Università Telematica Pegaso
Facoltà di Scienze Umanistiche – Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche LM 85
Insegnamento di: Sociologia Generale
Titolo: “Pandemia e resilienza”
Dall’isolamento sociale alla surrogazione digitale dei rapporti interpersonali e sociali
Relatore: Prof. Chidichimo Livio
Candidato: Ingrid Clementi
Matricola: 0912001164
Anno Accademico: 2021-2022
Indice
- Prefazione pg.3
- Capitolo 1: Come la pandemia ha cambiato le relazioni umane pg.4
- 1.1 Epifania delle relazioni sociali
- 1.2 Fenomenologia delle relazioni
- 1.3 Mutamenti profondi nelle relazioni
- 1.4 Comprendere le relazioni sociali oltre la modernità
- 1.5 Una cultura “relazionista” delle relazioni
- 1.6 Distanziamento fisico e distanziamento sociale
- Capitolo 2: La pandemia e il processo di digitalizzazione della società pg.28
- 2.1 La nuova “matrice digitale” dell’azione umana
- 2.2 Digitalizzazione e relazioni sociali
- 2.3 Ripensare i legami umani
- 2.4 Il ruolo educativo e creativo delle relazioni
- 2.5 Distanza sociale e interdipendenza
- 2.6 Le relazioni orizzontali
- 2.7 La grande sfida nel lungo periodo
- Capitolo 3: Pandemia e resilienza pg.59
- 3.1 Resilienza: tipologie e caratteristiche
- 3.2 Pandemia, vulnerabilità e opportunità
- 3.3 Metamorfosi e resilienza trasformativa
- 3.4 Dall’emergenza alla resilienza
- 3.5 La resilienza e la sua funzione anti-pandemia
- 3.6 Resilienza economica e contenuti del “bene comune”
- 3.7 Dalla comunità resiliente al Comune resiliente
- Appendice
- Conclusioni pg.100
- Bibliografia/Sitografia pg.105
Prefazione
La motivazione che mi ha spinto a trattare questo argomento nasce nel quotidiano, da questo evento talmente catastrofico che ci ha visti coinvolti tutti, come umanità. La pandemia da Covid-19 ha "rivelato" l’importanza delle relazioni sociali nella vita umana, e in particolar modo che sono proprio le relazioni che decidono la nostra identità personale e sociale. Qual è allora la “giusta distanza” nei rapporti sociali quando una pandemia minaccia la vita interiore ed esteriore? Forse è proprio la ricerca della giusta distanza che ha determinato una “invasione del reale” nel digitale, che sta modificando le relazioni fra i due mondi. Dalla vita quotidiana al lavoro, dalla scuola dell’infanzia alle Università, lo smart-working, le videoconferenze, la didattica a distanza, le videochiamate con i propri familiari dopo giorni e giorni, perfino mesi, senza avere la possibilità di vedersi e abbracciarsi.
Non si può uscire oggi da un’"apocalisse" del genere ritornando alla vita di prima; non si può guardare l’altro senza che insorga il timore del contagio. Non si può, perché forse non riusciamo a liberarci delle nuove vibrazioni del nostro Io maturate nella lunga solitudine. Non si può soprattutto perché quello che ci è accaduto ci ha aperto gli occhi sulle tragedie a cui ci esponiamo, avvalendoci del creato, ed ha inoltre messo a nudo, a volte esaltandolo grazie alla solidarietà, a volte ferendolo a causa delle diseguaglianze, il valore incommensurabile della persona.
P. Donati e G. Maspero nel loro libro "Dopo la pandemia, Rigenerare la società con le relazioni" pubblicato da Città Nuova Editrice, Roma 2021, distinguono tra cambiamento nella società e metamorfosi del mondo. Se nel primo caso si tratta di concentrare l’attenzione su di un carattere del futuro; nella metamorfosi tutte le certezze della società moderna vengono sradicate. La pandemia è metamorfosi. Ma la capacità propria di ogni individuo di affrontare e superare un evento traumatico come questo, è resilienza. Una resilienza trasformativa, che superi la tentazione di un ritorno al “prima” e che doni nuova linfa vitale al concetto di generatività. Due termini questi che vanno a determinare la cifra morale di una civiltà e che vanno a costituire la radice più profonda del nostro agire e della nostra aspirazione alla compiutezza della vita.
