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Università degli Studi di Torino

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Corso di laurea triennale in scienze e tecniche psicologiche

Elaborato finale: La società che rende soli. Neet e hikikomori.

Candidato/a
De Lise Valentina

Relatore
Prof. Cortese Claudio Giovanni

Matricola 823741
A.A. 2017/2018

Indice

  • Introduzione 3
  • La crisi economica e finanziaria 4
  • La cultura orientale 7
  • Capitolo 1 – Not in Employment Education or Training 8
    • I NEET in Europa 10
    • I NEET in Italia 11
    • Gli interventi politici 14
  • Capitolo 2 – Hikikomori 15
    • Le influenze sociali e culturali sulla hikikomori 17
    • Fuori dal Giappone 18
    • La terapia 20
  • Conclusione 22
  • Bibliografia e sitografia

Introduzione

“La salute è la capacità di adattamento e autogestione di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive”. (Organizzazione Mondiale della Sanità, 2011)

Negli anni, il concetto di malattia si è modificato: attualmente non è più considerato come un semplice stato di alterazione psicofisica, ma come uno stato psicologico, fisico e sociale. Diversi studi hanno, infatti, dimostrato come il momento storico, la società, le condizioni di vita, le relazioni interpersonali e la cultura abbiano un’influenza diretta sulle condizioni fisiche, mentali ed emotive della persona e come certe sindromi nascano, principalmente, come conseguenza di tali fattori sociali e culturali.

Le cosiddette culture-bound syndromes (CBS) sono una combinazione di sintomi psichici e somatici. Essi identificano una malattia, riconoscibile solo in certe società e in certe culture, che si caratterizza per una mancata alterazione biochimica o strutturale degli organi. Nel 1994, l’American Psychiatric Association (APA) inserisce nel DSM IV (nello specifico, nell’Appendice I) l’elenco delle più comuni CBS, specificandone la zona geografica di appartenenza. Nonostante lo stretto legame tra questo genere di sindromi e la cultura è possibile che i cambiamenti sociali, soprattutto se protratti nel tempo, possano contribuire al manifestarsi di CBS anche in culture opposte a quelle originali.

Ad esempio, negli ultimi anni si sono registrati casi di hikikomori, una sindrome culturale giapponese, in alcuni Paesi europei vittime di cambiamenti sociali ed economici sostanziali che hanno colpito soprattutto i giovani e il mercato del lavoro. Una di queste modificazioni sociali è stata la creazione di un nuovo status sociale, detto NEET, che ha molte affinità con la culture-bound syndrome giapponese. È possibile che vi sia un legame tra lo status sociale NEET ed i casi di sindrome di hikikomori in Europa?

Dopo un breve inquadramento storico e culturale verranno presi in esame i due concetti separatamente, per poi analizzarne, nel capitolo conclusivo, differenze e analogie al fine di comprendere se gli hikikomori europei siano conseguenza delle modificazioni sociali.

La crisi economica e finanziaria

Nel 2007, negli Stati Uniti d’America prese avvio la cosiddetta Grande Recessione, cioè la crisi economica iniziata in seguito ad un crollo del mercato immobiliare che produsse una grave crisi finanziaria nell’economia americana. La Recessione ha assunto un carattere globale, spinta da meccanismi finanziari di contagio, aggravandosi nei paesi europei, dove si parla di crisi del debito dei sovrani europei.

Nell’autunno 2008, si assistette ad un brusco calo della produzione industriale europea che si ridusse ulteriormente nell’anno successivo, dando vita ad una pesante recessione dei Paesi occidentali. Nel 2009, l’attività economica di tutti i principali Paesi del mondo si contrasse radicalmente, raggiungendo la contrazione massima nel primo trimestre dell’anno.

Tra il 2010 ed il 2011, si assistette ad una parziale ripresa economica, con crescita del 5% del PIL mondiale, ed una ripresa dei Paesi sviluppati e di quelli emergenti (Cina, India, Brasile), dove le economie mostrarono un rapido recupero. Alla fine del 2011, la ripresa si arrestò e le economie tornarono a calare, con sensibili riduzioni del PIL.

