi economica

Diritto: il Governo

Inglese: Banks

Informatica: i servizi bancari online

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Il Novecento letterario

Il poeta è sempre più piccolo e più debole della media degli uomini. Per questo sente più intensamente, con più forza degli altri la pesantezza della sua presenza nel mondo.

Sommario - Franz Kafka

Il Novecento letterario pag. 6

Franz Kafka pag. 7

James Joyce pag. 11

La crisi in Italia pag. 13

Luigi Pirandello pag. 13

Italo Svevo pag. 16

Il Novecento letterario

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La nascita del romanzo moderno va ricondotta ad una serie di importanti trasformazioni che all’inizio del secolo hanno investito l’economia, la società, il pensiero scientifico e filosofico e, fra queste, un posto particolare può essere riservato all’avvento del cinema, nel quale l’uomo moderno (e in particolare l’intellettuale) trova un nuovo mezzo per esprimere se stesso in maniera spontanea e per descrivere i suoi sogni e le sue esperienze personali. Il cinematografo è anche il modo per sottolineare la nuova concezione del tempo, formulata da Henri Bergson, poiché gli istanti non si susseguono tutti uno uguale all’altro, ma si dilatano o si restringono a seconda della volontà del soggetto. Inoltre attraverso la macchina da presa è possibile percepire le diversità dei punti di vista che, a mano a mano, si possono assumere comunicando così una visione del mondo (e anche delle stesse persone) che non è più lineare, ordinata e uguale per tutti.

Contemporaneamente, gli sviluppi della scienza mettono in crisi l’immagine tradizionale di un mondo in cui i fenomeni possano essere spiegati secondo un preciso ed univoco rapporto di causa ed effetto.

Su un altro versante gli studi della psicoanalisi portano alla scoperta dell’inconscio ovvero di quella parte dell’io che si colloca al di sotto del piano della coscienza e che influenza in modo decisivo il suo comportamento.

Caratteristiche del romanzo novecentesco

Nel primo Novecento il tema della crisi dell’io è il leitmotiv dei grandi romanzi europei: dall’Ulisse (1922) di James Joyce (1882-1941) al Processo (1924) di Franz Kafka (1883-1924), da La coscienza di Zeno (1923) di Italo Svevo (1861-1928) all’Uomo senza qualità (1930) di Robert Musil (1880-1942). L’eroe del romanzo ottocentesco si trasforma in antieroe, l’inetto, l’escluso, l’uomo senza qualità, e, parallelamente, viene attuata una rivoluzione nella forma romanzesca: il narratore onnisciente viene sostituito dallo stream of consciousness (“flusso di coscienza”), dalla mera registrazione dei mutevoli stati dell’io, che disarticola in tal modo la continuità spaziotemporale della narrazione.

Il personaggio del romanzo novecentesco si definisce soprattutto per le sensazioni e i pensieri e non è mai uguale a se stesso, ma muta secondo il tempo, alle situazioni in cui si trova e soprattutto in relazione alla molteplicità dei punti di vista attraverso i quali viene presentato. Cade l’eroe decadente, ormai incapace di adeguarsi ad un nuovo stile dominato da una classe borghese sempre più prepotente nell’insorgere.

Il tempo non scorre più in un’unica direzione, in quanto i fatti non vengono narrati secondo il loro ordine cronologico. Si assiste ad un continuo trapassare dal presente al passato, da un ricordo ad un altro; gli episodi non sono sempre vicini nel tempo e non hanno tutti la stessa importanza. Nasce un rapporto ambiguo tra passato e presente in cui i due piani temporali non si succedono l’uno all’altro ma coesistono in una specie di “tempo interiore”.

Anche lo spazio (il mondo esterno, il paesaggio e l’ambiente sociale) non ha più una sua autonomia, ma esiste in funzione del personaggio che lo guarda, perciò assume una luce diversa a seconda delle angolazioni psicologiche da cui l’io narrante lo contempla.

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La focalizzazione è prevalentemente interna. I fatti sono introdotti attraverso le percezioni e i pensieri del protagonista, grazie all’adozione della cosiddetta “restrizione di campo”: il lettore è informato soltanto di ciò che ricade nell’ottica del personaggio o che accade nella sua mente. Inoltre il punto di vista del personaggio è cangiante.

Al centro della narrazione non vi è più il rapporto tra il personaggio e l’ambiente, ma lo scavo interiore che mette a nudo tutte le sfaccettature del sentimento.

Franz Kafka

Kafka nacque il 3 luglio 1883. Praghese di famiglia ebrea e di lingua tedesca, Kafka trasforma in letteratura i molteplici influssi che gli provengono dalle sue radici: il gusto per il magico e il misterioso caratteristico delle tradizioni di Praga, il senso di colpa e l’incubo della persecuzione tipici delle comunità ebraiche in un contesto cristiano, le tendenze al fantastico e all’irrazionale della Germania romantica.

La sua non fu una vita facile anche a causa delle sue personali ossessioni, le sue febbrili inquietudini e angosce private: il difficile rapporto col padre, la malattia che fino da giovane lo mise di fronte alla morte (è colpito da tubercolosi a trentaquattro anni), l’amore infelice per una giovane intellettuale, Milena Jesenka, testimoniato da uno splendido carteggio, sono tutte esperienze personali di infelicità che lo scrittore oggettiva e universalizza nel contesto della crisi della civiltà europea e, più in generale, in una denuncia dell’incubo assurdo a cui si è ridotta la condizione umana.

La letteratura per Franz Kafka rappresentò una scelta di vita, una vocazione profonda, un’irrinunciabile esigenza esistenziale. Nei suoi scritti Kafka elabora il conflitto Arte-Legge, il suo difficile rapporto con il femminile, il problema della colpa come regola universale. Visse nella convinzione che il destino dell’uomo – anche nella sua più banale quotidianità – fosse sempre e comunque nelle mani di forze imperscrutabili e beffarde, imprevedibili e ingannevoli. L’inganno sarebbe anzi l’unico principio ordinatore che l’uomo possa conoscere: sarebbe l’unica “Legge” dietro cui si cela Dio.

La sua narrativa assume costantemente caratteri onirici: esattamente come accade nei sogni, situazioni assurde e prive di motivazioni logiche vengono presentate come se fossero assolutamente razionali, determinando un universo bloccato in cui l’uomo si aggira smarrito e cieco come un topo in trappola.

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Sintesi
  • Letteratura - Svevo, Pirandello, Kafka, Joyce (in lingua inglese)
  • Storia - Guerra Fredda
  • Economia politica - Accordi di Bretton Woods
  • Economia aziendale - Attuale crisi economica
  • Statistica - Rapporti statistici e tasso d'inflazione
  • Inglese - Banks
  • Informatica - Home banking
  • Diritto - Governo
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