Esame di Stato 2007
Liceo scientifico A. Aprosio di Ventimiglia
Chiesa e Stato: un conflitto mai risolto
Cotza Valeria
Classe V C 1
Storia: Don Margotti e il Risorgimento italiano
Filosofia: Gioberti e il Risorgimento italiano
Arte: gli artisti e la religiosità
Chiesa e Stato: un conflitto mai risolto
Latino: Plinio il Giovane, Traiano e i cristiani
Inglese: conflitto tra Stato anglicano e dissenzienti
Francese: Leone XIII e il conflitto tra Chiesa e Stato
Storia: Don Margotti e il Risorgimento italiano
Nella Prefazione del libro Giacomo Margotti e il dramma del Risorgimento Italiano, Mario Macchi afferma che è la diversa accezione del concetto di libertà la problematica alla base del rapporto conflittuale tra Chiesa cattolica e Stato italiano di fine Ottocento. I politici piemontesi, infatti, si ispirano a principi liberali intendendo la libertà in un senso che la Chiesa non accetta.
Per la Chiesa libertà significa autonomia di azione nell’ambito di scelte che non vadano contro la morale cristiana; per lo Stato, invece, libertà è autonomia dello Stato nei riguardi della Chiesa.
Lo Stato liberale è laico; esso, però, interviene nelle questioni di matrimonio — che per la Chiesa è Sacramento —, nelle soppressioni dei conventi, nell’esproprio di beni. Lo Stato mira a spogliare il papa del potere temporale che egli ha detenuto per molti secoli, in quanto lo Stato Pontificio rappresenta l’unico e l’ultimo ostacolo al raggiungimento dell’unità nazionale.
Il papa, però, non può abbandonare i suoi sudditi, né può sacrificare l’interesse universale della Religione a quello particolare della nazione italiana; il problema politico appare quindi del tutto secondario di fronte a quello religioso. Questa è la politica della Chiesa di fine Ottocento, sostenuta dagli articoli del sacerdote e giornalista Giacomo Margotti.
Don Margotti nasce a Sanremo nel maggio del 1823 e all’età di diciotto anni entra nel Seminario di Ventimiglia dove passa, secondo le sue stesse parole, una vita “meschina”, soffrendo molto per la lontananza dalla famiglia. Laureatosi in Teologia e Diritto ecclesiastico all’Università di Genova, darà presto prova di spiccate doti giornalistiche; appena venticinquenne, infatti, accusa il Ligure Popolare di aver sfruttato i fondi destinati alle famiglie dei soldati al fronte per mantenere un giornale anticlericale sostenitore della guerra. Questa polemica giornalistica, apparentemente d’importanza marginale, risulta significativa in quanto dimostra quanto Giacomo fosse portato alla lotta attraverso la stampa, in difesa dei principi cattolici e contro la “rivoluzione”.
Nel 1848, dopo la concessione della libertà di stampa in Piemonte, ad alcuni religiosi e laici appare conveniente opporre alla stampa liberale e rivoluzionaria un organo cattolico aperto ai progressi della civiltà. Il 4 luglio di quello stesso anno viene così pubblicato il primo numero del giornale Armonia della religione colla civiltà, senza dubbio uno dei giornali più interessanti dell’Italia ottocentesca. Margotti entra a far parte della redazione un anno dopo, nel 1849: da questo momento in poi l’Armonia si trasformerà un po’ nel “suo” giornale.
In previsione delle elezioni che si indurranno per la prima volta in tutto il Regno d’Italia, Margotti scrive l’8 aprile del 1861 l’articolo Né eletti né elettori, nel quale denuncia la profonda crisi prodotta dal Governo del Piemonte; quest’ultimo infatti, secondo le opinioni del giornalista, si sarebbe impossessato degli altri Stati italiani in modo non conforme al sentimento degli italiani e si sarebbe opposto alle avvenute elezioni di molti deputati cattolici, egli stesso compreso. Margotti scrive:
“Nelle prossime elezioni non vogliamo essere né eletti né elettori. Ecco in due parole il nostro programma, il quale questa volta vincerà sicuramente”.
“Non vogliamo essere eletti, perché non ci vogliamo trovare a’ fianchi di Liborio Romano, né del generale Nunziante, né di Camillo Cavour, che compie bellamente il triumvirato”.
“Di poi non vogliamo essere nemmeno elettori. La legge ci accorda un diritto che noi questa volta rifiutiamo, e ci sovrabbondano le ragioni per rifiutarlo”.
“Dapprima la lotta elettorale verte oggidì tra Camillo Cavour e Giuseppe Garibaldi, tra coloro che combattono il Papa colle ipocrisie e coloro che vogliono combatterlo apertamente coll’empietà e colla demagogia. E noi diciamo: né l’uno né l’altro, sono tutti della stessa buccia. E ci asterremo”.
