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“Maledetto sia Copernico!”

La crisi dell’antropocentrismo

Una delle attitudini principali dell’uomo è reputarsi misura di ogni cosa. È probabilmente per questo che la prima ipotesi che l’uomo ha formulato sulla posizione che occupiamo nell’Universo non poteva che essere di centralità, quasi a voler esorcizzare i dubbi e le paure che la prospettiva poco rassicurante della marginalità ingenera. Considerando, invece, il proprio pianeta e la propria esistenza in una posizione di centralità rispetto al cosmo, è chiaro come gli uomini potessero sentirsi, non solo padroni del mondo, ma addirittura padroni dell’Universo.

Tale concezione di geocentrismo, codificata da Tolomeo e per secoli indicata come sistema aristotelico-tolemaico, complice anche l’autorità della Chiesa, non poté essere sovvertita sino alla cosiddetta “Rivoluzione Copernicana”. Solo nel 1600 l’astronomo polacco Niccolò Copernico dimostrò scientificamente la teoria eliocentrica, che poneva il Sole al centro del sistema di orbite dei pianeti.

Fu in quel momento che l’uomo perse la sua centralità e cominciò a rendersi conto che la comprensione umana non avrebbe mai potuto svelare i misteri del cosmo. Questo sentimento di “nullità” dell’essere umano è stato ampiamente sentito dagli animi più sensibili della letteratura e della filosofia, ed ha costituito uno dei temi cardine della riflessione sul senso stesso dell’esistenza umana nel Novecento.

Tuttavia, gli argomenti studiati in questi anni e gli approfondimenti frutto della mia personale passione per un tema così affascinante, mi hanno portato a considerare che l’uomo, da sempre e non solo dopo Copernico, è stato terrorizzato dalla consapevolezza della propria pochezza, sia rispetto all’Universo, sia rispetto al mondo che lo circonda, sia rispetto al suo stesso esistere.

Dunque, ciò che con la mia tesina voglio mettere in particolare evidenza, dopo aver esposto varie teorie scientifiche riguardanti il mistero della struttura dell’Universo, è:

  • Le riflessioni degli artisti sulla sconvolgente scoperta data da Copernico.
  • Come una concezione armonica o caotica dell’Universo possa portare, rispettivamente, a una concezione esistenziale di serenità o di spaesamento.
  • In che modo l’uomo abbia reagito, nel corso dei secoli, all’allargamento dei suoi orizzonti portando tre esempi rilevanti a riguardo.

Inoltre, da ogni argomento affrontato, proverò a trarre qualche conclusione su com’è possibile affrontare il difficile rapporto tra la nostra condizione umana e l’immensità dell’universo.

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Il mistero della struttura dell’Universo

Da sempre l’uomo si è chiesto quale fosse il senso del proprio essere ed ha cercato di capire e decifrare il mondo che lo circonda. La complessità e il mistero riguardanti l’Universo derivano dall’impossibilità di osservarlo integralmente (posto che possa essere davvero totalmente conosciuto). Una prova evidente di come noi uomini, invece, ci sentiamo certi di poterlo addirittura possedere, è l’aggettivo possessivo che utilizziamo parlando del cosmo: il “nostro” pianeta, la “nostra” galassia... ma qual è il nostro “ruolo” nello spazio celeste?

Il pianeta Terra ruota intorno alla stella Sole, che a sua volta fa parte di una galassia, la Via Lattea. Essa comprende oltre 100 miliardi di stelle e ha la forma di un disco centrale (nucleo galattico) da cui si dipartono lunghi bracci a spirale: si tratta dunque di una galassia a spirale sbarrata.

Il Sole, e quindi anche la Terra e tutto il Sistema Solare, si trova nella Nube Interstellare Locale, che a sua volta si trova dentro la Bolla Locale, a sua volta dentro la Cintura di Gould situata nei pressi del bordo interno del Braccio di Orione, a una distanza di circa 27.000 anni-luce dal centro galattico. Dunque, non possiamo considerarci così centrali.

