Sunto didattica e pedagogia dell’inclusione, prof.ssa Cristina Palmieri, “Pratiche educative per l’inclusione sociale” a cura di Maura Striano
Introduzione. L’inclusione sociale come problema pedagogico e come emergenza educativa
(di Maura Striano)
La questione dell’inclusione sociale è interessante dal punto di vista pedagogico perché:
- Per poter promuovere una società inclusiva è necessario migliorare i livelli di apprendimento e di istruzione per favorire il raggiungimento di un buon livello di consapevolezza sociale, pensiero critico e riflessivo.
La strategia promossa dalla Commissione europea di Lisbona e illustrata nel “Memorandum sull’istruzione e formazione permanente” del 2000, è quella dell’apprendimento permanente (lifelong learning) che dovrebbe permettere una distribuzione delle risorse culturali allargata, condizione indispensabile per realizzare un’ampia inclusione sociale.
- Per promuovere l’inclusione è necessario intervenire sui contesti, con uno sguardo critico sulle credenze, i pregiudizi e gli stereotipi. Per questo sono necessarie azioni educative, individuali e collettive.
Le due precedenti considerazioni evidenziano come mai il tema dell’inclusione coinvolga la pedagogia e l’educazione.
1. L’inclusione come progetto di sviluppo sociale nello scenario europeo
(di Maura Striano)
L’inclusione come emergenza e come obiettivo di sviluppo sociale
Per raggiungere gli obiettivi indicati nel Memorandum di Lisbona occorre lavorare per costruire un’Unione Europea più inclusiva.
La metodologia individuata a livello europeo è quella dell’Open Method of Coordination (OMC) che si fonda su interventi coordinati volti a:
- Limitare la povertà e l’esclusione sociale;
- Garantire un sistema pensionistico adeguato;
- Fornire servizi educativi e formativi a lungo termine, accessibili e di buona qualità.
Nel 2006 erano circa il 16% i cittadini europei che viveva sotto la soglia minima di povertà (definita nella misura del 60% del guadagno medio di ogni Paese).
Tra i principali fattori che determinano la condizione di povertà, ricordiamo:
- Le condizioni lavorative, specialmente le tipologie di impiego e i livelli salariali (in alcuni Paesi dell’Est europeo il salario medio è inferiore a 200 € al mese);
- L’inadeguatezza di servizi a sostegno della persona;
- La marcata variabilità nel potere d’acquisto della moneta nei diversi Paesi.
D’altra parte, le misure volte a fronteggiare la povertà non sono ugualmente efficaci nei diversi Paesi europei (la media della riduzione della povertà è circa il 38%, ma tale percentuale è maggiore in Paesi come la Germania, l’Olanda e i Paesi del Nord, mentre è sensibilmente più bassa, ad esempio, in Italia, Spagna, Grecia).
Fattore da rimarcare è l’aumento della quota di lavoratori anziani, che favorisce la disoccupazione giovanile e limita il turn over generazionale.
I sistemi pensionistici dei vari Paesi europei sono stati riformati e ciò ha comportato anche un aumento della spesa sanitaria.
I dati sulla povertà relativi al biennio 2008 - 2009 definiscono uno scenario variegato.
Le categorie soggette al maggiore rischio di povertà legata al reddito sono le donne, i giovani e i bambini.
Per fronteggiare la situazione sono stati individuati alcuni obiettivi strategici:
- Sradicare la povertà delle fasce giovani della popolazione rompendo il circolo dell’eredità intergenerazionale;
- Aumentare l’inclusività del mercato del lavoro;
- Assicurare condizioni di vita accettabili per tutti;
- Aumentare l’integrazione di persone con disabilità, emarginati, ex detenuti, immigrati;
- Garantire adeguata assistenza sociale e sanitaria.
Il raggiungimento dei precedenti obiettivi è favorito anche dallo stanziamento di una quota di circa il 12% del Fondo Sociale Europeo (FSE) [strumento finanziario usato dall’Unione europea per sostenere l’occupazione negli Stati membri e per promuovere coesione sociale].
