Hoc bello cum Hirtius in acie, Pansa paulo post ex vulnere perissent, rumor increbruit ambos opera eius occisos, ut Antonio fugato, re publica consulibus orbata, solus victores exercitus occuparet. Pansae quidem adeo suspecta mors fuit, ut Glyco medicus custoditus sit, quasi venenum vulneri indidisset. Adicit his Aquilius Niger, alterum e consulibus Hirtium in pugnae tumultu ab ipso interemptum.
Durante questa guerra Irzio morì in battaglia e Pansa poco dopo, per i postumi di una ferita: corse voce allora che fosse stato lui a farli uccidere, in modo che, una volta messo in fuga Antonio e privato lo Stato dei suoi due consoli, restasse unico padrone degli eserciti vincitori. In ogni caso la morte di Pansa sembrò talmente sospetta che il suo medico Glicone fu messo in prigione con l'accusa di aver aggiunto alla ferita il veleno. Inoltre Aquilio Nigro sostiene che nella confusione della battaglia l'altro console Irzio fu ucciso dallo stesso Augusto.
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Quando però venne a sapere che Antonio, dopo la sua disfatta, era stato accolto da M. Lepido e che gli altri comandanti si stavano avvicinando al partito avverso con i loro eserciti, non ebbe esitazione ad abbandonare la causa degli ottimati. Addusse, come pretesto di questo mutamento, parole e atti che rimproverò ad alcuni di loro: lo avevano chiamato ragazzo e avevano detto che bisognava coprirlo di fiori ed esaltarlo, e tutto questo per non attribuire né a lui, né ai suoi veterani la riconoscenza che meritavano. E per fare ammenda di essersi imbarcato in precedenza con loro, inflisse una fortissima multa agli abitanti di Nursi solo perché avevano innalzato a spese pubbliche in onore dei cittadini caduti davanti a Modena una statua, con questa iscrizione: "Essi morirono per la libertà". Quando poi saltò fuori che non potevano pagarla, li cacciò dalla loro città.
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Stretta dunque un'alleanza con Antonio e con Lepido, concluse in due battaglie anche la guerra di Filippi, benché debole e ammalato. Nel primo scontro il suo campo venne preso dal nemico e a fatica riuscì a scappare rifugiandosi verso il lato dell'esercito comandato da Antonio. Si guardo bene tuttavia dall'essere moderato nella vittoria, ma inviò a Roma la testa di Bruto perché fosse gettata ai piedi della statua di Cesare e si accanì contro tutti i prigionieri più nobili, ricoprendoli di insulti; così, ad uno che supplicava di poter essere sepolto, pare abbia risposto che ciò sarebbe stato affare degli uccelli. Altri due prigionieri, padre e figlio, chiedevano di aver salva la vita; egli ordinò loro di tirare a sorte o giocare alla morra per sapere a quale dei due avrebbe dovuto concedere la grazia. Poi stette a guardarli mentre morivano, perché il padre, che si era offerto, fu sgozzato da lui stesso e il figlio, a sua volta, si diede la morte volontariamente. Per questo tutti gli altri prigionieri, tra i quali il celebre M. Favonio, l'emulo di Catone, quando furono condotti al supplizio, carichi di catene, salutarono rispettosamente Antonio con il titolo di generale, ma gratificarono Augusto dei più sanguinosi insulti. Suddivisi gli incarichi dopo la vittoria, Antonio ebbe il compito di mettere ordine negli affari di Oriente e Augusto la missione di ricondurre le legioni in Italia e di stabilire i soldati su terre municipali; ciò gli alienò la simpatia sia dei veterani, sia dei proprietari terrieri, perché gli uni si lamentavano di subire espropri, gli altri di non essere trattati secondo i meriti che speravano di aver acquisito.
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In quel periodo di tempo L. Antonio, valendosi della carica di console che esercitava, e della potenza di suo fratello, fomentò una rivoluzione, ma Augusto lo costrinse a rifugiarsi a Perugia dove lo prese per fame; questo però non senza aver corso gravi pericoli, sia prima, sia durante la guerra. Infatti, durante uno spettacolo di giochi, aveva fatto espellere da uno dei suoi servitori pubblici, un semplice soldato che si era seduto su uno dei quattordici gradini riservati ai cavalieri: i suoi denigratori avevano fatto spargere la voce che in seguito aveva torturato e fatto mettere a morte questo soldato. Accorse allora una folla di soldati, pieni di indignazione e poco mancò che morisse. Per sua fortuna tutto ad un tratto comparve colui che si credeva morto, ben vivo e senza segni di tortura. Un'altra volta, sotto le mura di Perugia, mentre stava facendo un sacrificio, per poco non fu ucciso da un gruppo di gladiatori che avevano fatto una sortita dalla città.
