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Indice

  • Introduzione …………………………………………………………………………………….. p. 3
  • Capitolo 1: La nascita della prosa filosofica a Roma ………………...…… p. 4
  • Capitolo 2: Lucio Anneo Seneca: cenni biografici e pensiero ……...……. p. 7
    • 2.1 La vita …………………………….……………………………………………...….. p. 7
    • 2.2 Il pensiero filosofico ……….…………………………………………………...…… p. 9
  • Capitolo 3: Le opere filosofiche di Seneca …..……………………………...…. p. 11
    • 3.1 Dialoghi e trattati ……………………………………………………………...….... p. 11
    • 3.2 Epistulae morales ad Lucilium ……………………………………………….…….. p. 13
    • 3.3 Le tragedie ………………………………………………………………………..… p. 15
  • Bibliografia ………………………………………………………………………………..…… p. 16

Introduzione

Lucio Anneo Seneca è stato un filosofo, drammaturgo e politico romano. Conosciuto anche come Seneca il Giovane, per distinguerlo dal padre Seneca il Vecchio, fu tra i massimi esponenti dello stoicismo in età imperiale e fu molto attivo in diversi campi, compresa la vita pubblica. Insieme a Cicerone, Seneca può essere considerato l’esponente più illustre della prosa romana. In particolare, nell’ambito della sua produzione, le opere filosofiche occupano uno spazio prioritario e la sua opera filosofica rappresenta il punto più alto raggiunto dalla riflessione romana nell’ambito della filosofia morale.

Dunque, il seguente elaborato, dopo un breve excursus sulla nascita e lo sviluppo della prosa filosofica a Roma, si propone di analizzare la figura di Seneca e il suo pensiero attraverso le sue opere filosofiche.

Capitolo 1

La nascita della prosa filosofica a Roma

Prima di parlare della vita e delle opere di Seneca e del suo contributo nell’ambito della prosa filosofica, è necessario fare un cenno alla nascita della prosa filosofica a Roma. È bene ricordare che l’interesse per la filosofia a Roma si sviluppò tardi, probabilmente a partire dal III a.C. e in dipendenza dalle dottrine filosofiche di età ellenistica. Di conseguenza, l’attenzione per la filosofia nacque all’interno di quell’ampio fenomeno di ellenizzazione della società e della cultura latina. Si può solo supporre che l’interesse per la filosofia sia databile ad un periodo precedente, come del resto dimostrerebbero i rapporti tra personalità come Numa Pompilio e Pitagora, di cui ci parlano diverse fonti.

Nelle Tusculanae Cicerone fornisce un’interpretazione al riguardo. In particolare, la lettura di due passaggi (Tusculanae 4,5 e 1,5) dimostra la consapevolezza ciceroniana di non poter nominare delle singole personalità che si siano dedicate alla filosofia; Cicerone non esclude la possibilità che sia esistito un interesse per la filosofia prima dell’età degli Scipioni, ma chiarisce che non gli sono noti nomi di personalità che si siano distinte in questo genere. Emerge, inoltre, l’orgoglio dell’autore di illustrare un genere che non è stato ancora adeguatamente trattato, oltre alla consapevolezza di dover dare del proprio meglio.

È molto interessante anche una notizia relativa a Numa Pompilio. Una testimonianza che ci giunge tramite Livio, ma che probabilmente doveva risalire ad altri storici, tramanda della scoperta nel 181 a.C. di alcuni libri di Numa dissotterrati presso il Gianicolo: di questi sette, in latino, era il de iure pontificio e sette, in greco, de disciplina sapientiae. Livio ci informa che lo storico Valerio Anziate considerò questi libri pitagorici e per questo motivo si ritenne opportuno distruggerli. Si può affermare che l’attribuzione a Numa è certamente un falso, ma questa testimonianza è comunque preziosa perché documenta come all’inizio del II secolo a.C. i libri filosofici fossero considerati sovversivi. Questo testimonia come a Roma la valutazione della filosofia fosse negativa, poiché considerata pericolosa; si considerava la filosofia pericolosa perché si riteneva che avesse la capacità di penetrare nei più antichi istituti romani.

Si può dire ben poco sull’elaborazione di un pensiero filosofico a Roma nel II secolo a.C., dal momento che le testimonianze in nostro possesso sono davvero esigue. Sappiamo che Catone scrisse un carmen de moribus, di cui si discute se fosse o meno in prosa, mentre Ennio nell’Euhemerus, allontanandosi dagli atteggiamenti propri della religione tradizionale, dimostra di credere ad una nuova forma di immortalità destinata alle anime dei grandi protagonisti della storia. Gli opposti percorsi intrapresi da Catone e Ennio consentono di identificare due linee di tendenza filosofiche differenti: quella di Catone, improntata al tradizionalismo e alla difesa dei valori, e quella di Ennio, aperta alla cultura greca e pronta ad aprire la cultura romana a nuove concezioni.

Questa apertura di Ennio dipende sicuramente dal fatto che visse in un’epoca in cui le occasioni di penetrazione della filosofia a Roma erano molteplici. Ad esempio, dopo la battaglia di Pidna, il vincitore Lucio Emilio Paolo portò a Roma la biblioteca appartenuta al re Perseo, per arricchire la sua casa e accrescere la possibilità di educazione dei figli. È anche nota la notizia di un’ambasceria condotta nel 155 da tre filosofi, Carneade (seguace dell’Accademia), Diogene (stoico) e Critolao (peripatetico), giunti a Roma per chiedere al Senato la cancellazione di una multa a nome degli Ateniesi. Per la prima volta i Romani ebbero modo di confrontarsi con le abilità dialettiche di tre filosofi. Ad ogni modo, era sempre presente una duplicità di atteggiamenti: da una parte l’interesse per il pensiero filosofico e le abilità dialettiche dei filosofi greci, dall’altra l’ostilità e l’intenzione di respingere le idee che potenzialmente potevano intaccare i principi e i valori della tradizione.

Nel I secolo a.C. la presenza della cultura greca a Roma si fece sempre più massiccia, fino a diventare parte integrante del curricolo dei Romani colti. Dimostrazione di questo cambiamento è la produzione ciceroniana: dopo la produzione retorica degli anni Cinquanta, si distingue una produzione di scritti di teoria politica e giuridica con i sei libri del de re publica (54-51 a.C.) e il de legibus (52 a.C.) e una cospicua produzione di testi di argomento filosofico negli ultimi due anni di vita di Cicerone (45-43).

Nel proemio delle Tusculanae disputationes, Cicerone chiarisce la scelta di dedicarsi alla filosofia, sostenendo che nella sua vita è sempre stato interessato ad argomenti filosofici, ma che solamente adesso che è libero da impegni derivanti dalla vita politica, può finalmente dedicarsi alla scrittura filosofica. Sostiene che la lingua latina sia ormai pronta ad affrontare la riflessione filosofica, rivendicando così l’importanza di una filosofia in latino. Cicerone sostiene che non è solo la lingua a fare la differenza, ma ricorda che i Romani hanno dimostrato di aver superato i Greci in molti campi del sapere.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DadaBen di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Saint Camillus International University of Health o del prof Gaudio Eugenio.
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