Concetti Chiave
- La vita nelle trincee è segnata da condizioni igieniche insopportabili, con fango, polvere e un'eterna presenza di topi e pulci, mentre i soldati sono costantemente esposti al fuoco nemico.
- I soldati, anche i più motivati, si disilludono rapidamente, rendendosi conto che la guerra è ben lontana dall'essere gloriosa e nobile, come testimoniato da esperienze dirette.
- La propaganda patriottica intensifica il suo messaggio per motivare i combattenti, presentando la guerra come una giusta crociata contro il militarismo, con toni sempre più esasperati.
- Nonostante le notizie tragiche dal fronte, il fervore patriottico porta oltre 2.500.000 uomini nel Regno Unito ad arruolarsi volontariamente tra il 1914 e il 1916, dimostrando l'appeal del nazionalismo bellicista.
- I soldati provano una profonda tristezza e paura nell'abbandonare la propria patria, consapevoli del rischio di non rivedere mai più i propri cari e di essere sepolti lontano da casa.
Qual è la vita nelle trincee?
Sicuramente lo stare protetti dentro le trincee è poco meno tremendo che stare esposti al fuoco nemico. Lì i soldati sprofondano nel fango e nella polvere, tra i topi e le pulci, in condizioni igieniche impossibili. Le granate piovono costantemente dalle linee nemiche. L'odore dei morti, specie di quelli che restano nella "terra di nessuno", tra una trincea e l'altra, e l'odore degli escrementi dei vivi, mescolati insieme, sono insopportabili.
La disillusione della guerra
I soldati anche quelli più motivati, quasi non riescono a reggere. Scrive nel 1915 un giovane ufficiale britannico, Roland Leighton (1895-1915), alla fidanzata Vera Brittain (1893-1970), scrittrice inglese dicendo "chi pensa che la guerra sia qualcosa di glorioso, di nobile, che si riempie la bocca di vibranti moniti, invocando l'onore e la gloria posi solo per un istante lo sguardo sul mucchietto di cenci fradici che coprono un mezzo cranio, una tibia, quelle che avrebbero potuto essere costole e che vede il numero dei caduti. Nessuno di quelli che hanno provato o visto la guerra può dire che la vittoria valga la morte anche di uno solo di essi.
La propaganda patriottica
Più appare chiaro che questa guerra è un carnaio bestiale è più la propaganda ufficiale esaspera i toni a cui fa ricorso per motivare i combattenti. Per rinfrancare i soldati al fronte, che vedono i loro compagni o amici massacrati nel modo più sconvolgente, c'è bisogno di argomentazioni particolarmente forti. L'editore inglese Horatio Bottomley (1860-1933) in un comizio patriottico tenuto nel 1915 dice "questa non è una guerra nel senso ordinario della parola, ma una santa crociata contro le diavolerie del militarismo che sono state per quaranta anni il cancro della Germania", gli fa eco il vescovo di Londra A.F. Winnington Ingram (1858-1946), che in un sermone del 1915 arriva a dire per salvare la libertà del mondo, l'onore delle donne, l'innocenza dei bambini, c'è bisogno di combattere.
Il patriottismo e l'arruolamento
È fondamentale osservare che l'appello di un simile patriottismo bellicista ha successo: nonostante le notizie che arrivano dal fronte nel Regno Unito, tra l'agosto del 1914 e il gennaio del 1916, data in cui viene introdotta la costrizione obbligatoria, sono in 2.500.000 ad arruolarsi volontari mentre quelli che rifiutano di arruolarsi dichiarandosi obiettori di coscienza erano solo 16.000.
Il sacrificio personale
La sproporzione tra i numeri è imponente ed è una prova molto netta di quanto sia forte l'attrazione degli imperativi nazional-patriottici. L'idea di combattere per la difesa della propria terra, delle proprie case, delle proprie donne e dei figli insieme con il disprezzo o con il timore verso gli altri, i nemici, si basa su una mentalità e su una cultura che decenni di nazional-patriottismo hanno radicato profondamente in ogni paese europeo. Il tenente, Teodoro Capocci, un militare italiano morto a 26 anni in terra straniera, scrive nel suo diario alla data del 28 ottobre 1915 che ha passato il confine cinque o sei giorni dalla partenza e ha provato un po' di tristezza, di dolore di lasciare l'Italia, la sua patria che potrebbe anche non rivedere più e prova grande sconforto e paura di fronte all'idea di essere seppellito in una terra redenta o straniera senza riabbracciare i suoi fratelli.
Domande da interrogazione
- Quali sono le condizioni di vita dei soldati nelle trincee?
- Come cambia la percezione della guerra tra i soldati?
- In che modo la propaganda patriottica influisce sui soldati?
- Qual è l'impatto del patriottismo sull'arruolamento?
- Qual è il significato del sacrificio personale per i soldati?
I soldati vivono in condizioni igieniche terribili, sprofondando nel fango e nella polvere, circondati da topi e pulci, mentre le granate cadono incessantemente. L'odore dei morti e degli escrementi rende la situazione insopportabile.
Anche i soldati più motivati si disilludono, rendendosi conto che la guerra non è gloriosa. Come scrive Roland Leighton, nessuno che ha vissuto la guerra può affermare che la vittoria valga la vita di un solo caduto.
La propaganda ufficiale intensifica i toni per motivare i soldati, presentando la guerra come una "santa crociata" contro il militarismo, come affermato da Horatio Bottomley e dal vescovo di Londra, per giustificare il sacrificio.
Nonostante le notizie drammatiche dal fronte, tra il 1914 e il 1916, 2.500.000 persone si arruolano volontariamente nel Regno Unito, dimostrando l'efficacia dell'appello patriottico, mentre solo 16.000 si dichiarano obiettori di coscienza.
Il sacrificio personale è visto come un dovere per difendere la patria e le famiglie, radicato in una cultura di nazional-patriottismo. Il tenente Teodoro Capocci esprime il suo dolore per lasciare l'Italia, evidenziando il profondo legame con la propria terra.