Indice
1. Un errore o una vendetta degli dei? p. 2
2. Donne con la “D” maiuscola p. 8
3. Maria: tra umano e divino p. 12
4. Sulle ali della letteratura … p. 13
5. Con gli occhi di un pittore p. 22
6. I risultati concreti p. 25
7. In English Society p. 33
8. Sotto il velo di una cultura… p. 36
Nonna raccontami… p. 37
Conclusioni p. 38
Bibliografia p. 42
Sitografia p. 43
Un errore o una vendetta degli dei?
“Χωρισ γυναιχοσ θεοσ εποιεησεν νοον πωτα”, “Per prima cosa la divinità fece
l’indole della donna del tutto particolare”, scriveva Simonide di Amorgo, nel VII
secolo a.C., mostrando in maniera chiara e lampante la misoginia greca e
riprendendo il suo pensiero da Esiodo. Strana indole”
Simonide, infatti, descrivendo la donna dotata di una “ e
“informata di tutto”, vuole proprio mettere in evidenza la negatività della figura
femminile, all’epoca vista come una creatura diversa dagli uomini, votata al
pettegolezzo, colpevole dei mali del mondo e, più precisamente, un vero e
proprio errore.
A descrivere meglio la donna come errore ci pensa Esiodo, nelle opere I
giorni
o nella Teogonia, in cui presenta la creazione di Pandora, prima donna
sulla terra, come una vendetta voluta da Zeus ai danni di Prometeo, colpevole
di aver rubato il fuoco agli dei.
Pandora, il cui nome deriva da Pan-Doron, dono degli dei, perché appunto
dotata da tutte le divinità di doni meravigliosi, quali fascino, bellezza, eleganza,
abilità nei lavori femminili, era allo stesso tempo molto pericolosa; infatti, dal
momento in cui questa giunse sulla terra, tutto cambiò, e l’uomo che fin allora
aveva vissuto lontano dai mali, si trovò costretto a sperimentare fatica,
malattia, vecchiaia, passione, pazzia e morte.
Il mito del vaso di Pandora era stato scelto dagli antichi Greci, per dimostrare
l’origine della donna, e mettere così in evidenza la stupidità di quest’ultima, in
confronto con il valore e la forza fisica dell’uomo, ma ciò che più è interessante
di questa figura femminile è la considerazione della sua natura; plasmata da
“Terra e Acqua” è un prodotto artigianale, creato da Efesto, molto simile a una
casta vergine, se non per un’unica cosa; la capacità di sedurre, offerta da
Atena.
La seduzione, dal latino se-ducere, condurre a sé, è considerata un’arte tipica
della donna, che da sempre ha spaventato l’uomo, consapevole di poter cadere
succube del fascino femminile, come era accaduto ai compagni di Ulisse,
sedotti dalla maga Circe, o sempre in Omero, a Paride che, sedotto da Elena,
aveva dato origine ad una guerra decennale.
Il nome di Elena è rimasto legato all’arte della seduzione e la sua bellezza
riecheggia nei più grandi poemi epici da secoli, ripresa poi come immagine
della femme fatale, una donna distruttrice, quasi una creatura demoniaca, una
creazione malvagia. Viene citata come tentatrice, di una bellezza assoluta e
pericolosissima, per la quale vale la pena di morire.
Chiaramente gli uomini non erano ben disposti nell’ammettere la loro paura nei
confronti dell’astuzia e del fascino femminile, tanto che proposero la soluzione
più semplice: allontanare le donne dalla realtà politica e sociale, farle crescere
prive di istruzione, educate fin da piccole ai lavori domestici, evitare il più
possibile le loro uscite in pubblico; restavano in casa a curare i figli, dovevano
essere adatte alla procreazione, meglio se di maschi, dal momento che una
figlia femmina non era un buon investimento per la famiglia, costretta a
procurarle una dote per un buon matrimonio.
Il fatto, però, che la moglie non fosse colta e adatta alla vita sociale, talvolta
metteva l’uomo in una posizione sconveniente, poiché non poteva essere da lei
accompagnato, così tale problema venne facilmente risolto nell’antica Grecia,
con l’apparizione di una nuova figura: l’etera.
Questa donna, molto più colta ed educata, e adibita professionalmente ad
accompagnare gli uomini, si intratteneva in attività sociali, e conversazioni con
amici, che le mogli non avrebbero saputo sostenere; era quindi una compagna,
alla quale l’uomo richiedeva qualcosa, sul piano intellettuale e non solo
sessuale.
