Esame di maturità
“Comunicare l'un l'altro, scambiarsi informazioni è natura; tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura”
Johann Wolfgang Goethe
La comunicazione
Alessia Castagna
Anno scolastico: 2011-2012
Classe: 5ª A Elettronica
L'uomo e la comunicazione: un binomio indivisibile
La necessità di comunicare è una caratteristica propria dell’uomo, perché noi siamo, come qualche studioso ci ha definiti, “animali sociali”. È sin dall’età della pietra che l’uomo ha cercato l’approccio con i suoi simili e, prima con gesti poi con parole, così è nata la comunicazione.
Da quel momento il sistema comunicativo è stato migliorato sempre di più: dapprima i simboli nelle caverne, le lettere, poi i libri con l’invenzione della stampa che ha consentito ad alcuni di diffondere le loro idee a più persone; successivamente l’invenzione del telegrafo e del telefono; la radio e la televisione; fino a giungere ai nostri giorni con l’avvento di Internet, questa rete multimediale che collega persone distanti migliaia di chilometri e permette loro anche di vedersi.
Sicuramente i modi di comunicare sono cambiati molto e cambieranno ancora; ma la voglia degli uomini di comunicare sarà sempre la stessa e non si esaurirà mai. Noi viviamo nell’era della comunicazione ed ora più che mai il comunicare è diventato un bisogno al quale non si può rinunciare, anche grazie al progresso tecnologico.
Ma questa voglia di comunicare migliorerà la nostra vita sociale o ci renderà schiavi delle nuove tecnologie? Sicuramente i nuovi mezzi di comunicazione come la televisione ed il computer sono stati di vitale importanza per l’umanità, ci hanno permesso di realizzare un sogno: quello di trasmettere a distanza i suoni e le parole.
Di certo ci potrebbero essere delle conseguenze negative, ma tutto dipende da noi, dall’uso che facciamo: la televisione può provocare dipendenza, può rendere l’uomo un animale vedente e non più pensante, ma sta proprio all’uomo decidere se diventarne schiavo o meno.
Non bisogna dimenticare che l’uomo possiede la forza di volontà che è più forte di ogni altro istinto; ed è proprio la volontà l’unica in grado di controllare le passioni umane. È chiaro, quindi, che il progresso conta sulla nostra capacità di porre un limite al consumo di tecnologia.
Pertanto, anziché osservare solamente gli aspetti negativi del progresso nel campo della comunicazione come spesso accade, bisogna analizzare soprattutto quelli positivi. Persone costrette dai casi della vita a vivere lontane, grazie al telefono prima ed al computer oggi, possono comunicare tra di loro come se si trovassero nella stessa stanza; gli anziani, spesso costretti a trascorrere da soli gran parte delle ore giornaliere, trovano nella televisione un mezzo per trascorrere il tempo in maniera divertente; e poi non bisogna sottovalutare il ruolo informativo e culturale della televisione.
I bambini ed i ragazzi possono trovare in Internet e nel computer una fonte inesauribile di informazioni su ciò che avviene nel mondo e rendersi così partecipi della vita del pianeta e comprendere meglio gli avvenimenti che lo riguardano. Se poi tutto ciò costituisce un ostacolo alla vita sociale dell’individuo, il problema va ricercato nella persona e non nel televisore o nel computer.
Senza dubbio la comunicazione pura e semplice, fatta di parole e gesti, non deve mancare assolutamente, ma non per questo bisogna condannare lo sviluppo tecnologico.
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Italiano
Il neorealismo
Innovazione linguistica
Italo Calvino
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Il neorealismo
Il pensiero del secondo Novecento si trova ad affrontare una quantità di problemi nuovi, che tendono a farlo “esplodere” in svariate direzioni. Nel momento della sua massima espansione economica, il mondo occidentale è attraversato da inquietudini che rimettono in discussione le basi della sua cultura: questo accade nella discussione sulla società di massa, condotta per lo più da punti di vista di tipo catastrofico, intrecciata a quella sugli effetti dei nuovi media elettronici, che non solo trasformano le abitudini di vita, ma investono alla radice le relazioni tra l’uomo, il mondo, la conoscenza.
Attacchi radicali alla civiltà occidentale nascono al suo stesso interno a proposito della minaccia di catastrofe nucleare, delle responsabilità del colonialismo, del dominio maschile su cui questa civiltà si è costruita.
