Greco – latino italiano
L'ateismo nei mondi greco-romano. L'ateismo nell'800 letterario.
(Diagora di Melo; Crizia; Evemero; Foscolo; Leopardi.)
Epicuro; Lucrezio. Ateismo.
Filosofia
Il termine “ateismo” indica quella dottrina che nega l'esistenza di Dio.
L'ateismo nell'800 filosofico-scientifico.
(Darwin; Nietzsche; Marx.)
Storia
La dottrina hitleriana, l'esodo di massa.
Fisica
La relatività (Einstein).
1 Fiorentino Rosaria Mariagrazia
L'ateismo nel pensiero antico e moderno
ἄ
Ateismo deriva da θεοσ composto da α- privativo, senza, e θεόσ, Dio.
L'ateismo è negazione di Dio, ovvero concezione del mondo che esclude l'esistenza di un principio primo o di una personalità divina che lo governi.
Si distinguono due forme di ateismo: pratico e teorico. Il primo riguarda quegli individui che vivono come se non esistesse alcuna Autorità Superiore.
L'ateismo teorico è di chi nega l'esistenza di Dio. L'ateismo teorico può essere differenziato in:
- Negativo o indiretto, quando è il risultato di indifferenza o di ignoranza;
- Dogmatico, basato sull'affermazione intransigente e assoluta della non esistenza di Dio;
- Critico, relativo alla confutazione delle prove razionali che tendono a dimostrare l'esistenza di Dio.
L'ateo pratico si identifica in genere con l'indifferenza mondana ed è proprio di chi vive ignorando il problema di Dio; di coloro nella cui vita la presenza o meno di un Essere Supremo non costituisce un problema, un mistero, un dramma. Egli perciò si differenzia nettamente dall'ateo teorico che dichiara apertamente la negazione della Divinità.
Il primo è molto più diffuso giacché il sentimento religioso viene considerato come un fatto speciale e mondano che si esaurisce nel tradizionale ossequio liturgico, senza minimamente incidere sui comportamenti di vita. L'ateo teorico, invece, convive assai spesso con un πάθος religioso che cerca l'Assoluto in una direzione nuova, terrena. Esso comporta la polemica e quindi il dialogo con Dio per negarlo come Colui che dovrebbe essere e non è.
“Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “E forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?”: gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n'è andato Dio? - gridò - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! ‘Dov'è Dio?’” (La gaia scienza, aforisma 125, in Opere di F. Nietzsche).
2 Fiorentino Rosaria Mariagrazia
Il primo caso celebre di abbandono della fede di cui si ha notizia risale al V secolo a.C., ed è quello di Diagora di Melo, del quale seppure non possiamo affermare con certezza sia stato integralmente ateo – cosa peraltro abbastanza rara all'epoca – si ha comunque testimonianza della sua negazione della provvidenza divina e del suo atteggiamento irriverente nei confronti delle credenze religiose, dalla condanna a morte che gli fu inflitta proprio per tali motivi e dalla quale riuscì a salvarsi solo fuggendo.
Non si sa il perché Diagora passò dalla religiosità all'incredulità. Secondo alcuni autori dell'antichità Diagora avrebbe perso la fede in seguito all'influenza intellettuale ricevuta dal suo maestro Democrito, del quale accettava l'idea dell'origine delle credenze religiose come conseguenza del timore dei fenomeni naturali.
Per altri, invece, i motivi della perdita di fede da parte di Diagora sarebbero di carattere squisitamente morale, come si può dedurre da un aneddoto riportato in un'opera anonima attribuita allo stesso Diagora: un suo discepolo, che gli aveva sottratto un peana (canto lirico rivolto alla divinità), riuscì a sottrarsi a qualunque punizione negando sotto giuramento di aver compiuto il furto.
Tale evento, insieme alla constatazione che lo stesso discepolo negli anni ebbe pure una vita prospera, sarebbe stato sufficiente a convincere Diagora dell'inesistenza di una giustizia divina e che gli dèi non si occupassero delle vicende umane.
Quanto il tema dell'esistenza del male nel mondo abbia contribuito a condurre Diagora verso l'incredulità, lo si evince anche da un noto aneddoto riportato da Cicerone nel suo Sulla natura degli dei (45 a.C.): un giorno, mentre Diagora si trovava a Samotracia ad osservare gli ex voto offerti dai marinai scampati ai naufragi, un amico gli chiese come potesse negare la provvidenza divina dinanzi a tutti quei dipinti che dimostravano quanto fossero numerosi coloro che si erano salvati dal mare in tempesta grazie ai loro voti.