Capitolo 1: Come la pandemia ha cambiato le relazioni umane
1.1 Epifania delle relazioni sociali
La pandemia da Covid-19 ci ha mostrato in maniera drammatica l’importanza delle relazioni sociali. Senza le relazioni, il virus non esiste. Non esiste come fatto sociale. Poiché le persone umane non possono vivere senza relazioni con altri esseri umani, esse si trovano costrette ad affrontare il virus nelle/con/attraverso le relazioni. Ossia dentro le relazioni, assieme alle relazioni, mediante le relazioni. Il che significa che le relazioni contano molto, anzi sono decisive per la vita. Contano più del denaro, perché il denaro non può comprare le relazioni sane nei confronti del virus. La salute si ottiene soltanto con buone relazioni.
Dalle relazioni dipendono la vita, la malattia e anche la morte. Possiamo quindi parlare di una “epifania” della relazionalità: le relazioni si sono “rivelate”. Il virus le ha rivelate. Le relazioni sociali sono improvvisamente apparse come le protagoniste della nostra vita. Ma che cosa sono queste relazioni sociali che non possiamo vedere e che la modernità è venuta trattando sempre più come oggetti di un gioco senza limiti? La modernità ha operato per liberare le persone dalle relazioni naturali, sostituendole con relazioni artificiali. Rendendole artificiali, le ha ritenute plasmabili e trasformabili a piacere degli individui. Sono divenute puri prodotti culturali, trattandole come fossero semplicemente delle proiezioni dell’Io, come frutto di sentimenti ed emozioni soggettive. Ed è qui che trova la sua sconfitta.
Si potrebbero fare tanti esempi dei modi di giocare con le relazioni a cui la cultura postmoderna è arrivata. Basti pensare a come vengono trattate le relazioni sessuali e di gender, all’ingegneria genetica, la maternità surrogata, e ancora pensiamo a come vengono trattate queste questioni in maniera disinvolta sui media e nei social network, per non parlare poi del mondo dei consumi e delle mode. La pandemia ha richiamato tutti all’ordine, ci ha chiamati a rivedere in modo drammatico, se vogliamo, questi modi artificiali di intendere le relazioni e di giocare con esse. Ci ha messo di fronte al fatto che le relazioni sono una realtà molto più significativa, importante e difficile da trattare di quanto pensiamo. La loro realtà affonda le radici nel biologico, si esprime a livello psicologico, implica dei legami sociali, contiene dei modelli culturali di valore, e infine rappresenta la via maestra che abbiamo per collegarci al mondo soprannaturale. Per un cristiano, le relazioni sono l’impronta della Trinità su tutto il Creato. Giocare con questa realtà, come se potessimo configurare le relazioni a nostro uso e consumo, vuol dire andare incontro ai più grandi fallimenti.
Di fronte all’impotenza dei sistemi sanitari e dovendo affrontare una drammatica crisi economica provocata dal virus, il modello di società guidato dai cosiddetti processi di modernizzazione si è dimostrato fallimentare, o quantomeno incapace di rigenerarsi. Dopo la pandemia il mondo non sarà più lo stesso. Non ci resta che focalizzarci sulla dinamica delle relazioni sociali come tema chiave per comprendere i problemi della condizione umana nel post-pandemia.
1.2 Fenomenologia delle relazioni
Durante la pandemia la parola d’ordine è stata “Distanziamento sociale”. Alla gente è stato detto che bisognava rinunciare ad abbracciarsi, a toccarsi, ad incontrarsi fisicamente. Non è stato detto come rielaborare le loro relazioni. Semplicemente bisognava “prendere le distanze” e comunicare con gli altri attraverso gli strumenti digitali, internet, piattaforme, applicazioni degli smartphone ecc…
Il distanziamento fisico è stato generalizzato. Ha riguardato la famiglia, la scuola, i luoghi di lavoro, i luoghi della società comunitaria e pubblica. Le famiglie sono state chiuse nelle loro case, rompendo i fili delle generazioni, delle parentele, delle amicizie e dei rapporti di vicinato. La pandemia ha portato un totale stravolgimento delle relazioni: mentre prima del virus la vita era in gran parte proiettata all’esterno della casa, ora tutto deve essere svolto all’interno. Prima si usciva per andare al lavoro, per portare i figli a scuola, si usciva per passeggiate o sport, per svago oppure per coltivare i propri hobby e partecipare alla vita civica. Da un giorno all’altro abbiamo dovuto lavorare da casa, accudire i figli piccoli, mentre quelli più grandi si sono dovuti attrezzare per la didattica a distanza con scuole e università. In casa abbiamo dovuto preparare e consumare tutti i pasti, tutti i giorni, e dovuto seguire le Conferenze Stampa sulle regole da seguire per evitare il contagio, e lì attendere aiuti al reddito e servizi che non arrivavano. Tutta la trama delle relazioni quotidiane è stata sconvolta.