Ricordiamo che le categorie particolarmente esposte al rischio di esclusione sociale sono:
- Coloro che si collocano al di sotto della soglia minima di povertà;
- Le persone con bassi livelli di scolarizzazione, abilità e competenze;
- Gli immigrati;
- Le madri single;
- Gli anziani;
- I disabili;
- I detenuti e gli ex detenuti.
Attualmente l’inclusione è un’emergenza sociale avvertita anche a livello internazionale. Le strategie per fronteggiarla devono essere variegate e coordinate. Tra esse ricordiamo:
- Favorire la partecipazione dell’intera società nella lotta alla povertà e alla esclusione sociale;
- Dare maggiore visibilità ai problemi delle persone che vivono in particolari situazioni;
- Smantellare i luoghi comuni, le rappresentazioni e gli stereotipi riguardanti la povertà e l’esclusione;
- Sostenere la solidarietà tra generazioni.
L’Unione europea ha proclamato il 2010 come “Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale” e i governi dei singoli Paesi sono stati invitati a realizzare interventi specifici per raggiungere gli obiettivi desiderati.
Le strategie ritenute valide sono state:
- Azioni concrete per eliminare povertà ed esclusione sociale;
- Garanzia di accessibilità delle iniziative, specialmente di quelle culturali e ricreative, concretamente realizzate da parte di tutti i soggetti.
Inclusione sociale e pari opportunità
L’Unione Europea ha dichiarato il 2007 “Anno Europeo delle pari opportunità per tutti”, stabilendo come obiettivi:
- L’aumento della consapevolezza da parte di tutti i cittadini europei del diritto a un trattamento egualitario e privo di discriminazioni;
- Il valore riconosciuto alla diversità.
Si è voluto evidenziare l’importanza della lotta alle diverse forme di discriminazione e, contemporaneamente, valorizzare l’importanza delle diversità per l’arricchimento dell’intera società.
Considerando in maniera specifica il tema della disabilità, l’Unione Europea, tenendo conto delle regole standard stabilite dalle Nazioni Unite, ha elaborato una serie di documenti che permettono di delineare una Strategia per la Disabilità centrata su tre punti:
- Cooperazione tra Commissione europea e Stati membri;
- Partecipazione sempre più ampia per le persone con disabilità;
- Integrazione della disabilità nei progetti politici.
La strategia sopra citata si è articolata in più azioni:
- Istituzione della Giornata Europea delle persone disabili;
- Costituzione dell’High Level Group on Disability, formato da rappresentanti dei Paesi membri, impegnato a svolgere azioni di monitoraggio circa il livello di tutela delle persone disabili in tutta l’Unione e a promuovere la diffusione di una cultura della disabilità e delle pari opportunità;
- Attivazione dell’European Disability Forum (organizzazione europea indipendente e non-governativa) volta a rappresentare i 65 milioni di disabili presenti nell’Unione europea. Obiettivo primario è far sì che le decisioni che riguardano le persone disabili siano prese con il loro diretto coinvolgimento.
Aspetto da monitorare con particolare cura è l’inclusione delle persone disabili nei contesti educativi e formativi.
Per raggiungere questo obiettivo sono quattro le azioni che sono state suggerite:
- Predisporre servizi dedicati;
- Sensibilizzare l’intera popolazione sul tema attraverso i media;
- Promuovere iniziative comunitarie;
- Realizzare riforme legislative per legittimare alcune forme di partecipazione alla vita pubblica alle persone disabili (si pensi, ad esempio, alla possibilità di votare usando dispositivi elettronici).
Inclusione sociale e diritto di cittadinanza
Per “cittadinanza attiva” si intende la partecipazione alla vita civile, politica e comunitaria di tutti gli individui, in una situazione che garantisca la non violenza, il rispetto reciproco e l’eliminazione di discriminazioni e ostacoli (fisici, culturali, sociali, ecc.) nel pieno rispetto dei diritti umani.
Attualmente la cittadinanza attiva è pensata a livello globale, cioè come possibilità di una partecipazione attiva ed efficace a livello mondiale. Essa è resa possibile anche grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT).
La promozione della cittadinanza attiva richiede l’investimento di risorse nel campo dell’istruzione e della formazione permanente per poter garantire l’accesso a strumenti culturali ed operativi alla più ampia fetta possibile della popolazione.