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Dopo la conquista di Perugia prese provvedimenti contro un gran numero di prigionieri e a coloro che chiedevano la grazia e cercavano di essere perdonati, diede una sola risposta: "Bisogna morire." Alcuni dicono che, fra coloro che si erano arresi, ne scelse trecento dei due ordini e li sacrificò come vittime per le Idi di marzo, davanti ad un altare innalzato in onore del divino Giulio. Alcuni dissero che egli aveva preso le armi d'accordo con Antonio, per smascherare sia gli avversari invisibili, sia coloro che erano trattenuti più dalla paura che dalla loro volontà, una volta che fosse loro offerta l'occasione di riunirsi al comandante L. Antonio. Dopo averli battuti, confiscando i loro beni, poteva mantenere le promesse di premi fatte ai veterani.
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La guerra di Sicilia fu una delle prime che ingaggiò, ma la trascinò in lungo, perché la interruppe più volte, sia per ricostituire le sue flotte, che in due riprese, erano state distrutte dalla tempesta, e ciò nel bel mezzo dell'estate, sia per fare la pace, su insistenza del popolo, perché erano interrotti i rifornimenti alimentari e la fame si andava aggravando; alla fine quando ebbe fatto costruire una nuova flotta liberò ventimila schiavi per trasformarli in rematori, inaugurò presso Baia il porto di Giulio, facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno. Qui per tutto l'inverno esercitò le sue truppe, poi sconfisse Pompeo tra Milazzo e Nauloco; verso l'ora del combattimento fu preso da un colpo di sonno così profondo che i suoi amici faticarono non poco a svegliarlo perché desse il segnale dell'attacco. Per questo, io penso, Antonio aveva tutte le ragioni di rimproverarlo dicendogli di non aver neanche avuto il coraggio di guardare in faccia una flotta schierata a battaglia, ma di essere rimasto, pieno di stupore, steso sul dorso, con gli occhi rivolti al cielo, e di non essersi alzato per presentarsi ai soldati se non quando M. Agrippa aveva già messo in fuga le navi dei nemici. Altri gli addebitano come criminose una sua esclamazione e un suo gesto: quando infatti perse le sue flotte nella tempesta avrebbe gridato che la vittoria non gli sarebbe sfuggita anche a dispetto di Nettuno e durante i giochi pubblici che seguirono avrebbe escluse dalla tradizionale processione le statue di quel dio. È certo che non vi furono altre guerre nelle quali corse pericoli più grandi. Dopo aver fatto passare in Sicilia un'armata, ritornò in Italia per riprendere il resto delle truppe, quando fu assalito all'improvviso da Democaro e Apollofane, luogotenenti di Pompeo, e fu un miracolo se riuscì a sfuggire con una sola imbarcazione. Un'altra volta, passando a piedi nei dintorni di Locri, diretto a Reggio, scorse di lontano le navi di Pompeo che andavano lungo la costa. Convinto che fossero le sue, scese alla spiaggia e poco mancò non venisse fatto prigioniero. Ma non basta: in questa stessa circostanza, mentre fuggiva attraverso sentieri impraticabili in compagnia di Paolo Emilio, uno schiavo di questi, portandogli rancore perché una volta aveva proscritto il padre del suo padrone, pensò che era giunta l'ora della vendetta e tentò di ucciderlo. Dopo la sconfitta di Pompeo il suo secondo collega M. Lepido, che aveva chiamato in aiuto dall'Africa, fiero di avere al suo seguito venti legioni rivendicò il ruolo principale, cercando di spaventarlo con le sue minacce; Augusto allora lo privò del suo esercito, poi, davanti alle sue suppliche, gli risparmiò la vita, ma lo esiliò per sempre a Circeo.
