Svetonio - De Vita Caesarum

Liber II - Divus Augustus

XI

Hoc bello cum Hirtius in acie, Pansa paulo post ex vulnere perissent, rumor increbruit ambos opera eius occisos, ut Antonio fugato, re publica consulibus orbata, solus victores exercitus occuparet. Pansae quidem adeo suspecta mors fuit, ut Glyco medicus custoditus sit, quasi venenum vulneri indidisset. Adicit his Aquilius Niger, alterum e consulibus Hirtium in pugnae tumultu ab ipso interemptum.

Durante questa guerra Irzio morì in battaglia e Pansa poco dopo, per i postumi di una ferita: corse voce allora che fosse stato lui a farli uccidere, in modo che, una volta messo in fuga Antonio e privato lo Stato dei suoi due consoli, restasse unico padrone degli eserciti vincitori. In ogni caso la morte di Pansa sembrò talmente sospetta che il suo medico Glicone fu messo in prigione con l'accusa di aver aggiunto alla ferita il veleno. Inoltre Aquilio Nigro sostiene che nella confusione della battaglia l'altro console Irzio fu ucciso dallo stesso Augusto.
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XII
Sed ut cognovit Antonium post fugam a M. Lepido receptum ceterosque duces et exercitus consentire pro patribus, causam optimatium sine cunctatione deseruit, ad praetextum mutatae voluntatis dicta factaque quorundam calumniatus, quasi alii se puerum, alii ornandum tolendumque iactassent, ne aut sibi aut veteranis par gratia referretur. Et quo magis paenitentiam prioris sectae approbaret, Nursinos grandi pecunia et quam pendere nequirent multatos extorres oppido egit, quod Mutinensi acie interemptorum civium tumulo publice extructo ascripserant, pro libertate eos occubuisse.

Quando però venne a sapere che Antonio, dopo la sua disfatta, era stato accolto da M. Lepido e che gli altri comandanti si stavano avvicinando al partito avverso con i loro eserciti, non ebbe esitazione ad abbandonare la causa degli ottimati. Addusse, come pretesto di questo mutamento, parole e atti che rimproverò ad alcuni di loro: lo avevano chiamato ragazzo e avevano detto che bisognava coprirlo di fiori ed esaltarlo, e tutto questo per non attribuire né a lui, né ai suoi veterani la riconoscenza che meritavano. E per fare ammenda di essersi imbarcato in precedenza con loro, inflisse una fortissima multa agli abitanti di Nursi solo perché avevano innalzato a spese pubbliche in onore dei cittadini caduti davanti a Modena una statua, con questa iscrizione: "Essi morirono per la libertà". Quando poi saltò fuori che non potevano pagarla, li cacciò dalla loro città.
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XIII
Inita cum Antonio et Lepido societate, Philippense quoque bellum, quamquam invalidus atque aeger, duplici proelio transegit, quorum priore castris exutus vix ad Antoni cornu fuga evaserat. Nec successum victoriae moderatus est, sed capite Bruti Romam misso, ut statuae Caesaris subiceretur, in splendidissimum quemque captivum non sine verborum contumelia saeviit; ut quidem uni suppliciter sepulturam precanti respondisse dicatur, iam istam volucrum fore potestatem; alios, patrem et filium, pro vita rogantis sortiri vel micare iussisse, ut alterutri concederetur, ac spectasse utrumque morientem, cum patre, quia se optulerat, occiso filius quoque voluntariam occubuisset necem. Quare ceteri, in his M. Favionius ille Catonis aemulus, cum catenati producerentur, imperatore Antonio honorifice salutato, hunc foedissimo convitio coram prosciderunt. Partitis post victoriam officiis, cum Antonius Orientem ordinandum, ipse veteranos in Italiam reducendos et municipalibus agris conlocandos recepisset, neque veteranorum neque possessorum gratiam tenuit, alteris pelli se, alteris non pro spe meritorum tractari querentibus.