La risposta di Diagora, disarmante nella sua semplicità, fu che non poteva vedere da nessuna parte i dipinti di quelli che invece avevano fatto naufragio ed erano annegati in mare.
Il primo vero ateo della storia di cui possiamo conoscere il pensiero è Crizia, uno dei Trenta Tiranni di Atene, politico spregiudicato, ma anche filosofo. Trascurando la vita pubblica e privata, Crizia fu il primo di cui ci è pervenuto uno scritto a denunciare apertamente il culto religioso e a dire che gli dei sono frutto di invenzione umana, creati soltanto per fare rispettare le leggi.
La religione è instumentum regni. È all'interno di un dramma satiresco, dal titolo Sisifo satiresco, che l'autore sviluppa la sua posizione. Nel corposo brano pervenutoci, l'alba del fenomeno religioso viene contestualizzata nel mattino della civiltà.
Si legge: “Tempo ci fu, quando disordinata era la vita degli uomini, e ferina, e strumento di violenza, quando premio alcuno non c'era per buoni, né alcun castigo ai malvagi”.
Secondo Evemero (IV-III sec. a.C.) gli dei non erano altro che uomini eccezionali, divinizzati dall'ammirazione dei contemporanei e posteri.
Di questi ci è pervenuta ᾿ ὰ ἀ ϕή
una Sacra scriptio (come Ennio tradusse il greco Ιεραναγρα, Sacro scritto) in almeno 3 libri, di cui restano estratti in Diodoro e frammenti, della traduzione latina (Euhemerus) di Ennio, in Lattanzio.
Era un racconto fantastico di un viaggio per l'Oceano Indiano all'isola Pancaia, ove si trova impiantato un sistema sociale di tipo comunistico, articolato in tre classi, sacerdoti-artigiani, coltivatori e soldati.
Interesse maggiore ha la vista d'una stele antichissima del tempio di Zeus dove il dio narrava la storia delle imprese degli dei, una volta comuni mortali, assurti alla venerazione divina per i meriti e le imprese. Egli spiega così la nascita dei miti riguardanti gli dei.
Tali miti altro non sarebbero che la storia umana in quanto gli dei in origine erano comuni mortali. Tali furono le imprese e i meriti di questi uomini di valore da creare attorno a loro leggende, così che dopo la morte cominciarono ad essere loro tributati onori divini.
Evemero razionalizza così l'origine del divino. Da qui l'“evemerismo”, la teoria che le divinità non fossero altro che uomini eroici divinizzati.
4 Fiorentino Rosaria Mariagrazia
Teodoro, filosofo greco del IV-V sec., confutò tutte le opinioni espresse dai Greci intorno a essi, e per questo fu soprannominato «l'ateo».
“Teodoro fu colui che distrusse ogni opinione sugli Dei”. (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, II, 97).
“Anche riguardo a questo problema la maggior parte degli uomini affermò l'esistenza degli dei, il che è massimamente conforme a verità e a ciò a cui noi tutti ci indirizziamo sotto la guida della natura. Protagora invece ne dubitò, li negarono del tutto Diagora di Melo e Teodoro di Cirene”. (Cicerone, De nat. deor., I, 1,2).
E proprio per il suo atteggiamento negativo verso le credenze popolari fu denominato l'Ateo. Considerava l'assoluta indipendenza del saggio e il suo diritto a considerarsi “cittadino del mondo”.
Per Epicuro (IV-III sec. a.C.) e Lucrezio non è corretto parlare di ateismo in senso rigoroso giacché per entrambi gli dei esistevano, ma abitavano nell'intermundia e, come dimostra la presenza del male nel mondo, non occupandosi affatto degli uomini.
Questi devono liberarsi dall'assurda paura degli dei e adottare un ateismo pratico. Richiama l'uomo alla sua realtà concreta, al suo bisogno, al suo piacere.
La sua esaltazione del piacere corrisponde a una ricerca della felicità come salute dell'anima, come pace interiore e liberazione dalle paure e dai timori irrazionali.
“Non dura ininterrottamente il dolore della carne; il suo culmine dura anzi un tempo brevissimo; e ciò che di esso appena oltrepassa il piacere non si protrae molti giorni nella nostra carne. Le lunghe malattie poi arrecano alla carne più piacere che dolore.” (Massime capitali).
