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Homo sum, nihil humani mihi alienum

Puto

Da tempi immemori l’uomo sente la necessità di riconoscersi parte di qualcosa più grande di lui, sia essa una comunità religiosa, politica o sociale.

La domanda di riconoscimento si trova ad essere in stretto legame con l’identità dell’individuo, intesa come la visione che una persona ha di quello che è, delle sue caratteristiche fondamentali che la definiscono come essere umano.

Quest’ultima, nello specifico, è profondamente plasmata dall’avvenuto o mancato riconoscimento oppure persino dal misconoscimento da parte di altre persone.

Per questi motivi, poi, l’individuo può subire un “danno reale”, come è stato definito da Charles Taylor, se le persone e la società che lo circondano gli rimandano, come uno specchio, una immagine di sé che lo limita o sminuisce.

La stretta correlazione tra riconoscimento e identità è anche comprensibile nel carattere dialogico della formazione e comprensione di quest’ultima.

Per poter definire “chi siamo”, “da dove veniamo” abbiamo bisogno di instaurare un dialogo con altre persone.

L’uomo moderno è consapevole della sua necessità di essere riconosciuto dagli altri proprio perché può anche accadere che non lo sia mai.

Questa è la condizione di colui che per i più svariati motivi si trova a dover abbandonare la propria casa per un altro posto.

Molto spesso non si ha la minima idea di quanto significhi per un immigrato, come viene chiamato oggi lo straniero dell’antica Grecia e Roma, l’essere accettato da quella terra che lui ha scelto come sua nuova casa.

Spesso non si considera il singolo individuo in virtù della sua identità, ma si viene travolti dalla turbolenta ondata del pregiudizio che interessa il popolo o il luogo da cui proviene.

Tuttavia, anche quel barbaros è un uomo.

Il motivo che mi spinge a trattare questo tema è in prima analisi la mia esperienza personale.

Pormi delle domande: questo ho imparato in cinque anni di Liceo.

Chi sono, da dove vengo, qual è il mio compito? … sono domande che certamente ogni uomo si pone almeno una volta nel corso della sua esistenza.

Quello che ha caratterizzato in particolare il mio percorso di maturazione è stato chiedermi cosa sarebbe successo se non avessi avuto la fortuna di capire che “sono umano, niente di umano ritengo straniero nei miei confronti”.

È nel secondo dopoguerra che ha luogo una silenziosa ma profonda rivoluzione dei diritti umani.

Il peso degli orrori della guerra, la scoperta delle dimensioni dell’olocausto e insieme la speranza di poter costruire un diverso futuro producono un grande cambiamento nella concezione del diritto, che trasforma progressivamente la cultura giuridica e le stesse istituzioni internazionali.

Questa nuova cultura dei diritti è fondata sull’idea che gli esseri umani debbano essere dotati di alcune prerogative essenziali inviolabili e universali, che uno stato non possa avere il diritto di sterminare una parte dei suoi cittadini, che dunque la sovranità statale non possa più essere assoluta: i diritti inalienabili degli individui vengono affrancati dal monopolio dell’ordine giuridico da parte dello Stato-nazione.

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Sintesi

Storia: pulizie etniche del secondo dopoguerra (questione della popolazione çam)

  • Inglese: "Refugee Blues" di Auden
  • Italiano: "Girovago" di Ungaretti
  • Latino: "Consolatio ad Helviam matrem" di Seneca
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