Stretta dunque un'alleanza con Antonio e con Lepido, concluse in due battaglie anche la guerra di Filippi, benché debole e ammalato. Nel primo scontro il suo campo venne preso dal nemico e a fatica riuscì a scappare rifugiandosi verso il lato dell'esercito comandato da Antonio. Si guardo bene tuttavia dall'essere moderato nella vittoria, ma inviò a Roma la testa di Bruto perché fosse gettata ai piedi della statua di Cesare e si accanì contro tutti i prigionieri più nobili, ricoprendoli di insulti; così, ad uno che supplicava di poter essere sepolto, pare abbia risposto che ciò sarebbe stato affare degli uccelli. Altri due prigionieri, padre e figlio, chiedevano di aver salva la vita; egli ordinò loro di tirare a sorte o giocare alla morra per sapere a quale dei due avrebbe dovuto concedere la grazia. Poi stette a guardarli mentre morivano, perché il padre, che si era offerto, fu sgozzato da lui stesso e il figlio, a sua volta, si diede la morte volontariamente. Per questo tutti gli altri prigionieri, tra i quali il celebre M. Favonio, l'emulo di Catone, quando furono condotti al supplizio, carichi di catene, salutarono rispettosamente Antonio con il titolo di generale, ma gratificarono Augusto dei più sanguinosi insulti. Suddivisi gli incarichi dopo la vittoria, Antonio ebbe il compito di mettere ordine negli affari di Oriente e Augusto la missione di ricondurre le legioni in Italia e di stabilire i soldati su terre municipali; ciò gli alienò la simpatia sia dei veterani, sia dei proprietari terrieri, perché gli uni si lamentavano di subire espropri, gli altri di non essere trattati secondo i meriti che speravano di aver acquisito.
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XIV
Quo tempore L. Antonium fiducia consulatus, quem gerebat, ac fraternae potentiae res novas molientem confugere Perusiam coegit et ad deditionem fame compulit, non tamen sine magnis suis et ante bellum et in bello discriminibus. Nam cum spectaculo ludorum gregarium militem in quattuordecim ordinibus sedentem excitari per apparitorem iussisset, rumore ab obtrectatoribus dilato quasi eundem mox et discruciatum necasset, minimum afuit, quin periret concursu et indignatione turbae militaris. Saluti fuit, quod qui desiderabatur repente comparuit incolumnis ac sine iniuria. Circa Perusinum autem murum sacrificans paene interceptus est a manu gladiatorum, quae oppido eruperat.

In quel periodo di tempo L. Antonio, valendosi della carica di console che esercitava, e della potenza di suo fratello, fomentò una rivoluzione, ma Augusto lo costrinse a rifugiarsi a Perugia dove lo prese per fame; questo però non senza aver corso gravi pericoli, sia prima, sia durante la guerra. Infatti, durante uno spettacolo di giochi, aveva fatto espellere da uno dei suoi servitori pubblici, un semplice soldato che si era seduto su uno dei quattordici gradini riservati ai cavalieri: i suoi denigratori avevano fatto spargere la voce che in seguito aveva torturato e fatto mettere a morte questo soldato. Accorse allora una folla di soldati, pieni di indignazione e poco mancò che morisse. Per sua fortuna tutto ad un tratto comparve colui che si credeva morto, ben vivo e senza segni di tortura. Un'altra volta, sotto le mura di Perugia, mentre stava facendo un sacrificio, per poco non fu ucciso da un gruppo di gladiatori che avevano fatto una sortita dalla città.
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XV
Perusia capta in plurimos animadvertit, orare veniam vel excusare se conantibus una voce occurrens, moriendum esse. Scribunt quidam, trecentos ex dediticiis electos, utriusque ordinis ad aram Divo Iulio extructam Idibus Martiis hostiarum more mactatos. Extiterunt qui traderent, conpecto eum ad arma isse, ut occulti adversarii et quos metus magis quam voluntas contineret, facultate L. Antoni ducis praebita, detegerentur divictisque is et confiscatis, promissa veteranis praemia perolverentur.