È probabilmente questo suo atteggiamento che non rende più accetto il sacerdote all’Armonia; da questo momento in poi, infatti, il centro propulsore della linea di astensione cattolica diviene Unità cattolica, il giornale da lui stesso fondato nel 1863.
La teoria margottiana fu accolta con scarso interesse, finché la presa di Roma nel 1870 fece dare a tutti i deputati e senatori cattolici le dimissioni; essendo poi venuta dalla capitale la parola d’ordine, non si parlò nemmeno più di andare alle urne. Infatti la politica inaugurata da Margotti nel 1861 sembrò a papa Pio IX l’unica perseguibile: una netta separazione dei cattolici dai governanti italiani.
L’articolo di Don Margotti appare un’anticipazione della Bolla papale del 1874, nella quale Pio IX respinge fortemente la Legge delle Guarentigie, invitando i cattolici italiani a non partecipare alla vita politica e alle elezioni. In questo modo essi si sarebbero posti in netta opposizione “pronta a contrapporre, ad ogni tentativo di compromesso giuridico, il rigore dei principi e la logica delle idee”. Il Non expedit diviene perciò la consacrazione ufficiale della formula margottiana Né eletti né elettori.
Nel luglio del 1872 si preparano a Roma le elezioni amministrative; grande è il fermento nei diversi partiti: liberali, repubblicani, socialisti, democratici. E i cattolici dovrebbero assistere indifferenti alla lotta?
Molte saranno le critiche, sia contro la formula margottiana sia contro il comando pontificio; molti cattolici, infatti, non si sentono vincolati in coscienza a quest’obbedienza. Si arriverà quindi a vere e proprie “campagne” per il voto anche in favore di sinistra e radicali, promosse da sacerdoti che diranno di avere il loro “problema di coscienza”. Per diventare più potenti appare necessaria la costituzione di un partito cattolico e la presenza dei cattolici in Parlamento: meglio agire con le armi che continuare a far vittime.
Nonostante queste opposizioni, Giacomo resterà fedele per tutta la vita alla linea del Non expedit, che sarà incoraggiata anche dal successore di Pio IX, papa Leone XIII. Quest’ultimo riceverà Don Margotti in Vaticano proprio qualche anno prima della sua morte, avvenuta nel maggio del 1887 a causa di una broncopolmonite. Ecco come il giornalista termina uno dei suoi ultimi articoli:
“Oggi il comando del nostro capitano è di serrare le file ed aspettare; se più tardi suonerà la tromba dell’attacco, noi siam certi che i disubbidienti di oggi sarebbero i vigliacchi di domani”.
Giacomo Margotti fu un polemista convincente, un giornalista europeo, una “penna d’oro”, come lo definì Pio IX, e un “avversario temibile”, come lo definì Cavour. Ogni suo avversario gli riconobbe di aver avuto, nei migliaia d’articoli che scrisse, sempre un fine onesto, anche se ovviamente discutibile; la stampa del suo tempo gli tributò larghi e positivi consensi, dichiarando che il giornalismo cattolico non ebbe mai in precedenza un osservatore più fine di lui.
Negli ultimi decenni dell’Ottocento lo Stato sovrano, come spesso aveva sottolineato lo stesso Margotti, faceva sempre di più sentire il suo peso, la sua intransigenza in tutti i settori; la libertà che dichiarava essere il suo fine principale, infatti, sotto l’etichetta di “neutralità” nei riguardi della religione, veniva negata proprio ai credenti.
“In Italia ed altrove, e sempre, la libertà fu uccisa non dai reazionari, ma dai liberali, perché ritenendo questo nome in fatto mostravansi demagoghi furiosi; vollero troppa libertà, e resero un benefizio al dispotismo. A Roma non fu Pio IX che uccise la libertà. Egli la generò, i mazziniani la uccisero. (…) La riforma delle “cose” non può cominciare che dalla riforma delle “persone”… Via chi ha spinto l’impudenza fino alla menzogna! Via chi ha scambiato la libertà con la persecuzione!”
(Giacomo Margotti, Armonia, 26 ottobre 1852)
Filosofia: Gioberti e il Risorgimento italiano
Margotti osteggiò il Risorgimento combattendo l’idea di un’unità statale, poiché il progetto politico liberale mirava a disfarsi del Pontefice Romano, considerato il nemico d’Italia. Tuttavia molti cattolici erano convinti che bisognasse persuadere il clero a mettersi egli stesso alla testa del movimento liberale, andando così contro alla parola d’ordine papale Non expedit. Ci voleva però un uomo adatto al grande tradimento; questo fu presto trovato: Vincenzo Gioberti.
Vincenzo Gioberti nasce a Torino il 5 aprile del 1801 e si dedica fin da giovane agli studi e alla vita religiosa. Laureatosi in Teologia nel 1823, sarà ordinato prete due anni dopo.
