Istituto d’istruzione secondaria superiore
Alessandro Manzoni (Suzzara)
Digiacomo Fabio
Classe V^ AS
Percorso d’approfondimento
Esame di Stato 2010/2011
Indice
- Introduzione 2
- L’operaio e la condanna di Sisifo 3
- Taylorismo 8
- Fordismo 11
- Il decorativismo di Morris come soluzione alla perdita di valore del prodotto di serie 14
- L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica 16
- Clonazione 19
- Clonazione umana 22
- Brave New World: clonazione e catena di montaggio 26
- “Alcune applicazioni del mimete” e il vizio di forma 29
- Il lager: la fabbrica di morte e la catena di smontaggio dell’uomo 32
- Bibliografia 38
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Introduzione
Il tema della “serialità”, che ho voluto analizzare nelle sue caratteristiche e nelle sue implicazioni, necessita l’approfondimento, la disamina di due importanti conseguenze di tale principio, come vedremo svilente, dal carattere di condanna e persino aberrante: la prima è l’alienazione dell’operaio costretto ad un lavoro seriale (con l’introduzione della catena di montaggio, macchinario tecnico che più di ogni altro è rappresentativo del tema da me affrontato); la seconda invece è il “declino” del valore unico e intangibile di qualunque oggetto, opera d’arte, o persino essere vivente, sottoposto al processo seriale, il quale può essere la produzione omologata su catena di montaggio, qualunque modalità di riproduzione tecnica di un’opera d’arte, oppure la dibattutissima tecnica biotecnologica della clonazione.
Comunque, ciò che ai nostri occhi appare più evidente, analizzando l’applicazione del principio di serialità, è assolutamente un conseguente deturpamento, una “liquidazione generale”, un “vizio di forma che vanifica uno od un altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale.”
In conclusione del mio percorso ho affrontato il tema della shoah, dello sterminio sistematico degli ebrei d’Europa, avvenuto tramite l’allestimento della più nefanda e diabolica macchina umana, il sistema concentrazionistico dei Lager, all’interno dei quali non è avvenuta semplicemente la distruzione di un intero popolo, bensì l’annientamento dell’anima umana, la carneficina di uomini innocenti dettata non tanto dalla passione folle, omicida e irrazionale, bensì da una “ratio” che si manifestò nella sua lucida e demoniaca ferocia mediante “un imponente apparato che mimava perfettamente la catena di montaggio” e che come prodotto finale del processo di produzione seriale otteneva l’annientamento totale degli “Stück”.
2
L’operaio e la condanna di Sisifo
“Il mondo è creativo. E questo risulta palese dal fatto che esso ha creato un Mozart, capace di creare le opere-di-Mozart.
Fuor d’ogni dubbio, Mozart ha imparato una quantità di cose da suo padre, da Bach e dai maestri italiani.
Ma sarebbe davvero ridicolo asserire che la musica di Mozart non sia nient’altro che una generalizzazione di tutto questo.
La vita, l’universo stesso, prima che vi apparisse la vita, è creativo; ma la prova di questa creatività si ha prima ad opera della vita, e la prova decisiva si ha attraverso Mozart” K. R. Popper
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L’elemento creativo, (paragonato da Heidegger allo sbocciare di una rosa) è uno degli aspetti fondamentali, salienti, della natura umana: la creatività differenzia l’uomo dall’animale, il raziocinio dall’istinto.
E’ infatti in atti poietici, momenti privilegiati (tali la creazione della prole, la poiesi artistica e la realizzazione di un manufatto) che l’uomo trova la sua più completa realizzazione.
E’ dunque il lavoro, inteso come atto libero e creativo, che forma l’uomo (Wesen):
Il carattere antropogeno del lavoro scaturisce necessariamente dalla fusione sinergica di un primo momento ideativo (intellettivo) e di un momento manuale, produttivo, realizzativo.
Come sosteneva Marx, l’individuo può riconoscersi solamente in un lavoro armonioso, che concretizza fisicamente la sua idea, unica e personale.
Negando al lavoratore il momento ideativo, il sistema capitalistico rende il lavoro un obbligo svilente e riduce l’uomo a mero accessorio delle macchine.