In una situazione così instabile, l’atteggiamento prevalente nei confronti dei grandi problemi della conoscenza è relativistico e problematico, anche nella filosofia delle scienze della natura; da questa tendenza si distingue l’orientamento strutturalista, a lungo prevalente nelle scienze umane, che si ispira all’ideale di una conoscenza esatta e oggettiva.
L’insieme delle trasformazioni sociali e culturali che hanno investito il mondo intero è tale che porta molti pensatori a ritenere che siamo entrati in una nuova epoca della storia umana, che in mancanza di meglio viene definita “postmoderna”.
L’esistenzialismo
Un’influenza rilevante in Italia, nell’immediato dopoguerra, ha avuto l’esistenzialismo, che aveva il suo fondamento nella filosofia di Martin Heidegger (1889-1976) e di Karl Jaspers (1893-1969).
Era un pensiero che, in opposizione alle costruzioni metafisiche della filosofia occidentale, quali il sistema dell’idealismo hegeliano, concentrava la sua attenzione sul singolo nel suo esistere svincolato da un “essere” che gli potesse conferire un senso e un fondamento.
Ne derivava l’angoscia dinanzi all’assurdo e alla mancanza di significato dell’esistenza, che si risolveva nella prospettiva di uno «scacco» definitivo.
In Italia ebbe particolare risonanza l’interpretazione delle tematiche esistenzialiste di Jean-Paul Sartre e Albert Camus, i quali della conoscenza dell’assurdo ricavavano l’esigenza dell’impegno politico come unico modo per dare un senso all’esistenza, attraverso la libera scelta umana.
L’ideologia dell’impegno poteva così conciliarsi con il clima dominante, trovando un punto d’incontro con le istanze allora egemoniche del marxismo.
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Lo strutturalismo
Agli anni sessanta risale anche la diffusione dello strutturalismo, verificatasi prima in Francia ed estesasi, subito dopo in Italia.
Lo strutturalismo è essenzialmente un metodo di indagine che è stato applicato a diverse discipline; ma, come ogni metodo, presuppone anche una determinata visione del mondo.
I suoi fondamenti sono costituiti dalla linguistica strutturale elaborata dal ginevrino Ferdinand de Saussure (1857-1913), il cui Corso di linguistica generale uscì postumo nel 1916.
La novità metodologica da lui introdotta consisteva nel fatto che la lingua non era più studiata nella sua evoluzione storica, in senso cioè diacronico, ma come un insieme sincronico di unità base (i fonemi, i lessemi, i sintagmi), che vengono a comporre tra loro un sistema di rapporti funzionali.
Con questi presupposti vennero poi indagati altri fenomeni umani, oltre alla lingua: ad esempio le strutture sociali, le culture, i miti.
Al fondo dei vari fenomeni umani lo strutturalismo vedeva così delle strutture invarianti, indipendenti dal divenire storico, ma anche dalla consapevolezza, dalla volontà, dalle scelte programmatiche dell’uomo, del soggetto.
Lo strutturalismo proponeva cioè una visione del mondo antistoricistica ed antiumanistica: secondo le sue concezioni, non è l’uomo che crea storicamente il suo mondo, ma l’uomo è “agito” da strutture profonde che non può controllare, è oggetto, non soggetto.
Influenze strutturalistiche raggiunsero anche la psicoanalisi con Jacques Lacan (1901-1981), secondo il quale l’inconscio è strutturato come il linguaggio.
La critica strutturalistica non considerava, quindi, il testo nella sua genesi storica, ma prescindendo da ogni contesto esterno, si limitava a ricostruire l’organizzazione dei rapporti interni fra le unità costitutive, ai loro vari livelli, fonico, morfologico, lessicale, sintattico, retorico.
La semiologia
Dai fondamenti teorici dello strutturalismo si è poi sviluppata una teoria generale dei segni, la semiologia o, come i suoi esponenti hanno più recentemente preferito chiamarla, semiotica.
Originale è la semiotica proposta dalla Scuola di Tartu (Estonia) ad opera di Jurij Lotman e Boris Uspenskij, che studiano soprattutto i modelli spaziali in cui si esprimono le culture, attraverso le opposizioni interno-esterno, alto-basso.
In Italia il teorico di maggior rilievo è Umberto Eco (1975) che ha sistemato la disciplina in un Trattato di semiotica generale.
All’ambito di semiotica letteraria appartiene la narratologia, che è prospettivamente una semiotica del testo narrativo.
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Ermeneutica e decostruzionismo
Se il marxismo e lo strutturalismo hanno costituito il clima dominante nella cultura italiana fino agli anni Settanta, dagli anni Ottanta l’orizzonte comune del dialogo culturale è stato offerto dall’ermeneutica.
