L'origine del melodramma
Non sappiamo con precisione quando nascano la danza e la musica strumentale, ma sappiamo in maniera molto precisa quando nasce il melodramma. Nasce in ambito fiorentino nel 1600 con l'opera "Euridice" di Peri, compositore, e Rinuccini, librettista.
Questa è la data convenzionale, anche se con la camerata dei Bardi l'idea era già stata studiata in precedenza. Le caratteristiche di questa forma, chiamata anche teatro musicale, sono molto evidenti: un evento colto che nasce in ambito aristocratico, che deve essere abbinato a un evento straordinario ed importante per quella determinata famiglia, matrimonio, e deve rimanere nella memoria.
Per lasciare memoria si fa stampare il libretto dello spettacolo, una stampa molto ricca, perché deve dare l'idea dell'importanza dell'evento.
Il melodramma a Venezia
Nel 1637 a Venezia si ha un'altra possibile data del melodramma quando nasce la forma di teatro d'impresa che è quello che poi prende piede fra il Seicento e il Settecento. Si passa da un'opera legata a un evento di famiglia a un discorso commerciale, dove c'è un impresario che prima pagava la corte e che si accolla tutti i rischi finanziari, paga il teatro, il cast, il librettista e il compositore. Questi costi devono essere bilanciati dalle entrate, vendita di biglietti, affitto dei palchi. Le attese e i giudizi del pubblico in questo caso incidono sulla scelta: se uno spettacolo non funziona viene sostituito subito, archiviato e sostituito con qualcosa di più funzionale.
L'evento diventa ripetibile, si serializza e si ripete finché c'è pubblico. L'evento è effimero, non interessa di lasciare una memoria, ma solo di ottenere il massimo possibile da quell'opera nel più breve lasso di tempo, dopodiché essa può anche finire nel dimenticatoio. In questo caso non è necessario fare delle stampe preziose dell'opera e proprio per questo diventa difficile lavorare filologicamente su questo repertorio, visto che non era molto diffuso dal punto di vista editoriale.
Le prime rappresentazioni
Esiste anche una terza categoria di spettacoli legata alla prima, ovvero rappresentazioni fatte da intellettuali che fanno ricerche e studi in un determinato ambito e che presentano fra di loro questo genere nuovo, come l'esempio dell'opera di Monteverdi. Questi studi si legano all'ideale della purezza assoluta del teatro. Definiscono ciò che succede a Venezia come mercenaria, una sorta di prostituzione del genere dove c'è una coesistenza di stili diversi rappresentativa del cattivo gusto barocco.
Il primo genere, quello fatto per i signori e per particolari eventi, ha delle fonti ben precise rispetto alle rappresentazioni del veneziano. In questo periodo la rappresentazione del melodramma viene fatta in luoghi che vengono adattati, non esistono ancora i teatri come li conosciamo adesso.
Se si prende ad esempio il teatro Farnese di Parma, ha una pianta a U, una sorta di semi anfiteatro dove lo spettatore è portato a guardare verso il centro della sala e non verso il palco. Inoltre, l'orchestra si troverà sul palco per cui la musica non si sentirà bene, ci saranno problemi acustici. Ciò porterà gli stessi librettisti a fare delle scelte per adattarsi.
L'organico è sempre molto piccolo, domina il basso continuo, ovvero quella forma di accompagnamento non scritto che si aggiunge tramite un codice e che fa da sostegno al canto, la melodia principale che in questo caso viene realizzata da strumenti antiquati e segnati del basso e del contrabbasso.
I soggetti sono mitologici e la ragione è quella di giustificare proprio questo genere che può apparire strano. Orfeo è un mito che ottiene l'autorizzazione di ritornare nel mondo dei vivi attraverso il canto, andando a giustificare appunto la canzone nell'opera.
Conclusioni sulla nascita del melodramma
Occorre anche che il finale sia lieto, visto e considerato soprattutto che queste rappresentazioni erano d'accompagnamento a delle feste. Nell'opera questo aspetto non è rigoroso e può succedere che il rigoroso protagonista possa finire sia bene che male. L'"Orfeo" di Monteverdi ha due versioni: una con un finale positivo e l'altra con un finale tragico. Nell'opera questa ambivalenza sarà frequente, presente anche in Rossini.
Il suo "Otello" presenta due versioni: una che termina come l'opera di Shakespeare e l'altra con un finale non tragico.
Altro aspetto importante è la verosimiglianza, un genere non simile alla realtà. Recitare cantando deve inevitabilmente avvicinarsi il più possibile alla verità, il canto deve avvicinarsi il più possibile al parlato.
In queste occasioni entra anche l'ingegneria scenica, con la possibilità di fare cose spettacolari. Inoltre, la verifica non deve essere complessa e tutto ciò per avvicinare appunto la parola al canto. Il melodramma non è altro che rapporto fra parola e musica e il loro bilanciamento, dove in alcuni momenti una prevarrà sull'altra.
È un genere che si basa sulle contraddizioni: in questo caso si deve dare una verosimiglianza più vicina alla realtà ad un genere che per sua natura è inverosimile, una cosa molto difficile da realizzare e da far accettare al pubblico.
