Paradossi logici
Ti esti para
Il termine paradosso deriva dal greco ed è composto da (contro) e doxa (opinione). Indica una proposizione formulata in evidente contraddizione con l'esperienza comune o con i principi elementari della logica; tuttavia, sottoposta a rigorosa critica, si dimostra valida. Più precisamente, in senso logico-linguistico, indica sia un ragionamento che appare invalido, ma che deve essere accettato, sia un ragionamento che appare corretto, ma che porta a una contraddizione. I paradossi sono smagliature di assurdità nel tessuto della conoscenza: prima ci fanno dubitare delle nostre credenze, poi ci spingono a ridefinire i nostri concetti.
Nel linguaggio comune, paradosso può significare tante, troppe cose: assurdità, contraddizione, enigma, mistero, ambiguità. Per poterne parlare in maniera non superficiale è dunque necessario restringerne l'accezione.
Un paradosso è logico o negativo se intende rifiutare le premesse su cui si basa, mediante una riduzione all'assurdo. L'attributo non è comunque da intendersi in senso denigratorio: mediante questi argomenti è infatti possibile accorgersi dell'inaccettabilità di assunzioni apparentemente innocue e spesso implicite.
Un paradosso è retorico o nullo se intende semplicemente esibire la sottigliezza del ragionamento o l'abilità di chi lo fa. Se usato didatticamente o letterariamente un tale artificio può anche essere efficace, ma quando viene inteso come metodo filosofico esso rischia di ridurre la cultura al sofismo, e per questo fu severamente criticato da Platone nel Gorgia.
Un paradosso è ontologico o positivo se intende rafforzare le conclusioni a cui arriva, mediante un ragionamento inusuale. A questo tipo si riferiva Schopenhauer, quando diceva che "la verità nasce come paradosso e muore come ovvietà".
Diabolè
Il primo apparire del paradosso nella storia è la nascita del diavolo: prima di esso era infatti unità, ed è nel momento in cui decide di guardare a se stesso che egli si sdoppia, diventando automaticamente osservatore ed osservato, e creando così una diabolè (cioè, letteralmente, una scissione).
Nella mitologia ebraica, il diavolo viene presentato sotto forma di serpente che tenta alla conoscenza del bene e del male (Genesi, III, 1-5), cioè della dicotomia vero/falso: egli è dunque lo spirito della logica.
Nella mitologia islamica è invece Dio stesso a porre Iblis (il diavolo) in un dilemma diabolico, ordinandogli di adorare Adamo: egli crea dunque un'alternativa da cui si può uscire soltanto disobbedendo o idolatrando, e dunque in ogni caso perdendo.
Kierkegaard e i paradossi teologici
Il percorso dei paradossi sul terreno della fede raggiunge il suo punto d'arrivo nel pensiero di Søren Kierkegaard (1813-1855), che ha scorto in essi l'essenza di ciò che Dio cerca di comunicare all'uomo, e che questi non può cogliere mediante la ragione. In questo senso, i paradossi teologici, primo fra tutti l'incarnazione, sono uno scandalo nel senso letterale, una trappola (skandalon) in cui la ragione cade andando alla ricerca del divino, e da cui si può uscire soltanto con un balzo, un salto di fede nell'ignoto.
Kierkegaard ha precisato che "segno della fede è precisamente la crocifissione della ragione": questa diviene dunque, come Cristo stesso, un agnello sacrificale destinato a patire una lunga via crucis di flagellazioni e sputi, per togliere i peccati dal mondo.
Sensi e ragione
Dati dei sensi ci sembrano fornire la conoscenza più sicura e indubitabile, tanto che spesso non crediamo a qualcosa se non la vediamo coi nostri occhi o non la tocchiamo con mano. Ma la ragione ci mostra a volte che i sensi ci ingannano in maniera inaspettata, e siamo in realtà vittime di vere e proprie percezioni paradossali. I paradossi percettivi sono momenti di difficoltà dei sensi, smascherati dalla ragione.
Ma anche la ragione incontra le sue simmetriche difficoltà nei paradossi logici, smascherati dall'evidenza sensoriale: si può anzi dire che molte delle idee astratte su cui si basa la nostra cultura finiscono per rivelarsi paradossali, ad un esame più ravvicinato.
I momenti in cui la ragione mostra in maniera più scoperta i suoi limiti sono però quelli in cui essa affronta le sue costruzioni più ardite (la verità e l'infinito), che hanno generato i rompicapi più famosi della storia (il mentitore e la tartaruga) e le teorie più sofisticate della matematica.
Il paradosso del mentitore
Si dice che Epimenide abbia affermato che "tutti i Cretesi sono mentitori". Dato che Epimenide era cretese, ha detto la verità?
Se assumiamo che l'affermazione sia vera, allora sarebbe vero che Epimenide, in quanto cretese, è un bugiardo. Ma allora la sua affermazione "i Cretesi sono sempre bugiardi" non sarebbe vera ed otterremmo una contraddizione. Se invece assumiamo che l'affermazione sia falsa, sarebbe vera la negazione "i Cretesi non sono sempre bugiardi", cioè sarebbe vero che alcuni cretesi dicono la verità.