Concetti Chiave
- Adriano Olivetti, nato nel 1901 a Ivrea, rivoluzionò la concezione di fabbrica grazie alla sua visione innovativa e all'influenza del padre Camillo, fondatore della prima fabbrica di macchine da scrivere in Italia.
- Il sogno industriale di Olivetti combinava successo economico con condizioni di lavoro innovative, promuovendo un rapporto umano tra imprenditore e operaio e un impegno per il bene della comunità.
- Olivetti introduceva ambienti di lavoro luminosi e stimolanti, collaborando con architetti e psicologi per rendere la fabbrica un luogo di bellezza e coesione sociale.
- Le condizioni lavorative nel passato erano caratterizzate da sfruttamento e mancanza di diritti, mentre Olivetti si preoccupava del benessere e dell'istruzione dei suoi operai.
- Il modello di fabbrica sociale di Olivetti rappresenta un tentativo di unire produzione e valori etici, continuando a ispirare realtà artigianali, nonostante la moderna automazione riduca il coinvolgimento umano.
Le origini di Adriano Olivetti
Adriano Olivetti, nato a poche decina di chilometri da Torino, ad Ivrea, l’11 Aprile 1901, si distinse per i suoi innovativi progetti industriali, che da quel momento in poi avrebbero cambiato per sempre la concezione di fabbrica. Anche se il visionario è Adriano, importante nella sua crescita è la figura del padre Camillo Olivetti, di fede socialista e fondatore della prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, nata ai primi del ‘900 come officina di tipo artigianale in cui lavoravano circa 20 operai che, nelle mani del figlio, conquisterà in seguito i mercati del mondo. A soli 13 anni lo manda a lavorare in fabbrica, esperienza che lo segnerà moltissimo e, dopo dopo aver conseguito la laurea nel 24 al politecnico di Torino, sarà nuovamente costretto dal padre a lavorare nell’azienda di famiglia come operaio. Nel 1932, Adriano diviene direttore della Olivetti e nel 1940, avendo il regime accentuato le persecuzioni dei suoi oppositori, viene schedato come sovversivo, ritenendo che avesse contatti ambigui con i servizi segreti americani. Viene quindi arrestato e successivamente liberato e, finita la guerra, finalmente l’azienda riparte.
Il sogno industriale di Olivetti
Un sogno industriale, di utopia e valori quello di Adriano Olivetti, che mira al successo ed al profitto, eppure allo stesso tempo un sogno che prevede anche contratti e condizioni di lavoro del tutto innovative: un nuovo rapporto non solo tra imprenditore e operaio, ma anche tra la fabbrica e la cittadina che la ospita e sicuramente anche una visione diversa della classe diligente. Egli è un ingegnere chimico, esperto di tecnologia, ma anche un uomo caratterizzato da una voracità culturale: si interessa di storia, letteratura, filosofia ed appassionato di avanguardie, in particolare nel campo dell’arte e dell’architettura. Animato da grandi ideali, è convinto che i profitti debbano essere reinvestiti per il bene della comunità, preoccupandosi quindi della vita dei lavoratori.
Innovazioni nel mondo del lavoro
L’ambiente di lavoro doveva essere sempre luminoso, ma non solo per motivi fisici, ma anche per una questione psicologica, sociologica e produttiva; lì si viveva insieme con gli altri, con la possibilità di vedersi, rivolgersi la parola e di far parte di un paesaggio, non di una prigione. L’intento di Olivetti è operare su due fronti: da una parte, curare l’immagine esterna dell’azienda, intrattenendo stretti rapporti con la stampa e sperimentando linguaggi pubblicitari innovativi; dall’altra, creare un clima di coesione all’interno tra il personale così che la vita di fabbrica non sia subordinata solo alla macchina. Per un mondo imprenditoriale che concepisce il luogo di lavoro solamente in funzione della produzione era impensabile l’idea di fabbrica come elemento di decoro per le città, e che fosse al tempo stesso elemento di bellezza; ma Adriano invece è certo che quest’ultima sia un mezzo per l’elevazione dell’uomo. Proprio per questo motivo chiama non solo i migliori architetti del paese in modo da rendere ogni suo complesso industriale una vera opera d’arte, ma anche psicologi che contribuissero a concepire con gli ingegneri in modo razionalmente umano l’organizzazione del lavoro. Pareti in vetro per far vedere agli operai il cammino del sole, biblioteche per far istruire i giovani sui valori della cultura e asili per i figli degli operai: questi sono solo alcuni degli elementi estremamente moderni da lui introdotti che contribuirono a cambiare per sempre l’idea di fabbrica e di operai.
Condizioni lavorative nel passato
Infatti, mentre Olivetti sosteneva che la chiave per un aumento di produttività fosse la motivazione personale, facendo partecipare prima di tutto le persone all’azienda ed al suo successo; in passato essa non era solamente una tortura fisica ma, come dice lo stesso Adriano, una tortura dello spirito. Per buona parte del ‘800 stare in una fabbrica significava lavorare anche 14 o 15 ore al giorno senza alcuna tutela in un ambiente malsano, buio e pericoloso, con ritmi disumani e sottoposti ad una disciplina spesso intollerabile; abitavano in quartieri cittadini sovraffollati e degradati, e questa “pena” non risparmiava neanche donne e bambini. Non esisteva nessuna forma di assicurazione sociale: malattia e infortunio erano sinonimo di fame e nessuno, portando la paga giornaliera a casa, era sicuro che la avrebbe ricevuta anche il giorno dopo.