L'opera di Peri e Rinuccini fu eseguita per il matrimonio di Maria de Medici, regina di Francia e di Navarra.
Nel documento A01, Rinuccini dà una prima giustificazione di quest'opera affermando che già greci e romani avevano fatto qualcosa di simile che viene poi ripreso da lui e da Peri. Più avanti Rinuccini giustifica anche il perché ha cambiato il finale dell'opera originale, prendendo come giustificazione non solo i greci ma anche Dante.
Questo è un segno di un atteggiamento presente spesso nell'opera dell’epoca: rappresentare sentimenti troppo forti che devono essere in giusta misura, non bisogna esagerare troppo. In questo caso il finale sarebbe stato troppo tragico per cui era necessario trovare un finale adeguato, non troppo drammatico.
Nel prologo c'è un personaggio che si chiama "La Tragedia".
Il rapporto fra parole e musica vede la prima predominare sulla seconda, il canto, anche se recitato, è sillabico. In seguito verrà definito declamato, ovvero ad ogni sillaba corrisponde una nota ed è un canto più efficace per far comprendere un testo.
Inoltre, musiche e canto sembrano quasi separati, ci sono dei piccoli commenti musicali ad ogni singola strofa che sembra faccia da collante e incorniciare le varie strofe.
Monteverdi, sette anni dopo, compone "Orfeo" e inizia a prendere importanza il rapporto fra azione e compositore, e la rappresentazione non avviene in ambito di corte ma in un circolo intellettuale.
In questo caso Monteverdi scrive un'opera che finisce male, non ha lieto fine. Nell'opera di Rinuccini, l'Orfeo verrà sbranato dalle baccanti, una sorta di esasperazione dell'aspetto tragico. Nel prologo di quest'opera a parlare sarà la Musica.
La Musica e l'opera di Monteverdi
Iniziano ad essere presenti dei vocalizzi mentre nell'opera precedente non c'era neanche uno, era un canto sillabico rigorosissimo. Quando iniziano ad esserci i vocalizzi è il momento in cui le ragioni della musica iniziano a prendere una certa consistenza, quando c'è il vocalizzo il canto si capisce meno, si riescono a distinguere meno i fonemi della parola. Capita perciò che portato all'eccesso le parole vengano annullate dalla musica.
Inoltre, la toccata iniziale è molto più costruita, è qualcosa che rimane nella testa, mentre quella dell'opera precedente crea solo una piccola cornice. Qui parla la musica, è una scelta sia intellettuale che ideologica molto forte, si vuole ribaltare il rapporto che c'era fra musica e parola. Siamo solo agli inizi, ma già sta cambiando il rapporto e lo scenario.
Grazie allo strumento della musica si riusciranno a dare dei colori e motivi anche contrastanti rispetto alle parole. Del resto, Monteverdi è un compositore di altissimo livello rispetto a Peri, tende a prendere il predominio rispetto a quello che fa dal punto di vista musicale. Quasi siamo ancora in una fase embrionale per cui è difficile parlare di fase tragica o comica, questa è una biforcazione che avverrà molto dopo, infatti viene considerato un punto debole delle origini il fatto che queste due categorie vadano a mischiarsi.
Con Monteverdi inizia ad esserci una costruzione melodica molto più strutturata e forte.
Lezione
Ieri abbiamo visto l'evoluzione di questo nuovo genere di rappresentazione prendendo come riferimento le opere di Rinuccini e di Monteverdi. Andiamo ad analizzare il momento in cui Orfeo deve scendere negli inferi, il momento in cui deve dimostrare di avere le giuste motivazioni per avere questa autorizzazione e quindi si rivolge a Caronte.
Se andiamo ad analizzare il testo a livello formale, la struttura è tripartita, abbiamo due sezioni o strofe da sette versi ciascuna, seguite da una strofa da sette versi. Musicalmente ci si aspetterebbe che Monteverdi prosegua sulla stessa strada, invece il compositore sceglie una strada diversa, sceglie di lavorare di tre versi in tre versi, e l'ultima la fa di quattro versi.
Monteverdi non interessa rispettare in maniera formale il testo, sta pensando in termini di boe e non si accontenta del testo musicale e se la sua direzione salirà con la musica non importa. In questo caso la musica non è completamente asservita al testo.
Si parte da un recitativo, un canto sillabico, e progressivamente si struttura in maniera melodica. Il problema dell'identità di genere nel Seicento non era ancora avvertito fino alla fine del Settecento. Era assolutamente possibile che dei ruoli maschili fossero fatti da donne, e viceversa.
Questo è il periodo dove dominano le voci acute, il protagonista di un'opera deve avere la voce più acuta possibile, per cui le parti sono eseguite da donne oppure da castrati.
Si ha una progressiva esasperazione del vocalizzo, con la situazione dove in una sillaba ci sono tantissime note. In questo caso il numero di note esplode, andiamo in una direzione di canto molto spettacolare. Tutto ciò perché le ragioni della musica dominano.