Non c’è quindi spazio nel sistema produttivo industrializzato per l’umanità, per la progettazione e la realizzazione personale, bensì per l’umiliazione, la fatica e il carattere spersonalizzante e alienante di azioni continuamente ripetute: è infatti l’aspetto seriale, ripetitivo del lavoro di fabbrica la fondamentale causa della alienazione denunciata da Marx.
4
Karl Marx teorizza nei “Manoscritti economico-filosofici del 1844” quattro tipi di alienazione operaia:
- L’operaio è alienato dal prodotto del suo lavoro: egli infatti produce beni che non gli appartengono bensì sono di proprietà del capitalista.
- L’operaio è alienato dalla propria attività, perché non produce per sé stesso, ma per un altro (il capitalista); il lavoro dell’operaio non è libero come quello dell’artigiano né fantasioso ma costrittivo, stabilito dal capitalista.
- L’operaio è alienato dal suo prossimo, cioè dal capitalista, che lo tratta come un mezzo da sfruttare per incrementare il profitto e ciò determina un rapporto conflittuale, un opposizione dialettica.
- L’operaio è alienato dalla sua stessa essenza (Wesen), poiché il suo non è un lavoro costruttivo e libero, bensì forzato, ripetitivo, bruto, e unilaterale.
La “disumanizzazione” del lavoro operaio è appunto causata dal continuo ripetersi di azioni meccaniche, sempre uguali che costringono l’uomo all’automaticità, a compiere i gesti senza nemmeno pensarli: è uno stato di tale alienazione mentale che non può essere considerato umano.
L’operaio si sente, infatti, un uomo solo nelle sue funzione animali (mangiare, bere, procreare), mentre si sente un animale nel lavoro (attività tipicamente umana), il quale si tinge dei colori di sopravvivenza e di lotta.
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Inoltre Il filosofo di Treviri paragona l’operaio a Sisifo, personaggio della mitologia greca, che per punizione di Zeus, è costretto a spingere continuamente un masso sino la cima di un monte per vederlo ogni volta ricadere a valle.
L’immagine del mito di Sisifo paradigmatica dell’insensatezza di una vita improntata ad una sterile e ripetitiva fatica è ripresa dal filosofo americano Richard Taylor ne “The meaning of life”. La condanna faticosa obbliga Sisifo a non raggiungere niente, il chè è l’immagine chiara della mancanza di senso della sua vita, dell’assurdità del suo destino.
Tuttavia l’insensatezza non deriva dal fatto che il tormento inflittogli è di spingere un enorme masso pesante sulla cima di una montagna, non deriva perciò dalla fatica inumana di tale provvedimento divino, e nemmeno dal carattere eterno, infinito di esso, bensì è proprio il non raggiungere niente, l’arrivare in cima per poi nuovamente ripetere la stessa azione, non avere scopo e realizzazione nel suo lavoro che così risulta privo di alcun senso, come quello dell’operaio il quale lavora (anche con poca fatica dopo l’introduzione della catena di montaggio), ma che non può sperare di realizzare niente che gli riguardi: il suo lavoro è insensato e ripetitivo.
Richard Taylor inoltre critica la revisione ottimistica del mito di Sisifo fatta da Camus ne “il mito di Sisifo” dove egli immagina un “Sisifo felice”
“Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”
Infatti seppur immaginando il “proletario degli Dei” che ama portare la pietra alla cima, lo adora più di ogni altra cosa, non si può certamente dire che la sua vita ha acquisito senso, poiché ancora il suo lavoro non lo porta a niente, la sua realizzazione non esiste.
“there is still no point to his rolling the stones, still nothing gained. He simply enjoys doing it.”
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Richard Taylor appunto evidenzia in tal modo la drammaticità alienante del lavoro ripetitivo, inscrivendosi nel cerchio dalla denuncia di Marx allo sviluppo capitalistico, atta ad esorcizzarne l’adozione sistematica del lavoro seriale: Marx infatti prevede quello che da lì a mezzo secolo sarebbe diventato la regola fondamentale della produzione industriale capitalista: la catena di montaggio, introdotta da Henry Ford nel 1913.