Epicuro compendiò la sua etica nel cosiddetto Tetrafarmaco, una sorta di ricetta della felicità, articolata in quattro punti:
- Non bisogna temere gli dei.
- La morte è nulla per noi.
- Il bene è facile a procurarsi.
- È facile sopportare il male.
5 Fiorentino Rosaria Mariagrazia
Epicuro impose ai suoi seguaci la dottrina con fermissima disciplina al punto che nel “Giardino” non poterono aver luogo conflitti di idee e sviluppi dottrinari. Il terreno su cui sorgeva la scuola di Epicuro fu successivamente venduto e il “Giardino” morì.
Ma non la sua idea, che continuò. Nel I secolo a.C. per opera di Filodemo di Gadara si costituì un circolo di epicurei di carattere aristocratico che trovò la sua sede in una villa di Ercolano di proprietà di Calpurnio Pisone, noto e influente uomo politico e grande mecenate.
Ma il contributo di gran lunga più cospicuo all'epicureismo doveva venire da Tito Lucrezio Caro, che costituì un unicum della filosofia di tutti i tempi.
Il “De rerum natura”, che egli compose cantando in mirabili versi il verbo di Epicuro, costituì il più grande poema filosofico di tutti i tempi. Quanto alla dottrina, Lucrezio ripete fedelmente Epicuro.
La sua novità consiste nella poesia, ossia nel modo con cui seppe porgere il messaggio che veniva dal “Giardino”. Per liberare gli uomini Lucrezio capì che non si trattava di ottenere, nei “momenti di fredda riflessione, la loro adesione ad alcune verità di ordine intellettuale, ma che bisognava rendere queste verità comprensibili al cuore” (P. Boyancé).
In effetti, se si mettono a confronto i passi del poema lucreziano coi corrispondenti passi di Epicuro, si troverà che la differenza è quasi sempre questa: il filosofo parla con il linguaggio del λόγος, il poeta aggiunge i toni suadenti del sentimento, dell'intuizione fantastica: in breve è la magia dell'arte.
Epicuro seppe placare le angosce esistenziali, Lucrezio ne restò vittima e morì suicida.
La diffusione dell'epicureismo fu difficile e travagliata: la dottrina si presentava ideologicamente e politicamente pericolosa. Non assimilabile alla cultura romana. Essa conduceva una forte polemica contro l'intera religione tradizionale, mentre a Roma la religiosità era forte.
Il libro di Lucrezio non ebbe il successo sperato. Un pensiero che si poneva in antitesi con quello tradizionale era da aborrire.
Il cristianesimo ne è un esempio. La concezione cristiana della vita appariva in conflitto con quella romana: i cristiani non solo si rifiutavano di partecipare al culto delle divinità dello Stato e al culto dell'imperatore – di qui l'accusa di ateismo –, ma, condannando lo Stato come Regno di Satana, si rifiutavano di servirlo come soldati o funzionari.
Così la nuova organizzazione, avvolta nella clandestinità, fu oggetto di sospetto, calunnie assurde e infamanti come immoralità, incesto, antropofagia. I cristiani, considerati con sospetto, divennero capro espiatorio da parte del potere statale.
Plinio, in qualità di governatore di Ponto e Bitinia, in Asia Minore, scrive una epistola all'imperatore Traiano. In essa si chiede come trattare i cristiani che allora venivano condannati alla pena capitale semplicemente per il loro culto: esisteva dunque il reato d'opinione.
Solo qualora i cristiani avessero rinnegato la loro fede sarebbero stati rilasciati. Mentre, come scrive Plinio stesso, “se perseveravano, ordinavo che fossero messi a morte. Ero infatti ben convinto che, qualunque fosse l'argomento della loro confessione, almeno la loro caparbietà e la loro inflessibile cocciutaggine dovevano essere punite (…) Non ho trovato nulla, all'infuori di una superstizione balorda e squilibrata”.
Si ebbero sistematiche persecuzioni da cui sorsero sempre più nuovi adepti.
In tale contesto vennero diffondendosi i primi documenti cristiani. Si trattò non solo di opere di traduzione dei testi sacri a un pubblico che conosceva solo il latino, ma anche di opere in cui veniva descritto il processo e il martirio di quanti non esitarono a morire per testimoniare la propria fede.