Si tratta di una corrente filosofica che trae origine da Martin Heidegger ed ha trovato il suo massimo esponente in un allievo di questi, Hans George Gadamer (1900-2002), autore del fondamentale Verità e metodo.
Mentre marxismo e strutturalismo erano accomunati, sia pur in forme diverse, dalla convinzione che il processo conoscitivo fosse la ricerca di strutture di significato insite nell’oggetto stesso, e ritenevano possibile la loro messa in luce definitiva attraverso l’esattezza dei processi scientifici, l’ermeneutica pone l’accento sul momento soggettivo del conoscere, sull’interpretazione.
La mente di chi conosce non è nella condizione della tabula rasa, ma è occupata da presupposizioni, «pre-comprensioni», «pre-giudizi», cioè da ipotesi preliminari sull’oggetto.
Questa situazione però, secondo le prospettive ermeneutiche, lungi dal portare ad un relativismo anarchico, ad un soggettivismo del tutto arbitrario, obbliga l’interprete ad assumere coscienza dei suoi pregiudizi, a metterli costantemente alla prova e a correggerli a contatto con l’oggetto attraverso un serrato e ripetuto confronto con esso.
Come ha scritto Sergio Moravia, si crea «un movimento di reciproca e progressiva sintonizzazione, correzione e approfondimento comprensivo tra soggetto e oggetto».
Non solo, ma possiamo accingerci all’interpretazione di un oggetto solo tenendo conto della serie di interpretazioni già date su di esso, degli «effetti» da esso prodotti.
Questo principio ermeneutico ha trovato un terreno di sviluppo nella critica letteraria, nella «teoria della ricezione».
L’ermeneutica esclude così un sapere totale, definitivo: il nostro sapere, secondo tale teoria, rimane sempre parziale, storicamente limitato ed aperto.
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Il postmoderno
Un altro tema largamente dibattuto in questi anni è quello del postmoderno, un concetto che è stato assunto come definizione generale della nostra età.
In esso è implicita l’idea che è finita un’epoca, quella della modernità appunto: una fase storica caratterizzata dalla dinamicità, dal progresso, dalla trasformazione incessante.
Principio cardine della modernità era che tale processo fosse coerente e indirizzato unitariamente a fini individuabili.
La realtà postmoderna delle società postindustriali è caratterizzata, invece, dalla frantumazione, dalla complessità incoerente, non dominabile intellettualmente e non ordinabile (un caos però non vissuto tragicamente dal soggetto, con sofferenza e smarrimento, bensì ludicamente, con un’accettazione divertita e soddisfatta).
Se lo strumento logico elaborato dalla modernità per pensare il divenire storico era la dialettica, cioè il continuo processo di una tesi, di una sua negazione nell’antitesi e del suo superamento in una sintesi, che a sua volta diviene una tesi di un nuovo ciclo, ora si nega la dialettica e la si sostituisce con il concetto di differenza.
Impossibile è quindi la produzione del nuovo: ciò, nel campo della letteratura, delle arti, del teatro, del cinema, provoca la rinuncia alla ricerca di soluzioni inedite e induce alla ripetizione del già noto, a riprendere semplicemente gli stili del passato combinandoli e contaminandoli tra loro, a costruire testi e opere mediante assemblaggi di citazioni, a riscrivere il già scritto.
Il postmoderno si pone quindi in antitesi rispetto all’avanguardia (intesa in senso generale): implica infatti che vi sia un senso e una direzione della storia, poiché si pone come obiettivo di anticipare gli sviluppi futuri; inoltre, l’avanguardia si pone in un atteggiamento radicalmente conflittuale nei confronti del passato, di cui vuole eliminare forme e linguaggi per sostituire ad essi soluzioni più avanzate.
La lingua dell’uso comune
Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale la diffusione della lingua nazionale a scapito dei dialetti subisce un netto incremento. I principali fattori che lo determinano sono tre:
- Le migrazioni interne e l’urbanizzazione. Nel periodo del boom economico e della seconda rivoluzione industriale, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, grandi masse di popolazione si spostano in cerca di lavoro dalle campagne, soprattutto del Sud, ma anche delle stesse regioni settentrionali, verso le città industriali. Si impone quindi la necessità, da parte delle popolazioni locali, di adottare la lingua nazionale per poter comunicare. Non si tratta di un fenomeno interamente nuovo, perché flussi migratori interni si erano verificati sin dal primo Novecento, con il “decollo” industriale avvenuto in età giolittiana, ma ora esso assume proporzioni grandiose, che mutano profondamente la fisionomia sociale e linguistica dell’Italia.