Inoltre, la Via Lattea, pur con la sua enorme massa, con le sue dimensioni, è solo un piccolo angolo dell’Universo. Oggi sappiamo che esistono altre galassie, ognuna delle quali è formata da centinaia di miliardi di stelle, come la galassia che ci ospita. Le galassie tendono a riunirsi in gruppi: nel raggio di circa 3 milioni di anni-luce dalla Via Lattea si trovano una trentina di galassie, che formano il Gruppo Locale, ma si conoscono ormai numerosissimi ammassi galattici. Tali ammassi sono legati anch’essi tra loro in superammassi: la Via Lattea fa parte del Superammasso della Vergine, che comprende numerosi ammassi ed è circondato da immensi spazi vuoti. Nell’Universo osservabile (ovvero ciò che con i nostri strumenti siamo in grado di vedere attualmente) sono presenti innumerevoli superammassi, ma la materia visibile è insufficiente a fornire la “colla gravitazionale” per mantenere stabilmente nel tempo queste aggregazioni.

Più di recente si è visto che anche la rotazione delle galassie avviene come se sentissero la presenza di materia invisibile. Grazie a degli studi accurati, si è giunti a calcolare quanta materia l’Universo contiene. Ma stimando la massa della materia visibile, gli studiosi hanno notato che si arriva appena allo 0,05% del totale. Considerando anche tutta la rimanente materia nota (nebulose, buchi neri, ecc.) possiamo raggiungere il 5%. Dunque, il 95% dell’Universo che “manca” sarebbe costituito da particelle a noi sconosciute.

Appare dunque evidente come la nostra importanza nell’Universo non è nemmeno paragonabile a quella di “un granellino di sabbia impazzito” nel deserto. Per noi uomini che viviamo “all’interno” dell’Universo, è impossibile spiegarne la natura. I fisici sostengono che osservando un sistema fisico dall’interno non si potrà mai capire il senso ultimo di tale sistema, né conoscerlo appieno. Possiamo limitarci a formulare delle ipotesi, tenendo conto di quella porzione di Universo osservabile, che è stata ampiamente studiata dalla

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Cosmologia. La nostra concezione dell’universo è cambiata radicalmente nel corso dell’ultimo secolo, in seguito al perfezionarsi delle tecniche e degli strumenti dell’osservazione astronomica. Sono state formulate due ipotesi relative all’origine e alla successiva evoluzione dell’Universo, entrambe basate sulla legge di Hubble. Questa legge è una delle più grandi scoperte del secolo, fatta dallo scienziato che le dà il nome, il quale osservò, negli spettri (cioè una striscia formata da bande con tutti i colori dell’iride, che ci permette di ottenere numerosissime informazioni anche su corpi celesti lontanissimi) di alcune galassie, uno spostamento verso il rosso (Redshift) del loro spettro, dal quale dedusse che le galassie si stanno allontanando (poiché, per l’effetto Doppler, un astro che si allontana aumenta la lunghezza d’onda della luce che emette, apparendo più rosso di quanto sia in realtà). Inoltre, si è giunti a concludere che il redshift negli spettri di galassie che si trovano a distanze note aumenta con l’aumentare di tali distanze. Ne consegue che: le galassie si stanno allontanando con una velocità tanto più alta quanto più sono lontane.

(Questa è la legge di Hubble). Il rapporto tra la velocità di allontanamento delle galassie e la loro distanza dalla Terra è costante e viene indicato con , nota come costante di Hubble. La formula matematica della legge è: =

0

0

Così, conoscendo la velocità di allontanamento di un oggetto, se ne ricava la distanza in base alla costante di Hubble. Se il forte redshift è dovuto al solo effetto Doppler, come si ritiene, alcuni astri (come i quasar) si stanno allontanando a velocità di oltre il 90% superiore alla velocità della luce. Tutto ciò si può spiegare se si ammette che l’Universo è in espansione nella sua globalità, perciò ogni oggetto si allontana da ogni altro per il progressivo dilatarsi dello spazio. Il fatto che l’universo sia in espansione comporta che esso sia passato da una situazione di alta densità all’attuale distribuzione estremamente sparpagliata delle galassie.

Dopo la formulazione della legge di Hubble, le due linee di pensiero che si sono affermate riguardo all’evoluzione dell’Universo sono:

  • La teoria dell’Universo stazionario, che prevede che l’Universo sia immutabile ed uniforme, e dunque la sua espansione sarebbe compensata da continua creazione nello spazio di nuova materia, la cui aggregazione finirebbe per produrre nuove galassie in sostituzione di quelle ormai lontane.
  • La teoria dell’Universo inflazionario, che prevede che l’Universo abbia avuto origine per l’esplosione (“big bang”) di un nucleo primordiale di densità quasi infinita e con una temperatura di miliardi di gradi, seguita da una rapidissima espansione (inflazione) che generò anche lo spazio-tempo in cui si dilatava.

