Sunto fondamenti della consulenza pedagogica
Prof. Rezzara, di una parte del libro “La consulenza clinica a scuola” di Anna Rezzara e Luciano Cerioli (capitoli 5 e 6 - da pag. 103 a pag. 223).
Lo scopo del libro è quello di definire ruolo e significato della consulenza in ambito scolastico.
Capitolo 5 - Consulenza come formazione
Di Anna Rezzara.
Consulenza: le parole per dirla
Per delineare il significato della parola “consulenza” e individuarne i tratti principali, è interessante partire dagli elementi più ricorrenti nelle immagini associate a questo termine.
A questo scopo l’autrice Anna Rezzara, considerando la sua esperienza di formatrice dei professionisti dell’educazione, riporta alcune delle parole-chiave e delle immagini più ricorrenti:
- Parola-chiave: relazionalità - La consulenza evoca l’immagine della relazione tra chi chiede consulenza e chi la fornisce.
Questa immagine evidenzia al centro della consulenza la coppia e non il gruppo che nella pratica rappresenta l’ambito tipico della consulenza.
L’immagine richiama un cammino fatto insieme, un processo di conoscenza, un’occasione di confronto e di apertura di nuovi orizzonti.
La consulenza come relazione è quindi destinata a dilatarsi nel tempo.
- Parola-chiave: asimmetria (o sapere-potere) - È un carattere che rimanda al fatto che il consulente è colui che sa di più, che è esperto.
Questo maggior sapere gli conferisce anche un maggior potere. Si tratta di una caratteristica riconosciuta come indispensabile nella consulenza. Infatti il motivo che giustifica la consulenza stessa è un bisogno da parte del soggetto che richiede un sapere adeguato dalla controparte che offre consulenza e tale sapere attribuisce un maggior potere al consulente.
- Parola-chiave: bisogno - La consulenza trae origine dal bisogno del soggetto, dal suo stato di mancanza, di disagio, di problematicità.
- Parola-chiave: aiuto - Il bisogno fa sorgere una domanda di aiuto, di sostegno, di accompagnamento.
Il consulente deve aiutare a comprendere, accettare, interpretare, scegliere, aver fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.
- Parola-chiave: competenza - L’attenzione è posta sulla natura della risposta fornita dal consulente: deve essere una risposta competente, fornita da colui che sa e può darla.
- Parola-chiave: cambiamento (o capacità di produrre effetti) - Si evidenzia la consulenza come promotrice di “nuovi scenari”, di una “nuova consapevolezza di sé e della situazione”.
Si tratta degli obiettivi che la consulenza stessa dovrebbe raggiungere.
Dalle diverse immagini emerge quella della consulenza come supervisione, come “occhio esterno” che produce uno sguardo esperto che aiuta a vedere meglio e a comprendere.
L’evoluzione dei modelli
È possibile delineare le caratteristiche di diversi modelli di consulenza.
1) Modello tecnocratico della consulenza, tipicamente adottato nella consulenza medica, psicologica e aziendale. Le principali caratteristiche sono:
- È basato su un sapere “forte”, riferito a un oggetto specifico e ben definito, che ha elaborato tecniche, strumenti e procedure proprie;
- Istituisce setting d’azione i cui elementi derivano da teorie scientifiche, correnti di pensiero e tradizioni culturali. In questi contesti si definiscono in modo chiaro gli obiettivi della consulenza;
- La relazione consulente/consultante è fortemente asimmetrica, si pensi alla consulenza chiesta dal malato al medico;
- Dinamica esplicita di bisogno - richiesta - risposta competente;
- Presenza di un modello codificato di azione: diagnosi - prognosi - terapia.
Il modello tecnocratico è applicabile, oltre che in ambito medico, in psicoterapia e in organizzazioni di vario tipo, quindi riguarda ambiti tra loro molto diversi.
Nel tempo si è verificata un’evoluzione che ha trasformato il modello tecnocratico di consulenza in modello di consulenza come processo relazionale con conseguenti rilevanti cambiamenti che hanno riguardato:
- Il senso della consulenza che è divenuto quello di essere sostegno e accompagnamento nell’affrontare le difficoltà;
- Il fine della consulenza che è diventato quello di favorire l’emergere delle risorse di elaborazione e gestione del problema da parte dei soggetti che richiedono la consulenza stessa;
- Il ruolo del consulente che passa da quello di esclusivo detentore del sapere necessario ad affrontare la situazione problematica a quello di facilitatore, promotore e supervisore di competenze e risorse;
- La posizione del cliente della consulenza passa da quella passiva e di delega al consulente tipica del modello classico a quella di soggetto attivo, impegnato in prima persona nel processo di comprensione e definizione del problema.