A questo, invece, pensava un’altra donna, piuttosto comune nell’antichità; la
concubina; aveva una posizione molto simile a quella della moglie, aveva
l’obbligo di essere fedele e i figli, nati eventualmente tra i due, avevano alcuni
diritti, ovviamente inferiori a quelli dei figli legittimi.
Il mutamento della condizione femminile avviene in Grecia molto lentamente,
anche se i suoi primi accenni sono presenti già in età classica, con il diffondersi
delle tragedie di Euripide, tra cui la Medea.
La donna qui descritta è molto diversa rispetto a quelle che gli Ateniesi erano
soliti trovarsi intorno, però solo la scelta di una figura simile si prestava per
mostrare una chiara e spietata analisi, dell’essere donna nel V secolo.
“Fra gli esseri dotati di anima e ragione, noi donne siamo la razza più
sventurata, noi che dobbiamo innanzitutto comprarci con una forte dote, uno
sposo, e insieme un padrone del nostro corpo.” Dice Medea, nell’omonima
tragedia, continuando poi:
“Dicono che viviamo in una casa senza pericoli, mentre essi combattono in guerra. Ma ragionano male, io vorrei imbracciare tre volte lo scudo, piuttosto che partorire una sola volta.”
È evidente che la donna non lamenta un’infelicità personale, ma parla a nome
di tutte le donne, denunciando per la prima volta le ingiustizie legate alla
condizione femminile.
Con questo non voglio dire che Euripide avesse una visione della donna
positiva e al pari di quella maschile, anzi voglio solo far rilevare che, rispetto ai
suoi predecessori come Esiodo, è figlio del proprio tempo, un tempo in cui “la
questione femminile” è al centro di un acceso dibattito. Così egli mostra
attraverso Medea l’apertura ad un problema di attualità, senza precludersi la
possibilità di scegliere altri tipi di donne per le sue storie, tra cui Alcesti,
giovane sposa, ritenuta la migliore delle mogli, solo perché disposta a morire al
posto del marito, evidenziando così la sua condizione di inferiorità.
La tradizione, quindi, che vedeva Euripide “misogino”, trova qui qualche
fondamento, e non si può certo parlare di vera rivoluzione del ruolo femminile.
Un cambiamento certamente più sostanziale lo avremo, invece, in età
ellenistica, un’età diversa e innovativa sotto molti punti di vista.
L’ellenismo, infatti, periodo storico definito a partire dalla morte di Alessandro
Magno (323 a.C.), fino alla conquista romana dell’Egitto (30 a.C.), fu
caratterizzato da diversi cambiamenti sul piano filosofico, politico, scientifico,
artistico e in particolare nel sistema dei valori fondamentali; tutto questo portò
ad aumentare la stima nei confronti delle donne, sempre più partecipi alla vita
sociale e finalmente in grado di espandere le loro possibilità: adesso le donne
greche potevano vendere mobili e immobili, concludere personalmente il loro
contratto di matrimonio, ma rimanevano comunque escluse dalla vita politica.
L’antica misoginia, sembra quindi andare verso la sua scomparsa, ma in realtà
è difficile stabilire una data netta; il cambiamento avvenne per la donna in
modo graduale, anche se è indiscutibile che la letteratura ellenistica presenti
immagini molto distanti da quelle presenti nella letteratura classica.
Il cambiamento più sostanziale nella commedia nuova, il cui maggior
esponente è senza dubbio Menandro, sta proprio nei personaggi, spesso
tipizzati, ben lontani da Dei e Eroi dell’antichità; le nuove commedie lasciano
spazio a uomini comuni e a donne non più identificate nel demonio, bensì in
persone ricche di pregi e difetti.
La conseguenza di tutto ciò è sicuramente un crescente interesse verso la
figura femminile presente in vasta gamma nel teatro, come specchio della vita
e della condizione delle Ateniesi.
Il noto commediografo ci dà prova di tutto ciò in due delle sue commedie più
famose: la “Σαμία” e l’“Επιτρέποντες”, attraverso le quali risaltano
essenzialmente le figure di Criside, concubina del vecchio e benestante Demea,
e Abrotono, etera con la quale si intrattiene il protagonista Carisio;
protagonista poi, per modo di dire, dal momento che la giovane donna diverrà
nella commedia l’emblema della generosità e della nobiltà d’animo e, di
conseguenza, il personaggio più sensibile e affascinante.
