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Concetti Chiave

  • Claudio Magris esplora l'interazione tra utopia e disincanto, fondamentali per affrontare le sfide del nuovo millennio con maturità spirituale.
  • Il saggio si apre con Leopardi, che esprime la speranza in un futuro migliore nonostante il passare degli anni e l'influsso del nichilismo di Nietzsche e Dostoevskij.
  • Magris sottolinea l'importanza della memoria storica e critica nei confronti del passato, evidenziando il ridicolo del progresso assoluto e l'idealizzazione nostalgica.
  • L'esempio di don Chisciotte e Sancho Panza simboleggia l'equilibrio tra l'utopia di sognare un mondo migliore e il disincanto di riconoscere la realtà.
  • La speranza, per Magris, è una virtù essenziale che nasce dalla consapevolezza del male radicale, permettendo di affrontarlo e di liberare nuove potenzialità.

Utopia e disincanto secondo Magris

Claudio Magris basa il suo saggio, riguardante l’approccio nei confronti del mondo, su due termini: utopia e disincanto. Queste sono due modalità di porsi, di guardare e agire nel mondo. Secondo Magris, sono due ingredienti necessari all’individuo e alla collettività per affrontare le nuove sfide con consapevolezza e maturità spirituale.

Magris parla principalmente dell’inizio e della fine di un millennio come inizio e fine di una nuova vita, che cambia negli anni, e constata che esso abbia bisogno di utopia e disincanto uniti.

Leopardi e l'inizio del millennio

Il saggio inizia con Leopardi e Magris presenta la sua disperata attesa della fine di un anno per iniziarne uno nuovo, migliore, per quanto il suo timido amore per la vita e l’attesa di felicità vengano smentiti dal succedersi degli anni. Ma Leopardi continua a sperare, ogni anno che passa.

Lo stesso sentimento si ingigantisce nelle persone all’inizio del nuovo millennio.
Ci si sposta quindi su Nietsche e Dostoevskij, due scrittori che avevano previsto, in un loro futuro, l’avvento del nichilismo, ma che avevano opinioni diverse su ciò. Per Nietsche si trattava di una liberazione, mentre per Dostoevskij si trattava di una malattia. Magris riporta questo concetto all’inizio del nuovo millennio, quando la scelta tra le due posizioni sarà fondamentale: combatterlo o accettarlo?

Il nuovo millennio e la memoria storica

Ma l’inizio del nuovo millennio significa anche la fine del “terribile secolo Ventesimo”, come si usava chiamarlo, pieno di stermini e mostruosità, ma allo stesso tempo di enormi progressi. Magris scrive che “credere fiduciosamente nel progresso è divenuto ridicolo, ma altrettanto ottusa è l’idealizzazione nostalgica del passato”. L’umiltà e l’autoironia ci fermano dalla tentazione di abbandonarci al pathos delle profezie, che diventano facilmente ridicole.

Il nuovo millennio si annuncia con la sconfitta dei totalitarismi politici in molti paesi. Una resistenza ad essi consiste nella preservazione della memoria storica e nel rifiuto del falso realismo, che assolutizza il presente e non crede nel suo cambiamento, considerando quindi utopisti coloro che invece ritengono sia possibile.

“Il mondo non può essere redento una volta per tutte e ogni generazione deve spingere, come Sisifo, il suo masso, per evitare che esso le rotoli addosso schiacciandolo. Questa consapevolezza è l’ingresso dell’umanità nella maturità spirituale.”

Così Magris annuncia, che c’è bisogno dell’utopia unita a disincanto per vivere al meglio il passaggio da un millennio all’altro.

Utopia e disincanto: don Chisciotte e Sancho Panza

Utopia significa non arrendersi alle cose così come sono, ma lottare per le cose così come dovrebbero essere. Nel saggio si fa l’esempio di don Chisciotte, grande, perché si ostina a credere contro l’evidenza. L’utopia dà senso alla vita, perché esige che la vita abbia un senso. Ma don Chisciotte da solo sarebbe patetico e pericoloso, come lo è l’utopia quando diventa realtà, scambiando il sogno per la verità.

Proprio perciò don Chisciotte ha bisogno di Sancho Panza, che segue il folle cavaliere, che vede che l’elmo di Mambrino è una bacinella e sente l’odore di stalla di Aldonza, ma capisce che il mondo non è né completo né vero se non si cerca quell’elmo fatato e quella beltà luminosa.

“La fine di utopie totalitarie è liberatoria solo se si accompagna alla consapevolezza che la redenzione, promessa e fallita da quelle utopie, deve essere cercata con più pazienza e modestia.”