- La scolarizzazione di massa. L’aumentato benessere prodotto dal boom fa sì che un maggior numero di famiglie possa permettersi di mandare i figli a scuola anche dopo le classi elementari. Il fenomeno è già visibile negli anni Cinquanta, ma subisce un forte impulso con l’istituzione della scuola media unica e con l’estensione dell’obbligo scolastico sino a quattordici anni, nel 1962. L’evasione resta ancora alta, specie in alcune zone del Sud, e non sempre l’azione della scuola, nell’alfabetizzazione e nella diffusione della lingua nazionale, è efficace; spesso poi si verifica il fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, per mancanza di esercizio dopo la conclusione degli studi. Tuttavia grazie alla scuola il numero di persone in grado di usare, più o meno appropriatamente, la lingua italiana anziché il solo dialetto cresce in modo notevole.
- La televisione e i mass-media. Già negli anni fra le due guerre la radio aveva esercitato una cospicua funzione di promozione della lingua nazionale, ma, dalla metà degli anni Cinquanta, la televisione la esercita in modo più massiccio e capillare. Progressivamente negli anni lo schermo televisivo entra in ogni casa italiana, in qualsiasi zona del paese e in qualsiasi strato sociale. Ma non è solo un fatto quantitativo: bisogna tener conto dell’enorme potere di suggestione posseduto dalla televisione che, come impone idee, valori, modi di pensare, modelli di gusto e di comportamento, così impone anche modelli di espressione linguistica. In questo è coadiuvata dagli altri strumenti della comunicazione di massa, il cinema, i fumetti, le canzoni, i rotocalchi che anch’essi subiscono un incremento di diffusione negli anni del “benessere”.
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Nel 1974, quando il fenomeno dell’affermazione dell’italiano poteva dirsi pressoché completato, il 75% della popolazione italiana ricorreva ancora all’uso del dialetto in ambito familiare ed il 64% anche fuori casa. Permane quindi una sostanziale condizione di bilinguismo: buona parte degli italiani è in grado di usare sia il dialetto locale sia, con maggiore o minore competenza a seconda del livello di istruzione, la lingua nazionale.
Il fenomeno ha però diverse fisionomie a seconda delle aree geografiche: i dialetti resistono di più nelle zone rurali e nel Sud, di meno nel Nord (tranne l’area veneta) e soprattutto nelle grandi città, dove la mescolanza di persone di diversa provenienza regionale è maggiore.
Non va dimenticato che, in Italia, esistono cospicue minoranze di lingua francese, provenzale, tedesca, catalana, slovena, croata, albanese, tutelate dalla legislazione vigente.
In conseguenza dei fattori elencati si è affermato un italiano standard, che si usa abitualmente sui luoghi di lavoro, a scuola, attraverso i mass-media, nei rapporti sociali e quotidiani.
È una lingua ormai diversa dall’italiano letterario tradizionale, generalmente più povera, arida, appunto standardizzata.
Si sono poi affermati, dal contatto delle abitudini linguistiche dialettali e l’uso della lingua nazionale, degli italiani regionali, che mantengono alcune caratteristiche dei dialetti.
Accanto alla lingua standard si sono affermati i linguaggi settoriali, propri di determinate professioni o attività: ad esempio quello scientifico-tecnologico, quello sportivo, quello burocratico, sindacale, politico.
Vi sono inoltre i gerghi, propri di determinati ambienti socio-culturali caratterizzati da forte coesione interna e dalla tendenza ad escludere gli estranei: ad esempio i gerghi giovanili e studenteschi.
La lingua letteraria
La letteratura del Novecento in generale ha visto diminuire, in prosa come in poesia, la distanza tra lingua letteraria e lingua comune.
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Collegamenti interdisciplinari
- Italiano: neorealismo, esistenzialismo, strutturalismo, semiologia, ermeneutica, postmoderno, la lingua dell'uso comune, la lingua letteraria, Italo Calvino (concezione del labirinto);
- Storia: globalizzazione;
- Matematica: gli integrali;
- Sistemi: sistemi di controllo a tempo continuo, i disturbi;
- Elettronica: il sistema di acquisizione dati;
- Telecomunicazioni: modulazione ASK;
- TDP: sensori e trasduttori;
- Economia industriale: organizzazione aziendale;
- Inglese: antenne.