Le due ragazze vivono una storia diversa, ma che mette in risalto in entrambi i
casi le loro migliori qualità: nella “Σαμία”, la protagonista è la concubina di
Demea, il cui figlio Moschione, durante l’assenza del padre, ha sedotto una
fanciulla, figlia del vicino di casa, che da poco gli ha dato un bambino; al ritorno
del genitore, però, Moschione, spaventato dal padre, non rivela la verità, e del
bambino si occupa Criside, che cerca ad ogni modo di proteggerlo, anche
quando viene accusata, fingendosi madre del piccolo, di aver avuto una
relazione con il padrone e cacciata di casa.
Alla fine tutto si risolve per il meglio, e Maschione, trovato il coraggio di rivelare
al padre la verità sposa Plangone, la vera madre del bambino, ma ciò che
Menandro ha voluto qui mettere in evidenza è senza dubbio la fermezza di
carattere della concubina, totalmente opposto all’immaturità del protagonista,
e non connesso con la sua condizione sociale, tanto meno con il suo sesso
femminile.
La storia di Abrotono ha certamente dei tratti comuni, tipici
del teatro menandreo: un neonato di cui non sappiamo le origini, un padre
immaturo che alla fine si prende le sue responsabilità, un’etera che spicca tra
gli altri per generosità disinteressata.
I protagonisti Carisio e Panfile, sposi da pochi mesi, hanno un bambino. In
realtà la donna è consapevole di essere rimasta incinta a causa di una violenza
subita prima del matrimonio, motivo per cui il marito la ripudia, andando a
vivere con l’etera Abrotano, e il piccolo viene esposto. Trovato dal pastore
Davo, che è non in grado di occuparsene, il neonato viene ceduto a Sirisco,
dando vita a una contesa, che non nasce dal bisogno di aiutare un bambino in
difficoltà, ma dal desiderio di tenere gli oggetti preziosi lasciati insieme al
piccolo.
A fare da giudice viene chiamato Smicrine, il padre di Panfile, il quale dà
ragione a Sirisco, ma nel frattempo, Abrotono riconosce l’anello del padrone, e
mette in atto un piano, fingendo di essere lei stessa la madre del bambino e
vittima della violenza che Carisio, qualche tempo prima, aveva praticato su una
giovane.
Carisio, a questo punto, si rende conto di aver ripudiato la moglie, per una
colpa non sua, anzi, per un errore che lui stesso aveva commesso con Abrotono
e la perdona, mentre l’etera rivela la verità all’uomo, cioè che non è lei la
madre del bambino, ma Panfile, rinunciando ad una condizione di vita più
agiata, e al suo amore per Carisio, spinta unicamente dalla sua volontà
d’animo.
È questo ciò che voglio dimostrare quando sostengo che nel teatro ellenistico,
cambia la figura femminile: Abrotano, infatti, nonostante l’indecorosa attività di
etera, ha saputo conservare i suoi caratteri di nobiltà d’animo e generosità, ha
voluto evitare che un atto di violenza potesse colpire un’altra donna, e in
cambio non ha preteso niente, agendo unicamente in funzione del suo
τρόπος.
Lei rinuncia all’amore per la felicità dell’uomo, dimostrando come queste donne
restano ideali pur sempre in un’ottica maschile, ma con qualche considerazione
sulle loro sensazioni, rivelandosi capaci adesso di pensare, agire, scegliere. Non
sono necessariamente personaggi negativi a causa della loro appartenenza
sessuale, anche se non sono scomparsi totalmente i temi presenti in età
classica, come l’associazione della femminilità alla mancanza di intelligenza di
cui dà prova Menandro nell’Esclusa: “La donna dotata di intelligenza è un
tesoro di virtù, ma è un caso raro!”, restano alla figura femminile qualità come
l’amore per il vino e la sensualità.
Senza rendersene conto questi antichi poeti greci, hanno aperto la strada ad un
tema ricorrente in tutte le epoche successive, lasciando aperto un triplice
interrogativo: “Quanto sono potenti bellezza e seduzione?”.
“Obbligatoriamente tali termini devono porsi in netta opposizione con
l’intelligenza?”. “Perché uomo e donna non possono avere le stesse opportunità
e capacità?”.