Gli elementi che hanno favorito il superamento del modello tecnocratico sono soprattutto gli studi e le ricerche effettuate in campo psicologico, psicoanalitico e medico, ricordiamo, ad esempio, la psicoanalisi relazionale, la psicologia clinica e quella sociale.
Effetto rilevante del nuovo modello sembra essere il superamento della consulenza come “informazione” e “insegnamento” a favore di una consulenza intesa come “formazione” e “apprendimento”.
La consulenza pedagogica
La consulenza pedagogica si occupa di ciò che riguarda l’esperienza educativa e formativa e si fonda sul sapere, sui modelli di relazione e comunicazione e usa gli strumenti tipici della pedagogia.
La consulenza pedagogica è una formazione di secondo livello, perché è diretta a formatori ed educatori, si tratta di un processo che forma sulla formazione.
Avendo per oggetto i processi educativi, essa deve mettere al centro la soggettività e l’irripetibilità di ciascuna persona. Questa osservazione rende evidente come la consulenza pedagogica non possa “insegnare” saperi forti e universali.
Esaminando le immagini e le rappresentazioni relative alla consulenza pedagogica, emerse durante i percorsi di formazione, possiamo individuare due distinti nuclei di significato:
- La consulenza pedagogica è definibile come “viaggio”, “cammino condiviso”.
I suoi scopi sono la comprensione, la consapevolezza e la capacità di leggere e interpretare le esperienze educative.
Gli oggetti della consulenza pedagogica sono la crescita, lo sviluppo, le relazioni educative.
Gli strumenti sono l’ascolto, la riflessione, l’interpretazione e il rispecchiamento.
- La consulenza pedagogica è un “sostegno al progetto”, promozione di possibilità, apprestamento delle condizioni che producono formazione.
I fini sono la promozione di competenze, sostegno nei processi formativi, coordinamento delle équipe educative.
I luoghi della consulenza sono quelli tipici in cui avvengono l’educazione e la formazione, cioè la scuola, la famiglia, i servizi.
Qualsiasi sia il nucleo di significato di consulenza pedagogica a cui ci si riferisce, due sono gli elementi comunque presenti:
- La dimensione personale ed esistenziale;
- La complessità del fenomeno educativo.
Queste due caratteristiche evidenziano il rischio di concentrare la consulenza solo su alcuni dei molteplici aspetti della situazione educativa, compiendo di fatto una riduzione del problema per risolvere il quale la consulenza è stata chiesta.
Considerando, ad esempio, la richiesta di consulenza formulata dalla scuola, in questo caso si rischia di focalizzare l’attenzione su una sola dimensione, ad esempio, quella psicologica, medica, sociale, didattica, della situazione complessa che si ha davanti e che si vuole affrontare.
Ciascun punto di vista particolare che contribuisce a migliorare la conoscenza della situazione, deve essere inquadrato in una visione unitaria attraverso la visione pedagogica.
La consulenza pedagogica ha il compito di ricomporre in un insieme coerente le diverse dimensioni della situazione esaminata.
È però indispensabile evitare di considerare il sapere pedagogico come somma di saperi attinenti le discipline che rientrano nelle scienze della formazione, perché esso ha una propria specificità e adotta una prospettiva privilegiata per inquadrare l’esperienza educativa in tutta la sua interezza e complessità.
La consulenza pedagogica consiste nello studio, attraverso i saperi propri della pedagogia, e nella comprensione di situazioni relative ai processi educativi.
Le competenze necessarie per svolgere la consulenza pedagogica sono:
- La riflessività;
- L’interrogazione critica delle situazioni;
- La costruzione di un sapere condiviso.
Il dispositivo consulenziale
La consulenza pedagogica può essere intesa come dispositivo complesso le cui dimensioni e componenti che definiscono i tratti costitutivi del setting e dell’azione consulenziale sono:
Scopi e funzioni
Gli scopi principali consistono nella promozione delle capacità individuali di leggere e comprendere la situazione, in modo da poter agire in modo finalistico per produrre consapevolmente i cambiamenti necessari.