Quasi un’altro mondo rispetto alle condizioni di lavoro durante i tempi di Olivetti che si preoccupava non solo della salute dei suoi lavoratori, ma anche del loro benessere e della loro istruzione, in modo che essi fossero coinvolti nel lavoro che svolgevano, non come quando lui era stato messo al loro posto a soli 13 anni.
Evoluzione del mercato del lavoro
Chiaramente oggi il ruolo dell’operaio e le dinamiche del lavoro sono cambiate moltissimo: le fabbriche sono ormai completamente automatizzate per una maggiore produttività, diminuendo così la manodopera. Al tempo di Olivetti infatti, quando le conoscenze tecnologiche e tecniche non erano abbastanza per essere sfruttate al meglio, era l’operaio responsabile della produttività dell’azienda e della qualità del prodotto e la sua era un’organizzazione del lavoro scientifica ma umana, la quale presupponeva la presenza di un personale con un'avanzata formazione professionale, oltre che partecipe nell'elaborare e applicare le indicazioni dei tecnici. La moderna organizzazione del lavoro, non potendo prescindere dallo sfruttamento degli enormi progressi tecnologici e scientifici intervenuti, ha determinato un sostanziale stravolgimento delle organizzazioni produttive.
Le produzioni ad alta intensità di manodopera sono state delocalizzate nelle zone del mondo con livelli di ricchezza e scolarizzazione più bassa mentre in occidente sono rimasti i centri di progettazione e gli impianti produttivi più automatizzati. Questo fenomeno di suddivisione delle diverse tipologie di produzione ha comportato una sempre crescente esigenza di mobilità delle persone e dei beni che, unitamente alla diffusione dei mezzi di comunicazione digitale, ha dato origine al fenomeno della Globalizzazione.
Ne è scaturita una profonda trasformazione del mercato del lavoro che ha portato ad una richiesta di figure professionali sempre più specializzate e tecnicamente preparate in grado di governare impianti produttivi spesso completamente automatizzati a scapito della semplice manodopera priva delle necessarie competenze e che non riesce più a trovare uno sbocco lavorativo.
La velocità di questa trasformazione, purtroppo, non è stata preparata da una adeguata modifica dei piani di formazione delle generazioni più giovani e questo ha portato ad un mercato del lavoro dove la richiesta e l’offerta non riescono più a trovare un punto di equilibrio.
Il modello di fabbrica sociale
In definitiva il modello di fabbrica sociale proposto da Olivetti può essere considerato l’ultimo tentativo di conciliare le esigenze della produzione di massa con le istanze etiche e sociali di una imprenditoria umanista ed illuminata.
Oggi tale modello, ancora applicato con successo in realtà artigianali di grande prestigio, non potrà più ispirare la realizzazione di grandi impianti industriali poiché la stessa produzione di beni richiederà sempre meno il coinvolgimento di operatori umani.
Ma questa profonda trasformazione, se ben governata, potrà essere una grande opportunità per la crescita ed il progresso dell’umanità alla quale non si chiederà più di dedicare la maggior parte del proprio tempo alla produzione di beni bensì al loro studio ed alla loro ideazione.
Questo favorirà una diffusione sempre maggiore della cultura ed il progresso di tutta l’umanità che era, in fondo, il sogno irrealizzato di Adriano Olivetti.
Domande da interrogazione
- Qual è stata l'influenza del padre di Adriano Olivetti sulla sua carriera?
- Quali erano le innovazioni proposte da Adriano Olivetti nel mondo del lavoro?
- Come si differenziavano le condizioni lavorative ai tempi di Olivetti rispetto al passato?
- Qual è stata l'evoluzione del mercato del lavoro dopo l'epoca di Olivetti?
- Qual è il significato del modello di fabbrica sociale proposto da Olivetti?
Camillo Olivetti, padre di Adriano, ha avuto un ruolo cruciale nella sua crescita, fondando la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere e mandando il figlio a lavorare in fabbrica a soli 13 anni, un'esperienza che ha segnato profondamente Adriano.
Adriano Olivetti ha introdotto un ambiente di lavoro luminoso e umano, promuovendo la coesione tra i lavoratori e l'azienda, e ha collaborato con architetti e psicologi per rendere le fabbriche opere d'arte e luoghi di benessere.
A differenza delle condizioni disumane del passato, dove i lavoratori affrontavano lunghe ore in ambienti malsani, Olivetti si preoccupava del benessere e dell'istruzione dei suoi operai, cercando di coinvolgerli attivamente nel lavoro.
Il mercato del lavoro ha subito una profonda trasformazione, con la delocalizzazione delle produzioni ad alta intensità di manodopera e una crescente richiesta di figure professionali specializzate, a scapito della manodopera non qualificata.
Il modello di fabbrica sociale di Olivetti rappresenta un tentativo di unire produzione di massa e valori etici, un approccio che, sebbene non applicabile ai grandi impianti industriali odierni, potrebbe favorire la crescita culturale e il progresso umano.