Appena si è capito che i più colpiti erano gli anziani, i nonni sono stati isolati. L’isolamento richiesto ha costretto le famiglie nucleari a una vita in comune mai sperimentata in precedenza. Le relazioni interpersonali di coppia e fra genitori e figli sono state messe sotto stress. La pandemia si è innestata su un processo di individualizzazione degli individui e di frammentazione delle famiglie già in atto per via dei processi di modernizzazione, e l’ha ulteriormente rafforzato.
In ogni caso la clausura delle famiglie ha prodotto grandi disuguaglianze nella loro capacità di far fronte ai problemi della vita quotidiana. Togliere la rete di protezione sociale assicurata dalle relazioni con parenti, amici, vicini, ha significato esporle ad un forte stress (tensioni, disagio, ansia) che ha avuto e avrà anche in futuro effetti selettivi: alcune famiglie si sono sentite più unite, altre, che non potevano contare su un certo capitale sociale relazionale interno, sono esplose in vari modi (malattie psichiche, violenze, disagi di ogni genere).
Il lavoro è stato sospeso per tutte le professioni liberali e autonome, mentre una parte consistente dei lavoratori dipendenti ha fatto ricorso al lavoro a distanza. Anche qui, come per le famiglie, l’isolamento ha significato annullare le relazioni interpersonali e rinunciare alla socialità. Sperimentare l’assenza di lavoro, entrare in cassa integrazione, correre il rischio di un licenziamento sono esperienze drammatiche che comportano la privazione di una dimensione fondamentale dell’identità sociale.
La scuola ha semplicemente chiuso le sue attività didattiche. I bambini hanno perduto i contatti con gli amici e hanno scaricato tutte le loro richieste sui genitori. Dove è stato possibile si è sperimentata la didattica a distanza, la quale si è rivelata un problema per molti che non erano attrezzati con i dispositivi digitali necessari. Venendo meno la loro identità di alunni e compagni di scuola anche i bambini hanno sperimentato una perdita di umanità. I ragazzi più grandi e gli studenti universitari hanno potuto affrontare l’isolamento con maggiore autonomia, ma anche per loro il venir meno delle relazioni fisiche con compagni ed insegnanti ha comportato una perdita secca di quella socialità che sostiene l’identità dei giovani.
I luoghi pubblici della socialità sono andati deserti. Niente movida, niente sport, niente spettacoli, niente passeggiate nei parchi. Chiusi i musei e le biblioteche pubbliche. La mancanza di queste relazioni extrafamiliari ci ha spogliati di tutte le nostre identità sociali, lasciandoli soli con noi stessi, con la nostra identità privata la quale non può sopravvivere se slegata dall’identità sociale.
Senza una relazione “piena” con l’altro, tralasciamo la nostra natura di essere sociale e perdiamo occasioni di crescita umana. Dunque, la pandemia ci ha mostrato che le relazioni sono la stoffa del sociale, nel lavoro, nella vita associativa, in famiglia, in ospedale, nella comunità religiosa, in una casa di riposo, in tutte le attività di condivisione con gli altri. Le relazioni decidono la qualità della nostra vita e del nostro destino. Lo fanno nel bene e nel male. Infatti, se da un lato, le relazioni sociali sono state il veicolo del virus, dall’altro venivano sentite come fonte imprescindibile della nostra felicità.
Il Covid-19 ci ha costretti a “prendere le misure” dalle relazioni, a ponderarle, a farne una valutazione. Ci siamo accorti che non abbiamo una cultura delle relazioni e pertanto la pandemia ci ha insegnato che dovremmo saper distinguere fra relazioni fisiche e non fisiche, fra relazioni buone e non buone, fra relazioni immanenti e relazioni trascendenti.