Fulgidi esempi: le Passiones e gli Acta Martyrum.
Tra gli scrittori cristiani, in particolare Tertulliano, che fu il più geniale e poliedrico scrittore della letteratura cristiana prima di Gerolamo e Agostino. Autore della più brillante apologia dell'antichità, per il vigore passionale dello stile e per le serrate dissertazioni giuridiche, l'Apologetico.
Nell'Apologetico Tertulliano fa sfoggio della sua bravura di avvocato mettendo a nudo le contraddizioni della legislazione romana relativa al trattamento della religione cristiana, dimostrandone l'ingiustizia e l'inanità, contro la classe dotta del suo tempo, in un momento in cui la persecuzione infieriva nel suo stesso paese.
7 Fiorentino Rosaria Mariagrazia
I cristiani sono veramente delinquenti, come pretende l'opinione pubblica? Allora bisogna ricercarli e condannarli, e non lasciarli stare in base a un'ambigua disposizione dell'imperatore Traiano.
I cristiani sono, al contrario, brava gente? Allora non si deve condannarli per delitti che non hanno compiuto o, peggio ancora, per il solo nome che portano!
Il 313 d.C. è l'anno dell'Editto di Milano, con il quale il Cristianesimo ottiene la libertà di culto. Editto voluto dall'imperatore Costantino (detto Costantino I il Grande).
Costantino così credette opportuno di non negare a nessuno la facoltà di libera professione religiosa tanto per i Cristiani che per tutti gli altri, qualunque fosse il loro culto. Senza molestie o impedimento alcuno.
Nacque successivamente la Patristica, cioè il pensiero dei Padri della Chiesa, che tentano, per la prima volta, di coniugare la filosofia classica con la religione cristiana.
Il primo a tentare questa sintesi è Giustino, che identifica il logos greco con Cristo.
Ma è Sant'Agostino a riuscire in questa impresa, unendo il pensiero neoplatonico di Platone con la fede cristiana. Altro importante esponente della Patristica è Boezio, autore di un poema filosofico, molto importante anche per la letteratura latina medievale, il De Consolatione Philosophiae.
Si ebbero echi atei durante il Medioevo. La loro presenza può essere documentata indirettamente dal continuo ritornare degli scolastici sulla questione della possibile dimostrazione dell'esistenza di Dio.
Fu nel corso del '700-'800 che, invece, l'ateismo fu esplicitamente sostenuto e difeso.
Nel senso propriamente irreligioso, l'illuminismo nel suo complesso fu anastigmatico e antimetafisico e, nella sua polemica contro il passato, giunse talvolta ad un ateismo vero e proprio. Si ebbe un'ossessiva ricerca di conoscenza.
“L'ateismo prese il posto della fede cieca. Tutte le vecchie ortodossie furono messe in discussione” (Milestones of History). Una delle vecchie ortodossie messe in discussione fu la religione.
“La mentalità religiosa cambiò. Gli uomini non si accontentavano più delle promesse di ricompense in cielo; pretendevano una vita migliore sulla terra. La loro fede nel sovrannaturale andò scemando” (The Universal History of the World).
In effetti la maggioranza dei filosofi illuministi disprezzava la religione. In particolare incolpavano i capi della Chiesa cattolica, assetati di potere, di aver tenuto il popolo nell'ignoranza.
Delusi dalla religione, molti filosofi divennero deisti, sostenevano che la credenza religiosa (talvolta denominata religione naturale) è intrinseca all'individuo, oppure accessibile mediante l'esercizio della ragione, ma negavano validità alle affermazioni religiose fondate sulla rivelazione o sull'insegnamento della Chiesa cattolica.
Voltaire fu certamente un grande critico della Chiesa cattolica. Ironizzava, solo per fare un esempio, sul fatto che i concili ecclesiastici avessero condannato la nozione degli antipodi come eretica, e tuttavia gli antipodi furono scoperti da ricercatori che rispettavano sia il papa che i concili.
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L'ateismo nel pensiero antico e moderno
L'appunto è relativo alla definizione di ateismo. In particolare è analizzato il pensiero di alcuni filosofi greci come Epicuro, Crizia. È esaminata la falsa accusa di ateismo rivolta ai primi cristiani. Per poi giungere al pensiero di Leopardi e Foscolo. È esaminata altresì anche la relatività.