Dopo la conquista di Perugia prese provvedimenti contro un gran numero di prigionieri e a coloro che chiedevano la grazia e cercavano di essere perdonati, diede una sola risposta: "Bisogna morire." Alcuni dicono che, fra coloro che si erano arresi, ne scelse trecento dei due ordini e li sacrificò come vittime per le Idi di marzo, davanti ad un altare innalzato in onore del divino Giulio. Alcuni dissero che egli aveva preso le armi d'accordo con Antonio, per smascherare sia gli avversari invisibili, sia coloro che erano trattenuti più dalla paura che dalla loro volontà, una volta che fosse loro offerta l'occasione di riunirsi al comandante L. Antonio. Dopo averli battuti, confiscando i loro beni, poteva mantenere le promesse di premi fatte ai veterani.
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XVI
Siculum bellum incohavit in primis, sed diu traxit intermissum saepius, modo reparandarum classium causa, quas tempestatibus duplici naufragio et quidem per aestatem amiserat, modo pace facta, flagitante populo ob interclusos commeatus famemque ingravescentem; donec navibus ex integro fabricatis ac viginti servorum milibus manumissis et ad remum datis, portum Iulium apud Baias, inmisso in Lucrinum et Avernum lacum mari, effecit. In quo cum hieme tota copias exercuisset, Pompeium inter Mylas et Naulochum superavit sub horam pugnae tam arto repente somno divinctus, ut ad dandum signum ab amicis excitaretur. Unde praebitam Antonio materiam putem exprobrandi, ne rectis quidem oculis eum aspicere potuisse instructam aciem, verum supinum, caelum intuentem, stupidum cubuisse, nec prius surrexisse ac militibus in conspectum venisse quam a M. Agrippa fugatae sint hostium naves. Alii dictum factumque eius criminantur, quasi classibus tempestate perditis exclamaverit, etiam invito Neptuno victoriam se adepturum, ac die circensium proximo sollemni pompae simulacrum dei detraxerit. Nec temere plura ac maiora pericula ullo alio bello adiit. Traiecto in Siciliam exercitus, cum partem reliquam copiarum continenti repeteret, oppressus ex improviso a Demochare et Appollophane praefectis Pompei, uno demum navigio aegerrime effugit. Iterum cum praeter Locros Regium pedibus iret et prospectis biremibus Pompeianis terram legentibus, suas ratus, descendisset ad litus, paene exceptus est. Tunc etiam per devios tramites refugientem servus Aemili Pauli comitis eius, dolens proscriptum olim ab eo patrem Paulum et quasi occasione ultionis oblata, interficere conatus est. Post Pompei fugam collegarum alterum M. Lepidum, quem ex Africa in auxilium evocarat, superbientem viginti legionum fiducia summasque sibi partes terrore et minis vindicantem spoliavit exercitu supplicemque concessa vita Circeios in perpetuum relegavit.