Possiamo dire che l’uomo in età ellenistica per la prima volta si trova a fare i
conti con le donne nella società, e ne è spaventato, ma è chiaro che non sarà
Menandro a darci una risposta, né tanto meno Esiodo, quanto piuttosto la
storia, attraverso le sue tappe, mostrando molte donne determinate a far
sentire la loro parola, donne decise a far valere le loro idee, capaci di sostituire
la forza fisica a una forza morale che non ha niente da invidiare al più
coraggioso degli uomini, come ce ne danno esempio due grandi figure della
romanità Felicita e Perpetua.
Donne con la “D” maiuscola
La storia di queste due grandi donne, morte il 7 marzo del 203 a Cartagine, ci
viene narrata negli Atti dei martiri, tra i quali gli Acta Perpetuae et Felicitatis
sono i più belli e famosi di quelli conservati.
Questi scritti narrano le fasi salienti di vicende con una base storica
documentata e autentica, ma sono in realtà resoconti essenziali, rapidi verbali
su come si svolse il processo, cosa vi dissero il persecutore e il santo e come si
giunse all’esecuzione.
La morte delle due donne è qui descritta in maniera cruda e realistica, facendo
luce su un’altra tematica che ha occupato la letteratura latina, anche in epoche
successive, ossia la nascita del cristianesimo.
Perpetua e Felicita vengono uccise di fronte al pubblico, che voleva vederle
soffrire e morire; vengono colpite, ma si rialzano e, ponendosi al centro dove il
popolo voleva, dopo essersi baciate come segno di pace, accettano la loro
sorte.
Perpetua, poi, trafitta nelle ossa gridò, prese la mano del gladiatore ancora
novellino e la condusse alla sua gola, proprio perché una donna di tale
grandezza non poteva morire diversamente.
Con questi documenti si può segnare l’inizio dell’agiografia.
La società cristiana, quindi, attraverso queste due figure femminili mostra
stima e rispetto per la donna, poiché sappiamo che lo stesso Cristo aveva un
atteggiamento aperto e innovativo, parlando alle prostitute e perdonando le
adultere; eppure non sempre il messaggio di Dio è stato colto alla lettera, come
ci dimostra Tertulliano, il primo grande autore della letteratura cristiana in
latino.
La sua idea presenta una tendenza a radicalizzare posizioni misogine
all’interno del cristianesimo, tanto che la donna sarebbe responsabile della
separazione tra uomo e Dio; è stata Eva a indurre Adamo nel peccato e, quindi,
a rendere necessaria la morte di Cristo, per riscattare l’uomo dai suoi errori;
per questo Tertulliano addossa a tutte le discendenti di Eva il peso di tali colpe,
senza offrire alle donne la possibilità di riscattarsi, definendole precisamente
“diaboli ianua” (porta del diavolo).
A causa di un’interpretazione sbagliata del vangelo di Matteo, che rimprovera
“a chi ha guardato con desiderio una donna” di “aver commesso adulterio con
lei”, Tertulliano inizia a considerare ogni sguardo voglioso quasi al pari di una
violenza carnale, e accusa le donne di esporsi così, spesso anche attraverso
abbellimenti esteriori o il trucco al desiderio, attentando alla loro pudicitia.
La pudicitia, infatti, è senza dubbio uno dei valori più importanti per una
donna, come ne aveva dato esempio Livio, nell’episodio di Lucrezia, tratto dal
primo libro dell’Ab urbe condita, dove la casta sposa, violata da Sesto
Tarquinio, dopo aver rivelato tutto al marito si uccide, dicendo:
“Nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo vivet!”
La giovane diviene così simbolo di onore, forza d’animo e del rispetto per la
famiglia e per il marito, a dimostrazione che anche la storia romana ha grandi
donne da offrire; affermazione con la quale non concorda certo Giovenale, noto
autore di satire nel I secolo d.C.
È importante non dimenticare la differenza cronologica tra Livio e Giovenale,
che in parte può giustificare un pensiero così divergente, dal momento che
quest’ultimo vive un periodo storico in cui le donne sono molto distanti dalle
matronae romane, e piuttosto si avviavano verso un’emancipazione: adesso
potevano, infatti, istruirsi e coltivare i loro interessi personali, erano in grado di
esibire la loro cultura parlando in greco, frequentavano i bagni pubblici,
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Greco: La società greca; la commedia nuova
Latino: Giovenale; Marziale; Tertulliano
Inglese: Virginia Woolf
Storia: La donna nel Fascismo, nazismo, guerra e resistenza
Italiano: Clizia di Montale; Gabriele D'Annunzio