La cittadinanza attiva comporta sia diritti, sanciti da apposite norme, che responsabilità, più difficilmente codificabili.
Per valutare il livello di realizzazione della cittadinanza attiva all’interno di un Paese occorre considerare l’intreccio di quattro dimensioni:
- Protesta e cambiamento sociale;
- Vita comunitaria;
- Democrazia rappresentativa;
- Valori democratici.
In Europa, gli Stati nei quali il livello di cittadinanza attiva è più alto sono quelli nordici, in particolare la Svezia, seguiti dai Paesi dell’Europa centrale e da quelli anglosassoni.
In coda alla classifica troviamo, nell’ordine, i Paesi mediterranei e, all’ultimo posto, i Paesi dell’Est.
Inclusione, formazione, educazione e nuove tecnologie
L’Unione europea considera indicativo della realizzazione di condizioni di formazione permanente, il miglioramento delle condizioni di equità nei contesti educativi e formativi.
Un criterio significativo per valutare la qualità dei sistemi educativi e formativi consiste nel considerare in quale misura le persone possono trarre vantaggio dall’educazione e dalla formazione in termini di opportunità, accesso, trattamento e risultati.
Investire sulla formazione per migliorare l’inclusione sociale significa:
- Accompagnare i soggetti nel riconoscimento dei propri bisogni formativi e di apprendimento;
- Aumentare e diversificare l’offerta di opportunità e risorse formative a livello dei vari territori, tenendo conto delle caratteristiche di tutti i potenziali utenti (livello di istruzione, età, condizioni socio-economiche, ecc.);
- Costruire e alimentare collegamenti tra formazione e lavoro, attraverso corsi di apprendistato, stage e formazione-lavoro.
Lavorare sui contesti della formazione implica inevitabilmente lavorare per la riduzione del digital divide (divario digitale = divario tra chi ha effettivo accesso alle tecnologie dell’informazione - in particolare, personal computer e internet - e chi ne è escluso parzialmente o totalmente).
Lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione comportano due effetti opposti:
- Da un lato offrono soluzioni nuove a problemi ritenuti insuperabili;
- Dall’altro generano nuovi e seri problemi ai soggetti più fragili, in particolare agli anziani e ai disabili.
L’Unione europea, consapevole di questi due aspetti, ha delineato come obiettivo quello di rendere accessibili a tutti le tecnologie dell’informazione.
Cronologicamente ricordiamo la Carta di Riga approvata nel 2006 e riguardante la promozione dell’accesso universale alle ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione).
Essa fissava obiettivi ambiziosi, tra cui il dimezzamento dei divari nell’uso di Internet e l’accessibilità ai siti pubblici al 100% entro il 2010.
Considerando che nel 2008 l’accessibilità dei siti pubblici era del 5% e che la media europea degli utilizzatori di Internet era del 47%, ci si rese conto che gli obiettivi di Riga non sarebbero potuti essere raggiunti nei tempi indicati.
Le condizioni del contesto hanno evidenziato la necessità di intensificare gli sforzi per realizzare, a livello europeo, iniziative volte a consentire a tutti di accedere alla società dell’informazione, ma le recenti indagini svolte per la Commissione europea evidenziano che l’accessibilità dei siti web e delle altre ICT rimane bassa soprattutto per le persone anziane, quelle economicamente inattive e quelle che hanno un basso grado di istruzione.
Lifelong learning e inclusione sociale: prospettive e sviluppi
Il bisogno di inclusione è un vero e proprio bisogno sociale.
Di contro, il rischio di esclusione è legato alla mancanza di risorse e strumenti che si possono acquisire attraverso adeguati percorsi formativi (formali, non formali e informali) inquadrabili nella strategia dell’apprendimento permanente.
Si evidenzia quindi la necessità di coordinare le strategie dell’apprendimento permanente (lifelong-lifewide learning) con quelle della protezione e inclusione sociale (social protection-social inclusion).
Infatti se aumenta il numero di persone che restano (o rientrano) nei percorsi di formazione, si verifica anche un aumento delle conoscenze e competenze trasversali immesse nei circuiti professionali e sociali. Ciò, a sua volta, produce l’aumento della consapevolezza e del grado di partecipazione alla vita civile e politica, anche nell’ambito delle categorie a maggiore rischio di esclusione.