1.3 Mutamenti profondi delle relazioni
Ci sono due grandi categorie di relazioni, le quali hanno avuto un grande peso nella pandemia. Possiamo distinguere le relazioni interpersonali e le relazioni di ruolo. Le prime sono relazioni interumane, cioè fra persone che interagiscono per le loro qualità umane, per ciò che sono come esseri umani e non per le loro prestazioni o ruoli sociali ricoperti; basti pensare alle relazioni faccia a faccia in famiglia oppure fra amici intimi. Le relazioni fra ruoli sociali sono invece quelle fra persone che interagiscono in base ai loro compiti, alle aspettative dei ruoli sociali; lo sono, per esempio, le relazioni fra colleghi di lavoro, fra alunni e insegnanti, fra negoziante e cliente, fra medico e paziente. Ebbene, la pandemia ha avuto l’effetto di costringere le persone a trasformare le loro relazioni interpersonali in relazioni di ruolo.
In tal senso, in tutte quelle relazioni dette “famigliari” perché basate sull’affetto, la prossimità, l’empatia, la fraternità, se il ruolo è a prevalere sull’elemento umano, il famigliare svanisce. Generalizzando, possiamo dire quanto segue. Quando interagiamo con un famigliare o un amico intimo, siamo persone che si spogliano del proprio ruolo sociale: tendenzialmente la relazione è Io-Tu. Ego e Alter esaltano l’empatia, l’affettività umana e tutte quelle qualità emozionali della comunicazione. Come afferma Buber: «La prima parola Io-Tu la puoi pronunciare solo con tutto l’essere: io divento attraverso la mia relazione con il Tu; quando divento Io, dico Tu. Tutta la vita reale è un incontro». Quando invece interagiamo nel lavoro, nella sfera pubblica, nel mercato e nelle istituzioni, sia pubbliche che private, assumiamo prevalentemente un ruolo, e la relazione viene regolata di conseguenza. In linea di principio cresce il senso della distanza, di una certa impersonalità, fino alla estraneità. Per questo, nelle relazioni sociali fra ruoli, c’è sempre il rischio che la relazione con l’Altro diventi una relazione Io-Esso, cioè che l’altro sia ridotto ad uno stereotipo (“il collega”, “l’insegnante”, “il medico”); il che implica una tendenza a “cosificare” l’Altro anziché a vederlo nella sua umanità. Questo può capitare anche in famiglia, quando ad esempio in una coppia non ci si capisce più e allora si tende a cosificare il partner attribuendogli uno stereotipo che è quello di un ruolo sociale (un buono a nulla, un bugiardo, un traditore ecc…).
Ebbene la diffusione del virus, impedendo l’incontro fisico, ha significato un allontanamento fra le persone che ha comportato la diminuzione, o addirittura la cancellazione, della relazione umana spontanea e immediata Io-Tu. Improvvisamente le persone si sono sentite estranee fra di loro. In questo senso, la pandemia ha significato una perdita di umanizzazione. Allo stesso tempo, però, sono venute meno anche molte delle nostre identità sociali (derivanti dal frequentare amici, fare sport, coltivare hobby), è emerso perciò un processo inverso, siamo stati rinchiusi nella nostra umanità più intima. Abbiamo dovuto fare i conti con il nostro Io più profondo, e questo all’interno di un contesto relazionale di vita quotidiana ridotto ad una piccola cerchia intorno a noi, il tempo è stato sospeso. Di qui una sfida esistenziale inusitata, quella di dover ridefinire la nostra identità con relazioni ridotte al minimo o addirittura annullate.
Alle singole persone è stato raccomandato il distanziamento sociale, senza chiarire le sue differenze con il distanziamento fisico. Il distanziamento fisico è definito da una certa quantità di separazione spaziale; il distanziamento sociale invece è qualitativo e implica una negazione della socialità, che non è mai eludibile. È stata ridotta la socialità a distanza fisica, reificando il sociale, annullandone la portata umana. Dire che le relazioni sociali sono nient’altro che distanza fisica ci ha offerto un altro esempio di come manchi alla nostra società una “cultura del sociale”.
1.4 Comprendere le relazioni sociali oltre la modernità
La modernità ha concepito le relazioni umane come una proiezione dell’Io, dei suoi sentimenti, degli stati d’animo, degli obiettivi e intenzioni. Le ha intese quale prodotto...
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