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L’universo può essere osservato da diverse prospettive, con gli occhi del poeta, del filosofo e dello scienziato, ciascuno dei quali interpreta i fenomeni celesti secondo la propria ideologia e cultura. Spesso, infatti, gli artisti hanno mostrato di non rimanere indifferenti di fronte alla vastità del cosmo.

Giacomo Leopardi e la critica all’antropocentrismo

Quest’atteggiamento contemplativo è tipico del Giacomo Leopardi lirico degli “Idilli”, nei quali il poeta è attratto soprattutto dalle sensazioni d’indefinito, di vago e d’infinito che i paesaggi notturni suscitano nel suo animo: ricordiamo a tal proposito che la sua interlocutrice prediletta fu un corpo celeste, la Luna. In questa prima fase la Natura è ancora considerata un’entità positiva e benefica, non tanto perché essa assegni all’uomo una condizione realmente felice, ma perché produce generose illusioni che rendono la vita sopportabile. La civiltà umana ha però distrutto tali illusioni e ha mostrato all’uomo la vera condizione della vita sulla Terra: l’infelicità dell’uomo è dunque un dato storico. Nell’ultima fase della sua poesia, Leopardi ritiene invece che siano le condizioni stesse della vita a rendere infelice l’uomo. La natura non è più madre benevola ma matrigna crudele. La ragione, precedentemente considerata come una delle cause dell’infelicità umana, ora tende ad apparirgli un efficace strumento conoscitivo, capace di svelare le contraddizioni del reale. Essa non conduce alla felicità, condizione negata all’uomo, e anzi può contribuire a fargli sentire più intensamente l’infelicità, ma lo rende anche consapevole della propria condizione e lo libera dalle false credenze, come l’irrisoria superbia di chi si crede misura e fine dell’universo. La constatazione della fragilità umana di fronte alla natura non porta Leopardi a fabbricarsi un mitico “regno dello Spirito”, ma ad una radicale dissacrazione di ogni atteggiamento antropocentrico.

Questo atteggiamento critico verso l’illusione antropocentrica, derisa in nome della marginalità dell’uomo nell’Universo, è ampiamente sviluppato in alcune delle “Operette morali”, prose e dialoghi filosofici iniziate a partire dal 1824. In particolare, l’operetta “Il Copernico”, composta nel ’27, è fondata sul tema dell’insignificanza degli uomini in contrasto con l’immensità dell’universo e dell’alta idea che l’uomo ha di se stesso. In essa è immaginato un dialogo tra Copernico e lo stesso Sole. Quest’ultimo, stanco di girare attorno alla Terra, decide di chiamare a sé l’astronomo polacco per far sì che sia la Terra a girare. Questa scena, come affermato dallo stesso Leopardi una lettera a De Sinner, simboleggia la “nullità del genere umano”. La condizione marginale riservata all’uomo nell’universo risalta soprattutto nel momento in cui il Sole afferma di essere stanco “di questo continuo andare attorno per far lume a quattro animaluzzi, che vivono in un pugno di fango tanto piccino” e nelle parole di Copernico, il quale afferma che la nuova teoria eliocentrica non porterà semplicemente conseguenze materiali ma “sconvolgerà i gradi della dignità delle cose, l’ordine degli enti e scambierà i fini delle creature”. In questo modo, quindi, la “maestà terrestre” dovrà abbandonare il trono e l’impero, e gli uomini resteranno soli con i loro stracci e con le loro miserie. Il Sole conclude affermando che se ciò stravolgerà troppo gli uomini, possono continuare a illudersi della loro centralità, se “raziocinando a rovescio”, “essi ne staranno più consolati”.