La guerra di Sicilia fu una delle prime che ingaggiò, ma la trascinò in lungo, perché la interruppe più volte, sia per ricostituire le sue flotte, che in due riprese, erano state distrutte dalla tempesta, e ciò nel bel mezzo dell'estate, sia per fare la pace, su insistenza del popolo, perché erano interrotti i rifornimenti alimentari e la fame si andava aggravando; alla fine quando ebbe fatto costruire una nuova flotta liberò ventimila schiavi per trasformarli in rematori, inaugurò presso Baia il porto di Giulio, facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno. Qui per tutto l'inverno esercitò le sue truppe, poi sconfisse Pompeo tra Milazzo e Nauloco; verso l'ora del combattimento fu preso da un colpo di sonno così profondo che i suoi amici faticarono non poco a svegliarlo perché desse il segnale dell'attacco. Per questo, io penso, Antonio aveva tutte le ragioni di rimproverarlo dicendogli di non aver neanche avuto il coraggio di guardare in faccia una flotta schierata a battaglia, ma di essere rimasto, pieno di stupore, steso sul dorso, con gli occhi rivolti al cielo, e di non essersi alzato per presentarsi ai soldati se non quando M. Agrippa aveva già messo in fuga le navi dei nemici. Altri gli addebitano come criminose una sua esclamazione e un suo gesto: quando infatti perse le sue flotte nella tempesta avrebbe gridato che la vittoria non gli sarebbe sfuggita anche a dispetto di Nettuno e durante i giochi pubblici che seguirono avrebbe escluse dalla tradizionale processione le statue di quel dio. È certo che non vi furono altre guerre nelle quali corse pericoli più grandi. Dopo aver fatto passare in Sicilia un'armata, ritornò in Italia per riprendere il resto delle truppe, quando fu assalito all'improvviso da Democaro e Apollofane, luogotenenti di Pompeo, e fu un miracolo se riuscì a sfuggire con una sola imbarcazione. Un'altra volta, passando a piedi nei dintorni di Locri, diretto a Reggio, scorse di lontano le navi di Pompeo che andavano lungo la costa. Convinto che fossero le sue, scese alla spiaggia e poco mancò non venisse fatto prigioniero. Ma non basta: in questa stessa circostanza, mentre fuggiva attraverso sentieri impraticabili in compagnia di Paolo Emilio, uno schiavo di questi, portandogli rancore perché una volta aveva proscritto il padre del suo padrone, pensò che era giunta l'ora della vendetta e tentò di ucciderlo. Dopo la sconfitta di Pompeo il suo secondo collega M. Lepido, che aveva chiamato in aiuto dall'Africa, fiero di avere al suo seguito venti legioni rivendicò il ruolo principale, cercando di spaventarlo con le sue minacce; Augusto allora lo privò del suo esercito, poi, davanti alle sue suppliche, gli risparmiò la vita, ma lo esiliò per sempre a Circeo.
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XVII
M. Antonii societatem semper dubiam et incertam reconciliationibusque variis male focilatam abrupit tandem, et quo magis degenerasse eum a civili more approbaret, testamentum, quod is Romae, etiam de Cleopatra liberis inter heredes nuncupatis, reliquerat, aperiundum recitandumque pro contione curavit. Remisit tamen hosti iudicato necessitudines amicosque omnes, atque inter alios C. Sosium et Cn. Domitium tunc adhuc consules. Bononiensibus quoque publice, quod in Antoniorum clientela antiquitus erant, gratiam fect coniurandi cum tota Italia pro partibus suis. Nec multo post navali proelio apud Actium vicit, in serum dimicatione protacta, ut in nave victor pernoctaverit. Ab Actio cum Samum in hiberna se recepisset, turbatus nuntiis de seditione praemia et missionem poscentium, quos ex omni numero confecta victoria Brundisium praemiserat, repetita Italia, tempestate in traiectu bis conflictatus (primo inter promuntoria Peloponnesi atque Aetoliae, rursus circa montes Ceraunios, utrubique parte liburnicarum demersa, simul eius, in qua vehebatur, fusis armamentis et gubernaculo diffracto) nec amplius quam septem et viginti dies, donec desideria militum ordinarentur, Brundisii commoratus, Asiae Syriaeque circuitu Aegyptum petit obsessaque Alexandrea, quo Antonius cum Cleopatra confugerat, brevi potitus est. Et Antonium quidem, seras conditiones pacis temptantem, ad mortem adegit viditque mortuum. Cleopatrae, quam servatam triumpho magnopere cupiebat, etiam psyllos admovit, qui venenum ac virus exugerent, quod perisse morsu aspidis putabatur. Ambobus communem sepulturae honorem tribuit ac tumulum ab ipsis incohatum perfici iussit. Antonium iuvenem, maiorem de duobus Fulvia genitis, simulacro Divi Iuli, ad quod post multas et irritas preces confugerat, abreptum interemit. Item Caesarionem, quem ex Caesare Cleopatra concepisse praedicabat, retractum e fuga supplicio adfecit. Reliquos Antonii reginaeque commmunes liberos non secus ac necessitudine iunctos sibi et conservavit et mox pro conditione cuiusque sustinuit ac fovit.