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La sua alleanza con M. Antonio fu sempre dubbia e incerta e le loro varie riconciliazioni non furono altro che instabili accomodamenti; alla fine la ruppe e per meglio dimostrare che Antonio era venuto meno alla sua dignità di cittadino, prese l'iniziativa di aprire e far leggere davanti all'assemblea il testamento, da lui lasciato a Roma, nel quale designava tra i suoi eredi anche i figli che aveva avuto da Cleopatra. Tuttavia, quando lo ebbe fatto dichiarare nemico pubblico, gli rimandò i suoi parenti e i suoi amici e tra gli altri C. Sosio e T. Domizio, che in quel momento erano ancora consoli. Nello stesso tempo dispensò ufficialmente gli abitanti di Bologna, che da secoli erano clienti degli Antonii, dal riunirsi sotto le sue personali insegne, come tutto il resto d'Italia. Non molto dopo sconfisse Antonio sul mare, presso Azio, e la battaglia si protrasse così a lungo che, dopo la vittoria, passò la notte sulla nave. Da Azio passò a Samo per prendere possesso degli acquartieramenti invernali, ma, preoccupato dalla notizia che le truppe di ogni provenienza, mandate avanti a Brindisi, dopo la vittoria si sollevavano reclamando il congedo e le ricompense, ritornò in Italia; durante la traversata si trovò in mezzo a due tempeste, una tra il promontorio del Peloponneso e dell'Etolia, l'altra nei pressi dei monti Cerauni. Ciascuna di queste tempeste fece affondare una parte delle sue navi leggere, mentre quella sulla quale si trovava riportò avarie di vario genere e la rottura del timone. A Brindisi rimase solo venti giorni, il tempo necessario per sistemare tutto secondo le richieste dei soldati, poi, seguendo la costa dell'Asia e della Siria, puntò sull'Egitto, assediò Alessandria, dove Antonio si era rifugiato con Cleopatra, e in breve se ne impossessò. Antonio fece un ultimo tentativo di pace, ma Augusto lo costrinse ad uccidersi e ne vide poi il cadavere. Desiderava così vivamente riservare Cleopatra al suo trionfo, che fece venire gli psilli a succhiare il veleno dalle sue vene, perché si credeva che fosse morta per il morso di un aspide. A tutti e due concesse l'onore di una sepoltura comune e diede ordine di portare a termine il sepolcro che essi stessi avevano cominciato a costruire. Il giovane Antonio, il maggiore dei due figli di Fulvia, si era rifugiato presso la statua del divino Giulio, a lungo supplicando invano: Augusto lo fece strappare di lì e mettere a morte. Allo stesso modo, mandò al supplizio Cesarione, che Cleopatra diceva di aver avuto da Cesare, dopo averlo fatto arrestare mentre fuggiva. Quanto ai figli che Antonio aveva avuto dalla regina, li trattò come se fossero suoi parenti: risparmiò loro la vita e in seguito, ciascuno secondo la sua condizione, li sostenne e li aiutò.
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Nello stesso tempo si fece mostrare il sarcofago e il corpo di Alessandro Magno, tolto dalla sua tomba: gli rese omaggio ponendogli sul capo una corona d'oro intrecciata di fiori. Quando gli chiesero se voleva visitare anche la tomba di Tolomeo, rispose di aver voluto vedere un re, non dei morti. Ridotto l'Egitto al rango di provincia, poi, allo scopo di renderlo più fertile e più idoneo agli approvvigionamenti di Roma fece pulire, impiegando i soldati per questo lavoro, tutti i canali, attraverso i quali il Nilo straripava, che nel corso dei secoli si erano riempiti di limo. Per meglio perpetuare il ricordo della vittoria di Azio, fondò nelle sue vicinanze la città di Nicopoli, dove furono istituiti dei giochi quinquennali, fece ingrandire l'antico tempio di Apollo e consacrò a Nettuno e a Marte il luogo dove aveva posto gli accampamenti, dopo averlo adornato delle spoglie navali.
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In seguito e in epoche diverse, soffocò numerosissime sollevazioni, vari tentativi rivoluzionari e parecchie congiure, scoperte dalla sua polizia prima che assumessero importanza. Prima il complotto del giovane Lepido, poi quelli di Varrone Murena e di Fannio Cepione, più tardi quello di M. Egnazio, di Plauzio Rufo e di Lucio Paolo; il marito di sua nipote, poi ancora quello di L. Audasio, un falsario già vecchio e malato, quello di Asinio Epicado, un uomo di razza mista nelle cui vene scorreva sangue parteno, infine quello di Telefo, schiavo nomenclatore di una donna. D'altra parte non fu mai al sicuro dalle cospirazioni e dagli attacchi di uomini, anche della peggior specie. Audasio e Epicado avevano deciso di far evadere sua figlia Giulia e suo nipote Agrippa dalle isole, dove erano relegati e di condurli presso gli eserciti, Telefo, convinto che il fato gli avesse destinato la sovranità, aveva progettato di aggredire sia lui, sia il Senato. Ma non finisce qui: una volta un vivandiere dell'armata illirica, che aveva eluso la sorveglianza dei portieri, fu sorpreso di notte presso la sua camera da letto, con un pugnale da caccia alla cintura: non si sa bene se fosse pazzo o se fingesse di esserlo, perché non se ne cavò nulla neanche con la tortura.
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In fatto di guerre esterne, personalmente non ne condusse che due: quella in Dalmazia, quando era ancora adolescente, e quella Cantabrica, dopo la disfatta di Antonio. Durante la guerra in Dalmazia fu anche ferito: in un combattimento fu colpito da una pietra al ginocchio destro, in un altro riportò ferite ad una gamba e alle braccia per il crollo di un ponte. Tutte le altre guerre le diresse per mezzo di luogotenenti, tuttavia, in occasione di certe campagne in Pannonia e in Gerrmania, o interveniva di persona e si teneva a poca distanza, allontanandosi da Roma per spingersi fino a Ravenna, a Milano o ad Aquileia.