All'inizio Orfeo si presenta con un canto sillabico in qualità di uomo e deve trovare un modo per convincere Caronte a farlo passare. Questi vocalizzi estremi possono avere la finalità di addolcire il cuore di un essere infernale, ma anche una sorta di effetto ipnotico. Non contano tanto le parole quanto le acrobazie vocali che arrivano a un livello di difficoltà estrema per gli umani. Tutto ciò per dimostrare che Orfeo è sì un uomo ma ha anche delle qualità sovrumane.
Se andiamo a vedere la partitura originale, noi troviamo due linee melodiche: una è l'inizio dove non ci sono vocalizzi, è un canto sillabico, a seguire invece ci sono delle linee vocali di tante note e quindi sono scritte anche se non sappiamo il perché sono presenti entrambe le linee melodiche. L'aspetto dell'improvvisazione può esserci ma rimane comunque un aspetto sommerso a cui noi non potremo mai arrivare a capo.
Monteverdi probabilmente voleva che questi vocalizzi venissero fatti perché ha una funzione espressiva e drammaturgica molto importante. Nelle ultime tre strofe dal punto di vista del rapporto testo e musica le parole si capiscono molto meglio, i vocalizzi sono meno estremi, diventa quasi un canto sillabico.
Si può pensare che ci sia un ragionamento retorico di Orfeo, una sorta di circolarità dove si parte dal canto sillabico per andare verso di virtuosismi per poi tornare ad una dimensione umana, di nuovo al canto sillabico. A livello retorico il percorso sembra molto strutturato logicamente, prima Orfeo si presenta per uomo qual è, ovvero cantore, per poi avvolgere Caronte in questi virtuosismi, quasi volendo ipnotizzarlo, mettendo in evidenza che esiste la sofferenza di Orfeo, per poi ritornare al canto sillabico iniziale e mettersi nelle mani di Caronte.
Caronte è un percorso retorico lineare rispetto alla relazione fra testo e musica. Nella seconda metà del Seicento invece il vocalizzo verrà utilizzato solo a fini spettacolari, non viene più utilizzato per enfatizzare il melodramma.
È anche un effetto molto evidente all'inizio della prima strofa che possono avere una spiegazione rimasta simbolica: gli effetti di eco nella musica di Monteverdi vengono spesso legati al repertorio sacro, quindi potrebbe essere in questo caso volontà di voler esprimere una spiritualità forte. È però interessante il fatto che Monteverdi poi continua a cambiare e cambia anche l'orchestrazione come se volesse far vedere tutti i colori che ha a disposizione e come far vedere quello che succede sul piano musicale.
L'intervento nella sezione centrale serve a smorzare il culmine acrobatico della parte vocale per avvicinarsi progressivamente verso il finale, dove l'acrobazia è molto meno evidente.
Esistono due fonti che hanno trasmesso due versioni totalmente contraddittorie: quella del libretto fa riferimento alla versione del circolo intellettuale che riporta un finale tragico con Orfeo che viene sbranato dalle baccanti. Orfeo silenzia addirittura con un'invettiva contro le donne, per celebrare Euridice, parla male di tutte le altre donne di cui però non abbiamo la musica. Nel 1607 per il matrimonio dei Gonzaga abbiamo Apollo che va a consolare Orfeo il quale si riunisce a Euridice e di questa versione abbiamo la musica: è un finale che probabilmente è dovuto anche agli spazi che si avevano a disposizione e all'evento che ospitava la rappresentazione.
Sono tutte idee di cui non si può avere certezza. Si possono leggere i due finali diversi nel documento A06 da pagina 63 e ascoltare i brani per il finale Apollino o legato alla molestia.
Nel primo brano la parte di Orfeo mi ricorda, in alcuni punti, "Evita" di Madonna. Il brano è tutto abbastanza sottotono, forse una forma di preludio al coro finale dove ritornano i virtuosismi. Il secondo brano è un corale di chiusura, molto simile a un madrigale, molto festoso, senza virtuosismi particolari. Il terzo brano, quello legato al finale drammatico, è esclusivamente strumentale, una musica con un ritmo comunque serrato, da finale, non esprime il dramma quanto una sorta di chiusura formale.
Il teatro d'impresa e la musica
Il teatro d'impresa era asservito alle leggi di domanda e offerta, con l'impresario che si accollava tutti i rischi dell'iniziativa, accollandosi tutte le spese e cercando di ottenere i massimi benefici. Andare ad assistere a una rappresentazione in realtà fa da sfondo ad altri eventi, gioco d'azzardo, incontri. Il fatto di andare a vedere uno spettacolo come un rito come lo vediamo oggi nascerà molto dopo. La concentrazione non era richiesta, si ascoltava distrattamente, c'era il sistema dei ruoli fissi per cui ogni interprete aveva il suo genere di personaggio eroico o antagonista.
Durante i recitativi non si seguiva l'azione, non interessava, non si seguivano i virtuosismi cantati. Pian piano si è iniziato a dominare le voci dei castrati, i quali nascono da una idea distorta della Bibbia dove San Paolo pare asserire che le donne devono tacere. In realtà il santo si riferiva al fatto che...
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