Il Fordismo (produzione di massa serializzata basata sull’utilizzo della catena di montaggio) tuttavia fonda le sue radici sui principi e sulle nuove modalità di organizzazione della produzione, introdotti da Frederick Taylor nella teoria dello “Scientific Management”.
Frederick Winslow Taylor
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Taylorismo
“Nel nostro progetto, noi non cerchiamo l’iniziativa dei nostri uomini. Non vogliamo alcuna iniziativa. Tutto ciò che vogliamo è che eseguano gli ordini che impartiamo, che facciano ciò che gli diciamo, e che lo facciano in fretta”. (Frederick Taylor)
Il nucleo essenziale del taylorismo era l’idea che l’attività umana potesse essere misurata, analizzata e controllata: Taylor estendeva quei rigidi concetti ingegneristici, che erano una prerogativa delle macchine, anche all’analisi delle attività umane che così venivano minuziosamente pianificate.
Si proponeva dunque di organizzare il modello lavorativo secondo tre fasi:
- Analizzare le caratteristiche della mansione da svolgere
- Creare il prototipo del lavoratore adatto a quel tipo di mansione
- Selezionare il lavoratore ideale, al fine di formarlo e introdurlo nell’azienda.
Lo scopo di tale teoria era quello di aumentare in qualsiasi modo l’efficenza dell’operaio (considerato il “punto debole della catena produttiva”), quindi sfruttarne a pieno la capacità produttiva.
8
Si richiedeva in particolare ai lavoratori di ottenere il “giusto ritmo di lavoro”: per questo Taylor sviluppò un sistema in cui ogni aspetto dell’operaio e della sua mansione (la frequenza e la durata dei movimenti che andavano a costituire una perdita di tempo, il numero e la lunghezza delle pause e ovviamente il fattore psicologico) venisse precisamente analizzata e misurata in modo scientifico.
Si andava così ad osservare concretamente quali erano la azioni superflue da eliminare (poco importa se queste fossero necessarie agli operai per rilassarsi), in modo tale da prestabilire ogni singola attività che l’operaio in seguito avrebbe dovuto eseguire per massimizzare la produzione.
In questo modo l’uomo diveniva una semplice appendice della macchina, una sorta di servo che non poteva avere nemmeno il tempo per pensare, il cui unico scopo era eseguire quei pochi movimenti affidatigli e di farlo con la maggiore efficienza possibile.
Lo stesso Taylor prepotentemente afferma in nome dell’aumento di produzione che:
“Bisogna sviluppare in lui dei comportamenti che siano il più vicino possibile ad una macchina e interrompere quella connessione psico-fisica che è caratteristica dell’uomo pensante”
Come testimoniato da Hugo Luaders, un meccanico nell’arsenale di Watertown, infatti:
“non ho nulla in contrario che loro verifichino in quanto tempo io svolgo il mio lavoro, ma respingo nel modo più assoluto che mi si segua in continuazione con un cronometro come se fossi un cavallo o un’automobile”.
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L’operaio si sentiva quindi spersonalizzato nel lavoro che era chiamato a svolgere, sentendosi ridotto ad essere parte di un processo e venendo privato di quella dignità che dovrebbe caratterizzare tutte le persone, sentendo anche che il sistema scientifico era qualcosa di falso e imposto loro in modo autoritario.
Quello che orgogliosamente Taylor chiamava “one best way”, il metodo migliore, l’unico possibile, portò i lavoratori ad una condizione di stress ancora superiore rispetto al passato non avendo più nessun controllo sul proprio corpo e sui propri pensieri, uccisi dalla monotonia ripetitiva del lavoro che erano chiamati a svolgere.
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Filosofia
Karl Marx (l'alienazione operaia); dibattito tra Camus e Taylor.
Storia
Il Taylorismo; il Fordismo; il sistema concentrazionistico dei lager.
Italiano
Primo Levi (L’ordine a buon mercato; Alcune applicazioni del mimete).
Arte
Il Decorativismo (Morris); Walter Benjamin (L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica).
Scienze
La clonazione.
Inglese
Brave New World.