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Corso di laurea in filosofia

Tesi di laurea

Robert Sapolsky e il problema del libero arbitrio

Relatore: Marco Sgarbi

Laureando: Giacomo Baratella

Matricola: 881544

Anno Accademico: 2024 / 2025

Indice

  • Introduzione ....................................................................................................................... 2
  • 1) La semantica di Sapolsky ............................................................................................. 5
  • 2) La confutazione del libero arbitrio .............................................................................. 14
    • I. L’esperimento di Libet ........................................................................................ 14
    • II. L’origine dell’intenzione ..................................................................................... 23
    • III. La forza di volontà .............................................................................................. 26
    • IV. La teoria del caos ................................................................................................ 29
    • V. La complessità emergente ................................................................................... 32
    • VI. Il caso e l’indeterminatezza ................................................................................ 34
  • 3) La negazione di ogni responsabilità ............................................................................ 36
    • I. Le conseguenze dell’inesistenza del libero arbitrio ............................................ 36
    • II. Il ‘cambiamento’ nella storia: schizofrenia ed epilessia ..................................... 38
    • III. Il ruolo della punizione ....................................................................................... 41
  • Conclusioni ........................................................................................................................ 43
  • Bibliografia ........................................................................................................................ 44

Introduzione

Nel 2023 il neurobiologo e primatologo statunitense Robert Sapolsky pubblicò Determined. A Science of Life without Free Will. In questa sede sfoderò la propria formazione in diverse aree di ricerca nel campo della biologia: in laboratorio, per esempio, nella manipolazione di «geni nel cervello di un ratto per cambiarne le manifestazioni comportamentali», e sul campo «studiando il comportamento sociale e la fisiologia dei babbuini selvatici in un parco nazionale» del Kenya. Fu quando alcune sue ricerche lo condussero a cercare di comprendere come «i cervelli degli adulti siano influenzati dallo stress conseguente alla povertà, a cui si è stati esposti nel corso dell’infanzia» che iniziò a collaborare anche con sociologi. Per poi avvicinarsi all’orbita d’interesse della psichiatria facendo ricerca in merito a disturbi dell’umore, e infine anche al campo giuridico «offrendo informazioni, anche alle giurie, sul funzionamento del cervello» in processi per omicidio.

Furono questi studi ed esperienze che rafforzarono la sua idea dell’inesistenza del libero arbitrio, che nella prima metà del libro l’autore tenta di dimostrare presentando una rassegna di esperimenti, fatti di cronaca e possibili obiezioni. Il tutto con lo scopo di difendere la principale conseguenza dell’assenza di una libertà d’arbitrio: il decadimento di qualsiasi responsabilità tanto nel campo sociale (nelle sue sfaccettature giuridico-penali), quanto in quello personale della quotidianità. Una posizione maturata sin dall’adolescenza, motivo per cui per lui è diventato «un imperativo morale considerare gli esseri umani senza esprimere giudizi», rifiutando l’idea che «qualcuno meriti qualcosa di speciale», e vivendo «senza manifestare odio». Insomma, dei propositi difficili da rispettare e di cui lui stesso confessa il fallimento: «è raro che la mia reazione immediata agli eventi si allinei con quello che penso sia l’unico modo accettabile per comprendere il comportamento umano. In ragione di ciò, spesso, sul piano personale fallisco miseramente». Tuttavia, è a partire da queste intenzioni che nella seconda metà del libro porterà degli esempi del passato (quali l’epilessia e la schizofrenia) in cui l’umanità è riuscita a rendersi emotivamente, moralmente e giuridicamente comprensiva, da un iniziale atteggiamento giudicante.

Sin dall’inizio della trattazione riconosce come questa sua posizione possa apparire difficile da condividere; infatti, l’esistenza del libero arbitrio «è sostenuta dai filosofi (circa il 90 per cento), dagli avvocati, dai giudici, dai giurati, dagli educatori, dai genitori», e persino da altri scienziati, biologi e neurobiologi come lui. È in vista di questa radicata opposizione che tenterà di convincere il lettore dell’inesistenza del libero arbitrio, o comunque di una sua scarsissima disposizione. A tal proposito analizzerà «le prospettive più diffuse nell’ambito della filosofia, del pensiero giuridico, della psicologia e delle neuroscienze», mostrando come tutte queste siano in errore. Talvolta a causa del «concentrarsi esclusivamente su un ambito specifico della biologia del comportamento», a volte a causa di un «impianto logicamente scorretto»; per esempio, il concludere di fronte all’impossibilità di capire cosa ha determinato qualcosa che esso non sia stato causato da nulla. Altre volte ancora, ritiene che la natura degli errori sia emotiva e che renda conto di quanto possa essere «dannatamente inquietante» solo il pensare l’inesistenza del libero arbitrio.