La sua alleanza con M. Antonio fu sempre dubbia e incerta e le loro varie riconciliazioni non furono altro che instabili accomodamenti; alla fine la ruppe e per meglio dimostrare che Antonio era venuto meno alla sua dignità di cittadino, prese l'iniziativa di aprire e far leggere davanti all'assemblea il testamento, da lui lasciato a Roma, nel quale designava tra i suoi eredi anche i figli che aveva avuto da Cleopatra. Tuttavia, quando lo ebbe fatto dichiarare nemico pubblico, gli rimandò i suoi parenti e i suoi amici e tra gli altri C. Sosio e T. Domizio, che in quel momento erano ancora consoli. Nello stesso tempo dispensò ufficialmente gli abitanti di Bologna, che da secoli erano clienti degli Antonii, dal riunirsi sotto le sue personali insegne, come tutto il resto d'Italia. Non molto dopo sconfisse Antonio sul mare, presso Azio, e la battaglia si protrasse così a lungo che, dopo la vittoria, passò la notte sulla nave. Da Azio passò a Samo per prendere possesso degli acquartieramenti invernali, ma, preoccupato dalla notizia che le truppe di ogni provenienza, mandate avanti a Brindisi, dopo la vittoria si sollevavano reclamando il congedo e le ricompense, ritornò in Italia; durante la traversata si trovò in mezzo a due tempeste, una tra il promontorio del Peloponneso e dell'Etolia, l'altra nei pressi dei monti Cerauni. Ciascuna di queste tempeste fece affondare una parte delle sue navi leggere, mentre quella sulla quale si trovava riportò avarie di vario genere e la rottura del timone. A Brindisi rimase solo venti giorni, il tempo necessario per sistemare tutto secondo le richieste dei soldati, poi, seguendo la costa dell'Asia e della Siria, puntò sull'Egitto, assediò Alessandria, dove Antonio si era rifugiato con Cleopatra, e in breve se ne impossessò. Antonio fece un ultimo tentativo di pace, ma Augusto lo costrinse ad uccidersi e ne vide poi il cadavere. Desiderava così vivamente riservare Cleopatra al suo trionfo, che fece venire gli psilli a succhiare il veleno dalle sue vene, perché si credeva che fosse morta per il morso di un aspide. A tutti e due concesse l'onore di una sepoltura comune e diede ordine di portare a termine il sepolcro che essi stessi avevano cominciato a costruire. Il giovane Antonio, il maggiore dei due figli di Fulvia, si era rifugiato presso la statua del divino Giulio, a lungo supplicando invano: Augusto lo fece strappare di lì e mettere a morte. Allo stesso modo, mandò al supplizio Cesarione, che Cleopatra diceva di aver avuto da Cesare, dopo averlo fatto arrestare mentre fuggiva. Quanto ai figli che Antonio aveva avuto dalla regina, li trattò come se fossero suoi parenti: risparmiò loro la vita e in seguito, ciascuno secondo la sua condizione, li sostenne e li aiutò.
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XVIII
Per idem tempus conditorium et corpus Magni Alexandria, cum prolatum et penetrali subiecisset oculis, corona aurea imposita ac floribus aspersis veneratus est, consultusque, num et Ptolemaeum inspicere vellet, regem se voluisse ait videre, non mortuos. Aegyptum in provinciae formam redactam ut feraciorem habilioremque annonae urbicae redderet, fossas omnis, in quas Nilus exaestuat, oblimatas longa vetustate militari opere detersit. Quoque Actiacae victoria memoria celebratior et in posterum esset, urbem Nicopolim apud Actium condidit ludosque illic quinquennales constituit et ampliato vetere Apollinis templo locum castrorum, quibus fuerat usus, exornatum navalibus spoliis Neptuno ac Marti consecravit.