A partire dal 1830 ha intensi rapporti con la società segreta di stampo liberal-moderato dei Cavalieri della Libertà, e collabora alla rivista mazziniana La Giovine Italia. Nonostante l’entusiasmo col quale aderisce alle idee di Mazzini, egli non si iscriverà mai al partito, in quanto rifiuta la violenza e i vani tentativi insurrezionali della setta mazziniana.
Caduto in sospetto dell’autorità di polizia per la sua condotta politica, sarà arrestato nel 1833 e costretto a prendere la via dell’esilio, che trascorre a Parigi e poi a Bruxelles dedicandosi agli studi filosofici e politici. Tornerà in Italia solamente quindici anni dopo.
Il fallimento dei moti mazziniani lo induce a maturare un diverso programma politico, il neoguelfismo, mirante alla costituzione di una confederazione di Stati italiani con a capo il papa. I presupposti di tale linea politica sono delineati nel suo scritto più celebre, Del primato morale e civile degli Italiani, pubblicato nel 1843: Gioberti è convinto, in accordo con le idee della Giovine Italia, che il Paese abbia una missione da portare a termine, ma a differenza di Mazzini è certo che questa missione debba essere di stampo religioso. È proprio in questo progetto politico neoguelfo che trovano pienamente applicazione i precetti della sua filosofia.
Gioberti considera la filosofia nient’altro che “la religione nuda, spogliata del suo velo poetico, e ridotta alle sole idee razionali”. La filosofia è quindi l’esplicazione razionale dei contenuti rivelati dalla religione. Il pensiero umano poggia su una rivelazione primitiva data nel linguaggio, il quale ha origine divina e infonde nella mente umana i principi che le permettono di conoscere la realtà.
Gioberti ritiene quindi che l’uomo abbia un rapporto originario ed immediato con la verità: esiste un vero primitivo e assoluto che non è il prodotto della ragione umana, ma si manifesta con evidenza immediata all’intuito dell’uomo. Egli chiama l’oggetto di questa rivelazione, nel significato di idea, ciò che realmente è; l’Idea, infatti, non è un essere possibile o ideale, ma è l’essere reale ed assoluto, ossia Dio stesso che prende il nome di Ente. Proprio in quanto assume come punto di partenza l’essere reale, questa posizione filosofica viene definita ontologismo.
Per l’uomo pensare equivale a formulare giudizi, ossia proposizioni formate da soggetto, copula e predicato; Gioberti chiama formula ideale il giudizio che esprime l’Idea in modo chiaro e preciso. A questo punto il primo termine contenuto nella formula non può che essere l’Ente, ossia l’essere stesso, cioè Dio.
Gioberti può così affermare che Dio è il “primo filosofo”, al punto che la filosofia umana appare soltanto ripetizione e continuazione di quella divina. Dio è pertanto il principio primo della formula ideale, che però, essendo un giudizio, deve obbligatoriamente contemplare un secondo termine: l’Esistente, che indica il “venir fuori da” e può essere prodotto esclusivamente dall’Ente.
In questo modo risulta articolata nella sua completezza la formula ideale: “l’Ente crea l’Esistente”, la quale mette in evidenza come il nodo di tutte le cose sia la creazione, unico mezzo per arrivare alla piena conoscenza della realtà. Tale creazione, però, non si conclude con la nascita dell’Esistente, ma con il ritorno di tutte le cose alla perfezione dell’Ente, ossia a Dio. La formula ideale può quindi essere completata con una seconda parte: “l’Esistente ritorna all’Ente”.
Tali considerazioni filosofiche, come già detto in precedenza, trovano piena applicazione nel progetto politico neoguelfo espresso nello scritto giobertiano Del primato morale e civile degli Italiani, nel quale Gioberti considera il cristianesimo l’unica religione che è stata in grado di conservare integro il contenuto dell’Idea espresso nella formula ideale, grazie alla sua organizzazione in forma di Chiesa.
In Gioberti l’elaborazione filosofica va a saldarsi strettamente con un progetto di rigenerazione politica. Infatti se alla base della sua filosofia vi è l’Ente che crea l’Esistente, alla base della sua politica vi è il papa rigeneratore d’Italia, nel quale ha riscontro lo stesso Dio. Il papa ha avuto da Dio la missione di conservare in terra l’idea divina, e poi la missione di restituire all’Italia il suo Primato.
Ma in che modo egli dovrà rigenerare l’Italia?
Prima di tutto mediante un moto intellettuale, cercando di allontanare gli Italiani dalle dottrine straniere ed unendoli tutti sotto la formula dell’Ente creatore. Solamente in seguito potrà avvenire un moto politico: il papa si metterà alla testa di un’Italia che crederà in lui, raccogliendo tutti i principi in una lega di cui egli sarà il capo.
Quello di Gioberti si presenta come un programma apparentemente attuabile in quanto esso si ispira ad idee molto diffuse all’epoca sia in Francia che in Italia, miranti a conciliare religione e patria, cattolicesimo e liberismo, ma con il merito di associare il papa alla causa del Risorgimento.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.