Nella dimostrazione di tutto ciò, concede che il concentrarsi in un singolo ambito di ricerca — sia questo la neuroscienza, l’endocrinologia, l’economia comportamentale, la genetica, la criminologia, l’ecologia, lo sviluppo infantile o la biologia evolutiva — permette al libero arbitrio un «margine di manovra» tale da permettere la coesistenza di biologia e libero arbitrio. Piuttosto, è il mettere «insieme tutti i risultati corroborati da evidenze, prodotti da una moltitudine di discipline scientifiche pertinenti» che impedisce al libero arbitrio di porsi. Ciò viene giustificato dall’autore, a partire dalla considerazione che queste discipline sono strettamente interconnesse e finiscono «per costituire lo stesso sostanziale corpus di conoscenza» che collettivamente nega l’esistenza della libertà d’arbitrio. Secondo questa prospettiva, considerando «gli effetti indotti dai neurotrasmettitori sul comportamento», si considerano anche «i geni che specificano la sintesi di quei messaggeri biochimici», nonché l’evoluzione di tali informazioni genetiche; considerando come gli avvenimenti durante la vita fetale influenzano il comportamento adulto, si contemplano anche le variazioni «dei pattern di secrezione ormonale o della regolazione genica»; considerando gli effetti che l’accudimento materno ha negli adulti, si tiene conto implicitamente anche della cultura che la madre «trasmette attraverso le azioni che compie». Questi sono solo alcuni dei fattori, al di fuori del nostro controllo, che influenzano il comportamento umano — utilizzando un’espressione ricorrente dell’autore — «nei secondi, nei minuti, nei decenni, nelle ere geologiche precedenti». Questa ripartizione costituisce il filo rosso del libro e viene introdotta dall’autore con l’aneddoto delle “Tartarughe all’infinito”.

Benché di questo vengano narrate versioni diverse, quella da lui proposta vede come protagonista il filosofo e psicologo americano William James, interrotto da una donna anziana mentre teneva «una conferenza sull’origine della vita e sulla natura dell’universo». Secondo l’aneddoto, la signora affermerebbe che gli insegnamenti di James sarebbero sbagliati e che il mondo, in realtà, giacerebbe sul dorso di una tartaruga gigantesca; a ciò egli replicherebbe chiedendo su cosa mai tale tartaruga dovrebbe reggersi. «Sul dorso di un’altra tartaruga» risponderebbe la signora, riproponendo lo stesso problema; a tal punto, dopo la riformulazione del professore della stessa domanda per la seconda tartaruga, la signora replicherebbe: «Ci sono tartarughe all’infinito!». È in questo senso che Sapolsky concepisce il determinismo umano: una serie infinita di condizionamenti al di fuori del nostro controllo — siano questi biologici o ambientali — che, poggiandosi l’uno sull’altro, hanno determinato le persone che siamo, senza lasciare spazio ad alcuna forma di libero arbitrio. In altre parole, quando ci si comporta in un certo modo — il che equivale a dire che il proprio cervello ha generato uno specifico comportamento —, è in ragione della causa «concretizzata appena prima, la quale è stata prodotta da quella occorsa nell’immediata precedenza, e così via, lungo tutta la serie che si dispiega all’infinito».

1) La semantica di Sapolsky

L’aspetto maggiormente problematico della trattazione di Sapolsky è il fatto che assegna a termini chiave un significato arbitrario, talvolta senza offrire una vera e propria definizione, ma implicando attraverso molti esempi ciò che intende. Il problema di questo approccio è principalmente il fatto che gli esempi che porta costituiscono spesso dei casi borderline che non rappresentano la totalità delle situazioni immaginate in cui si eserciterebbe o meno il libero arbitrio, e di cui conseguentemente si sarebbe responsabili. In questo modo, per tutta la durata del libro non è ben chiaro cosa l’autore intenda con concetti come ‘libero arbitrio’ o ‘determinismo’.

In merito al concetto di libero arbitrio, Sapolsky invita a immaginare un uomo che preme il grilletto di una pistola. Meccanicisticamente, spiega, «i muscoli del suo dito indice si sono contratti, perché sono stati stimolati da un neurone che ha manifestato un potenziale d’azione (ovvero, si è trovato in un particolare stato di eccitazione)». Tale potenziale d’azione è stato causato dal neurone «localizzato “a monte”», che è stato stimolato da quello che lo precede, e così via. È a questo punto che dichiara le condizioni d’esistenza del libero arbitrio: il fatto che un neurone abbia avviato tale processo, «senza che un altro gli abbia “parlato” appena prima». In altre parole, chiede che gli si mostri «un neurone (o un cervello) che determini la genesi di un comportamento in maniera indipendente dalla somma degli eventi che riguardano il suo passato biologico», e che quindi sia ciò che chiama causeless cause, ovvero una causa senza una causa antecedente. Solo così, secondo l’autore, si avrà dimostrato l’esistenza del libero arbitrio.