Nello stesso tempo si fece mostrare il sarcofago e il corpo di Alessandro Magno, tolto dalla sua tomba: gli rese omaggio ponendogli sul capo una corona d'oro intrecciata di fiori. Quando gli chiesero se voleva visitare anche la tomba di Tolomeo, rispose di aver voluto vedere un re, non dei morti. Ridotto l'Egitto al rango di provincia, poi, allo scopo di renderlo più fertile e più idoneo agli approvvigionamenti di Roma fece pulire, impiegando i soldati per questo lavoro, tutti i canali, attraverso i quali il Nilo straripava, che nel corso dei secoli si erano riempiti di limo. Per meglio perpetuare il ricordo della vittoria di Azio, fondò nelle sue vicinanze la città di Nicopoli, dove furono istituiti dei giochi quinquennali, fece ingrandire l'antico tempio di Apollo e consacrò a Nettuno e a Marte il luogo dove aveva posto gli accampamenti, dopo averlo adornato delle spoglie navali.
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XIX
Tumultus posthac et rerum novarum initia coniurationesque complures, prius quam invalescerent indicio detectas, compressit alias alio tempore: Lepidi iuvenis, deinde Varronis Murenae et Fanni Caepionis, mox M. Egnati, exin Plauti Rufi Lucique Pauli progeneri sui, ac praeter has L. Audasi, falsarum tabularum rei ac neque aetate neque corpore integri, item Asini Epicadi ex gente Parthian ibridae, ad extremum Telephi, mulieris servi nomenculatoris. Nam ne ultimae quidem sortis hominum conspiratione et periculo caruit. Audasius atque Epicadus Iuliam filiam et Agrippam nepotem ex insulis, quibus continebantur, rapere ad exercitus, Telephus quasi debita sibi fato dominatione et ipsum et senatum adgredi destinarant. Quin etiam quandam iuxta cubiculum eius lixa quidam ex Illyrico exercitu, ianitoribus deceptis, noctu deprehensus est cultro venatorio cinctus, imposne mentis an simulata dementia, incertum; nihil enim exprimi quaestione potuit.

In seguito e in epoche diverse, soffocò numerosissime sollevazioni, vari tentativi rivoluzionari e parecchie congiure, scoperte dalla sua polizia prima che assumessero importanza. Prima il complotto del giovane Lepido, poi quelli di Varrone Murena e di Fannio Cepione, più tardi quello di M. Egnazio, di Plauzio Rufo e di Lucio Paolo; il marito di sua nipote, poi ancora quello di L. Audasio, un falsario già vecchio e malato, quello di Asinio Epicado, un uomo di razza mista nelle cui vene scorreva sangue parteno, infine quello di Telefo, schiavo nomenclatore di una donna. D'altra parte non fu mai al sicuro dalle cospirazioni e dagli attacchi di uomini, anche della peggior specie. Audasio e Epicado avevano deciso di far evadere sua figlia Giulia e suo nipote Agrippa dalle isole, dove erano relegati e di condurli presso gli eserciti, Telefo, convinto che il fato gli avesse destinato la sovranità, aveva progettato di aggredire sia lui, sia il Senato. Ma non finisce qui: una volta un vivandiere dell'armata illirica, che aveva eluso la sorveglianza dei portieri, fu sorpreso di notte presso la sua camera da letto, con un pugnale da caccia alla cintura: non si sa bene se fosse pazzo o se fingesse di esserlo, perché non se ne cavò nulla neanche con la tortura.
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XX
Externa bella duo omnino per se gessit, Delmaticum adulescens adhuc, et Antonio devicto Cantabricum. Delmatico etiam vulnera excepit, una acie dextrum genu lapide ictus, altera et crus et utrumque brachium ruina pontis consauciatus. Reliqua per legatos administravit, ut tamen quibusdam Pannonicis atque Germanicis aut interveniret aut non longe abesset, Ravennam vel Mediolanium vel Aquileiam usque ab urbe progrediens.

In fatto di guerre esterne, personalmente non ne condusse che due: quella in Dalmazia, quando era ancora adolescente, e quella Cantabrica, dopo la disfatta di Antonio. Durante la guerra in Dalmazia fu anche ferito: in un combattimento fu colpito da una pietra al ginocchio destro, in un altro riportò ferite ad una gamba e alle braccia per il crollo di un ponte. Tutte le altre guerre le diresse per mezzo di luogotenenti, tuttavia, in occasione di certe campagne in Pannonia e in Gerrmania, o interveniva di persona e si teneva a poca distanza, allontanandosi da Roma per spingersi fino a Ravenna, a Milano o ad Aquileia.

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