Il disincanto e la speranza

Disincanto significa sapere che la parusìa non ci sarà. Il disincanto è un ossimoro, una contraddizione.

Mantenendo l’esempio di don Chisciotte, nel disincanto c’è la malinconica consapevolezza che l’elmo di Mambrino è una bacinella, ma c’è anche la consapevolezza che l’elmo di Mambrino, pur introvabile, riverbera il suo bagliore sulle pentole arrugginite. E’ stata l’ironia di Cervantes, che ha smascherato la fine e la goffaggine della cavalleria, a dimostrare il suo stesso incanto.

Il disincanto rafforza un elemento fondamentale dell’utopia: la speranza.

Essa, come dice Kant, non nasce da una visione del mondo rassicurante e ottimista, ma col male radicale, che esige di essere scrutato fino in fondo per essere affrontato con la speranza di superarlo. La speranza è la virtù più grande, è una conoscenza completa delle cose, non solo di come appaiono, ma di come debbano essere. Dietro ogni realtà vi sono altre potenzialità, che vanno liberate.

Il disincanto è quindi una forma ironica, malinconica e agguerrita della speranza.

La letteratura e il disincanto

Forse, dice Magris, non ci può essere un vero disincanto filosofico, ma solo poetico, poiché soltanto la poesia può rappresentare le contraddizioni senza risolverle concettualmente. Come esempio pone il libro di Flaubert, L’educazione sentimentale, il libro di tutte le disillusioni che è anche, nella melodia del suo fluire, il libro dell’incanto.

“La storia letteraria occidentale degli ultimi due secoli è storia di utopia e disincanto, della loro inscindibile simbiosi. La letteratura si pone spesso nei confronti della storia come l’altra faccia della luna, lasciata in ombra dal corso del mondo.”

Il disincanto si ricollega anche al disinganno, che è, anch’esso, doloroso smascheramento dell’illusione.

La corona magica di Raimund

Magris pone come splendido esempio Ferdinand Raimund e la sua commedia La corona magica che reca sventura.

Si tratta di un racconto di una fata benevola che dona al protagonista Ewald una fiaccola, che ha il potere di trasfigurare la realtà. La fata Lucina svela a Ewald il trucco, lo avverte che la torcia gli mostrerà solo cose bellissime ma illusorie, il mondo bello ma falso.

La cosa interessante è che la consapevolezza non distrugge tuttavia la seduzione delle cose illuminate. Quella fiaccola non è falsa, ma chi la usa senza sapere la sua magia viene ingannato, chi la rifiuta è altrettanto ottuso. La vita di Ewald, che era invece consapevole del trucco della torcia, si arricchisce.

“Dietro le cose così come sono c’è anche una promessa, l’esigenza di come dovrebbero essere; c’è la potenzialità di un’altra realtà, che preme per venire alla luce.”

Conclusione con Leopardi

Tornando quindi a Leopardi, Magris conclude con una citazione dal Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, pubblicato nell’edizione delle Operette di Giacomo Leopardi. Si tratta di un dialogo, che si ricollega all’inizio del saggio, dove il passeggere spera in un anno nuovo, più felice di quello ricorrente.

“E pur la vita è una cosa bella. Non è vero?”

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Domande da interrogazione

  1. Qual è il significato di utopia e disincanto secondo Magris?
  2. Magris definisce utopia e disincanto come due modalità necessarie per affrontare le sfide del mondo, sottolineando che entrambe devono coesistere per una maturità spirituale.

  3. Come si collega Leopardi all'inizio del nuovo millennio?
  4. Magris utilizza Leopardi per esprimere la disperata attesa di un futuro migliore, evidenziando come, nonostante le delusioni, la speranza continui a persistere nel tempo.

  5. Qual è la posizione di Magris riguardo alla memoria storica nel nuovo millennio?
  6. Magris sostiene che la memoria storica è fondamentale per resistere ai totalitarismi e per evitare un falso realismo, affermando che l'utopia è necessaria per credere nel cambiamento.

  7. In che modo don Chisciotte rappresenta l'utopia e il disincanto?
  8. Don Chisciotte simboleggia l'utopia, mentre Sancho Panza incarna il disincanto; insieme, mostrano come la lotta per un ideale debba essere bilanciata dalla consapevolezza della realtà.

  9. Qual è il ruolo della letteratura nel disincanto secondo Magris?
  10. Magris afferma che la letteratura rappresenta le contraddizioni del disincanto senza risolverle, evidenziando come essa sia una forma di utopia e disincanto in simbiosi, riflettendo la complessità della realtà.

Domande e risposte

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