È però necessario che siano garantite a tutti le opportunità di identificarsi come soggetti in formazione, anche attraverso azioni di facilitazione e sostegno.
Le strategie non devono essere esclusivamente quelle indirizzate a specifiche categorie professionali o sociali, ma occorre che esse siano calibrate sui bisogni reali che emergono in particolari contesti sociali e territoriali.
Risulta quindi evidente che favorire la formazione permanente significa promuovere l’inclusione sociale e viceversa. Infatti si potranno contemporaneamente raggiungere diversi obiettivi:
- Aumentare i livelli di abilità e competenze. Conseguenza: miglioramento delle condizioni lavorative;
- Aumentare i livelli di partecipazione alla vita politica e sociale. Conseguenza: partecipazione attiva e propositiva alle scelte politiche;
- Aumentare i livelli di integrazione e inclusione delle categorie a più alto rischio di esclusione sociale.
È infine importante notare che la riduzione del learning divide è sicuramente accompagnata dalla riduzione del digital divide.
2. Integrazione e inclusione sociale: modelli a confronto
(di Stefania Fiorentino)
Definire la disabilità oltre l’handicap
Nelle scienze umane e sociali, l’utilizzo di un termine riguardante una persona non deve servire per attaccare su di essa un’etichetta immodificabile e definitiva, ma piuttosto dovrebbe configurarsi come strumento di approccio e comprensione.
Riflettere sui termini non è una questione formale, ma è fondamentale per comprendere quale sguardo viene diretto verso la persona.
Nella pedagogia speciale, i termini “handicap” e “disabilità” sono ancor oggi oggetto di dibattito e confronto tra gli studiosi.
Etimologicamente la parola “handicap” deriva dall’espressione “hand in cap” (“(mettere) la mano nel cappello”) per estrarre delle monete, che in origine indicava un gioco d’azzardo. In seguito il termine entrò nel linguaggio ippico per indicare il fardello sopportato alla partenza dai fantini più valenti per rendere la gara più bilanciata.
Successivamente il termine handicap comparve in alcuni testi inglesi per indicare la malattia che diminuisce le capacità relazionali.
Nel 1985 viene usata per la prima volta l’espressione “handicapped children” all’interno di un filone di ricerche in cui l’handicap è legato alle persone con una menomazione.
Il significato originario del termine handicap ci permette di osservare che l’espressione “portatore di handicap” è profondamente sbagliata e, almeno negli ambiti educativi, andrebbe evitata.
Essa infatti significherebbe che l’individuo è portatore di uno svantaggio. Non è così: la persona è portatrice di alcuni limiti, che purtroppo non possono essere rimossi, ma gli handicap, cioè gli svantaggi, non è il singolo che li porta, ma piuttosto egli li incontra, perché si trovano nell’ambiente che lo circondano.
Sarebbe quindi più corretto parlare di fattori “handicappanti”, indicando così le barriere architettoniche e le stigmatizzazioni sociali e culturali che incidono sulla formazione del soggetto determinandone la condizione di disabilità.
Arriviamo quindi a riflettere sul termine “disabilità”. Etimologicamente, esso deriva dalla parola “abilità” associata al prefisso privativo “dis”, quindi “disabilità” = “mancanza di abilità”.
Nel 1980 l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la disabilità come qualsiasi restrizione, prodotta da una menomazione, della capacità di svolgere un’attività nei modi ritenuti normali per un essere umano.
La disabilità, quindi, esprime gli scostamenti, per eccesso o per difetto, nella realizzazione di compiti e comportamenti rispetto a ciò che normalmente ci si attende.
Ma quali sono i comportamenti “normali”? Potremmo definirli come quelli che, nel contesto sociale e culturale di riferimento, sono considerati comuni e ordinari e che riguardano capacità come vedere, sentire, camminare e parlare.
Si tratta di un approccio derivante dal modello medico-organicista che considera la salute come una condizione in cui il corpo umano mantiene uno stato di corretto funzionamento degli organi e delle funzioni correlate, mentre la disabilità uno stato di rott
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