Nel 2012, il quadro economico mondiale mostrò una disparità tra i Paesi più occidentali, in particolare Regno Unito, Stati Uniti e Giappone, che registrarono una lenta ripresa, e l’area europea che riportava, invece, tassi negativi: in Francia e Germania la produzione industriale declinò, mentre in Europa meridionale si verificò una forte stagnazione.

La crisi finanziaria si aggravò con la cosiddetta Crisi dei debiti sovrani europei (CONSOB, Crisi debito sovrano 2010-2011), i cui piani di salvataggio finanziario erogati dalla troika (insieme dei creditori ufficiali durante la negoziazione con i Paesi, costituita da Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) si rivelarono ulteriormente recessivi.

In Italia, in particolare, il PIL, dopo una breve ricrescita, calò bruscamente fino al 2013. La crisi del debito italiano si scatenò per la combinazione di tre fattori: l’alto livello di debito pubblico in rapporto al PIL (che subì una forte crescita nel 2008); la scarsa o assente crescita economica; la scarsa credibilità dei governi e del sistema politico, spesso apparso privo di decisione o tardivo nel prendere provvedimenti in situazioni di emergenza.

Tale crisi globale determinò un aumento della disoccupazione. Per la prima volta, il tasso di disoccupazione maschile superò quello femminile e i dati Eurostat mostrarono che la percentuale di disoccupati calcolata sul totale della forza lavoro (individui tra i 14 e i 74 anni) passò dal 7.5% nel 2008 al 12% nel 2013. A preoccupare maggiormente sono i dati relativi alla disoccupazione giovanile, in costante crescita dal 2008 che, infatti, passò dal 16% nel 2008 al 24.5% nel 2013, per poi diminuire leggermente fino a raggiungere il 18.8% nel 2017. La disoccupazione è un problema che persiste tutt’oggi sebbene con un leggero decremento negli ultimi anni. I tassi di disoccupazione e disoccupazione giovanile sono andati aumentando dal 2008, con picchi del 28% nel 2013.

In questo quadro storico e sociale è nato un nuovo status sociale detto NEET (Not in Employment, Education or Training) che è il risultato dei nuovi movimenti sociali, politici, culturali ed economici nati in risposta alla crisi economica e finanziaria. (Tuccari 2013)

La cultura orientale

L’oriente è caratterizzato da una cultura collective-oriented nella quale i bisogni della comunità hanno la priorità sui bisogni del singolo. Essere in grado di rispettare il proprio posto nella società è uno dei valori fondamentali della cultura orientale e, in particolare, di quella nipponica, poiché è ciò che permette ad una nazione focalizzata sul gruppo e sulla forza lavoro di mantenere la struttura verticale del potere, con all’apice l’imperatore, necessaria per governare. Ciò prevede che non vi sia alcuna elevazione individuale all’interno di un gruppo, come, al contrario, accade nelle culture occidentali, dette individualiste.

Questa impostazione culturale si nota anche dal tipo di relazioni che si instaura tra le persone: la tendenza principale è quella di non esternare le proprie emozioni attraverso l’espressività o la gestualità, fino a quando non si è raggiunta una certa confidenza con l’altro. La confidenzialità permette di sciogliere il muro della riservatezza e far apprezzare la disinvoltura a chi sta intorno.

Nelle società orientali esistono pratiche sociali, tramandate di padre in figlio, che fanno parte del bagaglio culturale di ogni cittadino e che permettono di non incorrere nella forma maggiore di disonore e vergogna: essere tagliati fuori dalla società.

In Giappone, dopo la grande ripresa economica dalla Seconda guerra mondiale, si è instaurato un sistema sociale, chiamato Okami, che sprona i giapponesi ad essere un esercito infaticabile, sempre consenziente e che, possibilmente, sia silente. La società richiede continua competizione e non tollera il fallimento che si riversa sul soggetto o sul gruppo fallimentare con isolamento sociale, derisione e sentimenti di vergogna (Terzano, 2017).