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Leopardi, dopo aver rivolto la satira polemica contro l’antropocentrismo nelle Operette, con il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia ne riprende implicitamente le conclusioni. Tutta la seconda strofa, dedicata all’allegoria del “vecchierel bianco, infermo”, presenta infatti una natura ostile ed estrema. Ma, più che la negatività, conta qui la mancanza di significato, che si esprime nella distanza e nell’indifferenza tra soggetto e oggetti naturali. Ciò che il pastore, che rappresenta lo stesso Leopardi, vorrebbe sapere dalla “silenziosa luna” è appunto il significato dei “deserti” che egli percorre, di “greggi, fontane ed erbe” che incontra, il significato della “primavera” e del caldo estivo, dell’invero con i suoi “ghiacci”. L’assenza di significato nel paesaggio indica il venir meno del privilegio dell’uomo nel cosmo. L’universo non è più sentito come una cornice della condizione umana: la terra non è fatta per l’uomo, né lo è l’Universo; anzi, né l’uno né l’altro sono fatti per nessun vivente.

Canzone libera di settenari e endecasillabi

Queste tematiche, infine, verranno riprese anche nel canto “La Ginestra”, in particolare nei versi 158-201 nei quali il poeta, mentre si trova da solo in “queste rive desolate che il flutto indurato veste” (cioè nel paesaggio desolato del Vesuvio ricoperto da dura roccia), si abbandona apparentemente ad un’idilliaca contemplazione del cosmo.

Sovente in queste rive,

Che, desolate, a bruno

Veste il flutto indurato, e par che ondeggi, 160

Seggo la notte; e su la mesta landa

In purissimo azzurro

Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,

Cui di lontan fa specchio

Il mare, e tutto di scintille in giro 165

Per lo vòto seren brillare il mondo.

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,

Ch’a lor sembrano un punto,

E sono immense, in guisa

Che un punto a petto a lor son terra e mare 170

Veracemente; a cui

L’uomo non pur, ma questo

Globo ove l’uomo è nulla,

Sconosciuto è del tutto; e quando miro

Quegli ancor più senz’alcun fin remoti 175

Nodi quasi di stelle,

Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo

E non la terra sol, ma tutte in uno,

Del numero infinite e della mole, 5

Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle 180

O sono ignote, o così paion come

Essi alla terra, un punto

Di luce nebulosa; al pensier mio

Che sembri allora, o prole

Dell’uomo? E rimembrando 185

Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno

Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,

Che te signora e fine

Credi tu data al Tutto, e quante volte

Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro 190

Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,

Per tua cagion, dell’universe cose

Scender gli autori, e conversar sovente

Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi

Sogni rinnovellando, ai saggi insulta 195

Fin la presente età, che in conoscenza

Ed in civil costume

Sembra tutte avanzar; qual moto allora,

Mortal prole infelice, o qual pensiero

Verso te finalmente il cor m’assale? 200

Non so se il riso o la pietà prevale.

Quarta strofa di quello che è sempre stato considerato l’estremo messaggio della riflessione leopardiana, è la grande strofe cosmica del canto, dantesca per l’ampiezza della struttura e della concezione, ma lontanissima dalla prospettiva religiosa di Dante. Infatti mentre il poeta spazia con lo sguardo per il “purissimo azzurro”, fiammeggiante di stelle e di “nodi quasi di stelle”, cioè di nebulose, il mistero spaventoso della grandezza dell’universo non spinge Leopardi a vedere la necessità di una divinità creatrice; al contrario, diviene la dimostrazione della solitudine e della marginalità dell’uomo, cosa che Leopardi non dimentica mai, essendo abitante di questa “mesta landa”, di questo “punto in una luce nebbiosa”. Leopardi quindi ribadisce ancora una volta l’assoluta trascurabilità dell’uomo e dell’intero pianeta rispetto all’universo e lo fa con osservazioni tecniche, come la distanza fra le stelle della nostra galassia e fra la nostra e le altre nebulose: in un crescendo quasi drammatico, il poeta ricorda che siamo minima parte sulla terra (“globo ove l’uomo è nulla”), e che a sua volta esso è minima parte di un sistema solare sperduto e ignoto tra infiniti altri.

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Sintesi

Scienze

L'universo

Italiano

Giacomo Leopardi; Luigi Pirandello

Filosofia

Friedrich Nietzsche

Latino

Seneca

Fisica

L'entropia

Greco

L'ellenismo (Menandro e Apollonio)

Ed. fisica

L'allargamento degli orizzonti nello sport (Diego Armando Maradona)

Storia

L'allargamento degli orizzonti nella guerra fredda (Yuri Gagarin)

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