Il fine è quello di sostenere le persone nella gestione dei problemi e di valorizzare e rafforzare le risorse in loro possesso per produrre i cambiamenti.
Natura del processo
Nel processo di consulenza pedagogica riscontriamo:
- Azione di affiancamento, che riguarda l’aiuto dell’esperto al soggetto destinatario della consulenza affinché egli si faccia carico del problema e lo gestisca autonomamente, nonché il sostegno alla fatica del cambiamento;
- Azione di ricerca, che si realizza nella individuazione di un oggetto di studio, nello svolgimento di pratiche di conoscenza e nella produzione di nuove conoscenze sull’oggetto della consulenza;
- Azione di chiarimento, elaborazione e trasformazione delle rappresentazioni e dei vissuti dei protagonisti della situazione oggetto di consulenza.
Setting
Istituire il setting della consulenza significa creare e mantenere uno spazio e un tempo che favoriscano il processo di consulenza.
Esso deve garantire la necessaria distanza dai processi educativi e formativi rispetto ai quali la consulenza viene richiesta.
Occorre infatti uno spazio e un tempo in cui questi processi possano essere pensati, rielaborati mentalmente, ridefiniti, ma non possano essere agiti o svolti concretamente.
L’istituzione del setting è fondamentale per creare le premesse all’instaurarsi di una relazione consulenziale che favorisca un lavoro di ricerca e un corretto rapporto conoscenza/azione.
Oggetto e soggetti
Oggetto della consulenza pedagogica è l’esperienza educativa considerata come insieme di azioni educative concrete. Nell’ambito della consulenza pedagogica si cerca di cogliere quali siano i principi che ispirano tali azioni, quali siano i modelli di riferimento, le emozioni che emergono, le dinamiche che si presentano nei rapporti, ecc.
La consulenza pedagogica non deve però limitarsi a spiegare in modo lineare le azioni educative, considerandole come esito di un rapporto univoco tra causa ed effetto. Occorre osservare gli oggetti della consulenza con uno sguardo doppio, capace di cogliere sia l’evidenza e fattualità delle azioni educative, sia ciò che si può intuire stia al loro interno.
Occorre uno sguardo che consenta una comprensione modificatrice, capace cioè di far sorgere nuove domande, ipotesi e scelte.
I soggetti della consulenza pedagogica sono tutti i protagonisti che animano i diversi scenari educativi: la famiglia, la scuola, i luoghi di formazione extrascolastica, i servizi socioeducativi e, in generale, tutti coloro che riconoscono nel loro lavoro una componente rientrante nel complesso fenomeno educativo.
Gli autori del saggio, Rezzara e Cerioli, ritengono necessario distinguere tra:
- Consulenza pedagogica rivolta ai professionisti dell’educazione, che deve avere come scopo quello di sviluppare in questi soggetti una consapevolezza critica di ciò che succede nell’effettivo svolgersi dei processi educativi affinché essi migliorino la capacità di gestire intenzionalmente tutte le dimensioni di tali processi.
- Consulenza pedagogica rivolta ai genitori e agli “educatori naturali”, soggetti che non sono professionisti dell’educazione, che deve consentire a questi soggetti di ripensare e condividere la propria esperienza, per poter ottenere sostegno e comprensione nel proprio agire. Si tratta di offrire loro una significativa occasione di confronto e ripensamento sui modi di essere educatore.
I saperi e le tecniche
La consulenza pedagogica si propone di sostenere gli individui nel riconoscimento critico di sé.
Il consulente deve possedere una gamma di competenze, rientranti nel sapere pedagogico, che possono essere raggruppate in due nuclei:
- Competenze tecniche;
- Competenze relazionali e comunicative.
1) Il sapere tecnico riguarda la conoscenza approfondita, sia teorica che fondata sull’esperienza personale, della formazione, cioè dei tratti caratteristici, dei processi, dei modelli, delle relazioni e dei dispositivi dell’educazione.
Il consulente dovrà anche possedere dei saperi in ambito psicologico, antropologico, organizzativo, sociologico, ecc.
La consulenza richiede quindi una competenza transdisciplinare.