Per poter rispondere al meglio alle richieste sociali, la maggior parte dei giapponesi decide di rinunciare a crearsi una famiglia, in quanto potrebbe essere fonte di disturbo al raggiungimento degli obiettivi imposti dalla società. Ne consegue un invecchiamento della popolazione dato da una drastica diminuzione delle nascite e dall’espandersi di una grave apatia sessuale che colpisce uomini e donne (Pietrobon, 2017).

Detto in altre parole, la società e la cultura orientale non conoscono il significato cristiano di “persona”, ma privilegiano il concetto di “comunità” portando a una sorta di de-individuazione generale, a favore di uno spiccato senso di collettività: i soggetti perdono il proprio Sé individuale al fine di arricchire il Sé sociale.

In questo clima, molte persone tendono a fuggire dal costante stress a cui sono sottoposte. Ciò avviene principalmente in due modi: alcuni lasciano tutto e tutti e si spostano in cerca di culture meno competitive, come quelle occidentali; altri entrano nel tunnel dell’isolamento sociale andando incontro alla già citata culture-bound syndrome hikikomori.

Capitolo 1 – Not in Employment, Education or Training

Ai giorni nostri, la parte peggiore del lavoro è ciò che capita alla gente quando smette di lavorare. (Gilbert Keith Chesterton)

L’indagine sulla forza lavoro (LFS) dell’Unione Europea, prima del 2008, suddivise lo stato di lavoro delle persone in tre categorie: i dipendenti, cioè coloro che, nell’arco dell’ultima settimana, hanno svolto un lavoro, anche di un’ora soltanto, per guadagno personale o familiare oppure per profitto, o coloro che non ha lavorato per vari motivi, ma che hanno un contratto di lavoro attivo; i disoccupati, cioè coloro che, nella settimana in oggetto, sono senza occupazione, ma che sono disposti a iniziare un’attività lavorativa entro due settimane, o coloro che verranno introdotti in un lavoro entro tre mesi, oppure coloro che cercano attivamente lavoro; gli inattivi, cioè coloro che non rientrano nella forza lavoro (bambini, pensionati, studenti) o qualunque soggetto in età lavorativa che non rientri nelle categorie precedenti (Eurostat Statistics Explained, 2017).

In seguito alla crisi economica e finanziaria del 2008, la disoccupazione giovanile globale ha raggiunto il 13,1% superando di tre volte la disoccupazione adulta. All’interno della disoccupazione dei giovani, a preoccupare maggiormente è un suo sotto-gruppo di ragazzi tra i 16 ed i 24 anni che risultano non impegnati né in attività lavorative, né nell’educazione o nella formazione (Mawn et al., 2017). Questo gruppo di giovani rappresenta il nuovo status sociale, nato come conseguenza della grande crisi globale, che viene chiamato NEET (Not in Employment, Education or Training).

Il termine fu coniato in Gran Bretagna negli anni ’90 in seguito a modificazioni del target a cui fa riferimento il tasso di disoccupazione: vennero rimossi da tali statistiche i giovani di età inferiore ai 18 anni e il tasso di disoccupazione giovanile venne definito in modo più restrittivo, rappresentando la percentuale di giovani tra i 15 e i 24 anni che risultano disoccupati rispetto alla forza lavoro totale che si registra in quella fascia di età, senza comprendere coloro che sono impegnati in corsi di studio o di formazione o chi potrebbe essere o meno alla ricerca di un’occupazione (Maguire, 2015).

Il termine NEET è ora utilizzato nelle statistiche europee (ad esempio EUROSTAT e ISTAT) e internazionali per identificare quella fascia di giovani, originariamente tra i 16 e i 24 anni, successivamente ampliata fino ai 29 anni, che non risultano impegnati in alcun tipo di attività formativa o lavorativa. La differenza tra i giovani che vengono classificati come disoccupati e quelli che vengono inseriti nei NEET è che i primi cercano attivamente lavoro rivolgendosi agli enti preposti, i secondi non risultano inseriti in nessun programma di inserimento al mondo del lavoro.

Nel 2017, i tassi di NEET hanno raggiunto percentuali consistenti in tutto il mondo (23,4% in Europa e 15,5% negli USA), diventando un problema sociale e politico. Questa parte di popolazione è una spesa per ogni nazione che si aggiunge ad altre conseguenze legate alla disoccupazione giovanile.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

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