Con queste premesse, appare giusto domandarsi se questa costituisca davvero una definizione di ‘libero arbitrio’, e in che rapporto sia con l’ampia riflessione storico-filosofica sul tema. Nel suo Dizionario di Filosofia, Nicola Abbagnano individua tre significati della parola ‘libertà’, «corrispondenti a tre concezioni che si sono intersecate nel corso della sua storia»: in primo luogo, la libertà come «autodeterminazione o autocausalità», in cui essa è senza condizioni né limiti; in secondo luogo, la libertà intesa come «necessità» fondata sull’autodeterminazione, ma attribuita alla totalità (sia questa il Mondo, la Sostanza, o lo Stato) a cui l’uomo appartiene; infine, libertà «come possibilità o scelta», quindi «limitata e condizionata, cioè finita».

Secondo la prima concezione «è libero ciò che è causa di se stesso», in greco αὐτοπραγία, e in latino causa sui. Questa visione della libertà, presente sin dall’antichità perdurò lungo tutto il Medioevo, ricorrendo con frequenza anche nella filosofia moderna e contemporanea. Infatti, fu Kant che sostenne come la libertà fosse «la facoltà di iniziare da sé [...] la serie dei propri effetti». Ed è all’autocausalità che si appellano sia l’indeterminismo che il determinismo: il primo ne afferma la possibilità, il secondo la nega; questo in virtù del fatto che il determinismo «consiste nel ritenere universale la portata del principio di causalità nella sua forma empirica e pertanto nel negare la causalità autonoma».

La seconda concezione, invece, identifica la libertà con la necessità, facendo ancora riferimento al concetto di causa sui, ma non più attribuendola alla parte, ma al tutto: «non all’uomo singolo ma all’ordine cosmico o divino, alla Sostanza, all’Assoluto, allo Stato». Tale concezione ha origine stoica, infatti gli Stoici ritenevano che la libertà consistesse nell’autodeterminazione, e che solo il saggio — colui che «si conforma all’ordine del mondo, al destino» — fosse libero.

La terza concezione si discosta dalle altre due, in quanto la libertà non viene intesa nel senso di «autodeterminazione assoluta», bensì come «scelta motivata o condizionata». Perciò, non è libero «chi è causa sui o si identifica con una totalità che è causa sui; ma chi possiede, in un grado o misura determinata, possibilità determinate». Si tratta di una libertà «finita», e «delimitata» sia dal numero di «possibilità oggettive», sia dal «rango dei motivi della scelta»; per questo — come scrive Abbagnano — costituisce «una forma di determinismo, sebbene non di necessitarismo: ammette la determinazione dell’uomo da parte delle condizioni cui la sua attività risponde, senza ammettere che a partire da tali condizioni la scelta sia infallibilmente prevedibile».

Questa concezione è andata smarrita nell’antichità e nel Medioevo, riaffiorando nella modernità, in cui ha assunto «la forma della negazione della libertà di volere e dell’affermazione della libertà di fare». Hume sosteneva che la libertà fosse «un potere di agire o di non agire secondo la determinazione della volontà». Al contempo, Voltaire riteneva che una «libertà di indifferenza» — come quella del primo tipo — non avesse senso; poiché implicherebbe «che c’è nell’uomo “un effetto senza causa”». Anche Heidegger riteneva che la libertà fosse finita «perché condizionata e limitata dal mondo stesso in cui si progetta».

Insomma, si tratta di una concezione che si è rafforzata in questi ultimi secoli, con l’abbandono da parte della scienza dell’ideale di una causalità necessaria e di una previsione infallibile; con «la prevalenza del concetto di condizione su quello di causa», nonché «della spiegazione probabilistica sulla spiegazione necessitaristica, che si è delineata, come effetto del principio di indeterminazione, nella fisica atomica». Concludendo, la libertà come autocausazione è tanto insostenibile quanto il determinismo come necessità; piuttosto, la libertà è la «“possibilità di scelta”: cioè una scelta tale che una volta effettuata può essere ancora e sempre ripetuta nei confronti di una situazione determinata».

Inquadrato in questo modo, pare che il concetto di libero arbitrio di Sapolsky si riferisca ad un connubio tra la prima concezione di libertà e la terza. Infatti, nel sostenere che il libero arbitrio equivalga al dimostrare che nel cervello esiste una causeless cause, egli richiama involontariamente la concezione kantiana di libertà come “facoltà di iniziare da sé la serie dei propri effetti”, e di conseguenza di causa sui. Al contempo, però, sembra che l’autore miri a negare anche la terza forma di libertà: se in un cammino ci si trovasse di fronte a un bivio, la relativa scelta non sarebbe libera nemmeno finitamente, ma sarebbe interamente determinata dalla propria biologia, dal proprio passato, e dal proprio contesto ambientale. Quindi, la dimostrazione dell’illusorietà del libero arbitrio dell’autore sfrutta il concetto alla base della prima nozione di libertà (causa sui), suggerendo implicitamente che questo sia presente anche nella terza nozione del concetto, così da negarne la validità. Ora, nella contemporaneità la libertà viene intesa prevalen...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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