2) Le competenze relazionali e comunicative si specificano in competenze di ascolto, di attenzione, di comunicazione non direttiva, di rispecchiamento, di assunzione di una posizione di accettazione e comprensione dell’altro.
Sono competenze che permettono al consulente di promuovere l’espressione libera e autentica del richiedente la consulenza stessa.
Il modello di riferimento rispetto a queste competenze è quello delineato da Karl Rogers, psicologo statunitense 1902 - 1987.
Sinteticamente, l’approccio rogersiano alla comunicazione considera un consulente che:
- Costruisce una relazione empatica;
- Realizza un colloquio non direttivo;
- Facilita l’espressione;
- Cura lo svolgersi di processi di interpretazione dell’esperienza;
- Sollecita l’apprendimento;
- Favorisce il delinearsi di nuove prospettive e visioni.
L’apprendimento nella consulenza
L’evoluzione nelle ricerche ha evidenziato che i processi di apprendimento si caratterizzano per:
- Carattere costruttivo e non solo trasmissivo;
- Una relazione con i significati e non si esauriscono nell’acquisizione di nozioni;
- Dinamiche di natura cognitivo-affettiva;
- Una collocazione all’interno della relazione;
- Il fine orientato all’azione;
- Il carattere metacognitivo come indicatore di un apprendimento autentico.
L’apprendimento riguarda la consulenza pedagogica perché essa si concretizza in interventi che promuovono processi di costruzione attiva di conoscenze.
Chi richiede consulenza è portatore di una particolare esperienza che deve essere raccontata, interpretata, elaborata criticamente e che genera percorsi di apprendimento.
Nella consulenza le principali tappe dell’apprendimento sono:
- L’autoconsapevolezza critica indispensabile per cambiare;
- Lo sguardo “altro” verso l’esperienza propria, che consente di individuare percorsi alternativi ed altri significati possibili;
- Una funzione metacognitiva legata al fatto che il percorso di consulenza può contribuire ad accrescere la capacità di autoformazione promuovendo la riflessione critica sulla propria esperienza.
Il ruolo del consulente
Per delineare il ruolo del consulente è interessante partire dalla focalizzazione di ciò che il consulente non deve fare:
- Risolvere direttamente, quindi dall’esterno, i problemi di colui che chiede la consulenza;
- Fornire risposte dirette alle domande che emergono;
- Dare certezze.
Il consulente deve:
- Proporre al richiedente un percorso condiviso di ricerca e acquisizione di nuove consapevolezze;
- Aiutare il soggetto ad esplicitare ciò che è implicito;
- Essere disponibile a mettere in gioco la propria esperienza affinché possa diventare oggetto di discorso e di pensiero.
Nello svolgimento della sua attività il consulente corre i seguenti rischi:
- Di deludere le attese di chi si aspetta da lui “ricette” per risolvere i propri problemi;
- Di deludere le aspettative di chi vorrebbe delegare a lui, almeno parzialmente, i propri problemi.
Questi rischi possono rendere il lavoro di consulenza particolarmente pesante, perché non è facile disattendere le attese ed evitare di assumere il ruolo di colui che eroga un sapere sicuro su una certa situazione.
Il ruolo del consulente è quindi espressione di un sapere “debole”, relativo, aperto che si contrappone a modelli fondati sulla produttività, sull’efficienza, sulla direttività e sulla “diagnosi-terapia”.
L’approccio clinico alla consulenza
Lo svolgimento concreto della consulenza pedagogica prevede l’applicazione del modello clinico in campo formativo.
L’aggettivo “clinico” etimologicamente deriva dal greco e riguarda l’immagine del medico che si china sul letto del malato per intessere con lui una relazione personale e intima.
Il metodo clinico nasce in campo medico e le sue caratteristiche sono:
- Centralità della relazione interpersonale;
- Coinvolgimento attivo di entrambe le parti della relazione;
- Lavoro centrato sul caso individuale e concreto;
- Sospensione temporanea dell’azione per dare spazio alla “lettura” della situazione;
- Attenzione al contesto: la situazione reale viene osservata e collocata in un processo e nella cornice della storia del soggetto.
Lo sguardo clinico è attento a ciascun individuo e a ciascun evento che vengono esplorati in profondità. È uno sguardo che non rid
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