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Storia dell'impresa e del lavoro

Le rivoluzioni industriali

Prima rivoluzione industriale (fine 700 – prima metà 800)

È il risultato dell’intreccio di varie rivoluzioni che avvengono prima, come la rivoluzione agraria (semine di prodotti diversi, rotazione della coltivazione, recinzione delle terre), che favorisce la rivoluzione demografica (sviluppo della popolazione che si nutre meglio e quindi cresce più rapidamente). Vengono anche introdotte delle misure igieniche quali la biancheria intima e l’attenzione agli scarichi fognari nelle città.

Se la popolazione cresce vi è una maggiore domanda di beni di consumo, che portano alla rivoluzione commerciale (l’Italia era il luogo di transito che legava l’Europa con l’Oriente. Con la scoperta dell’America il centro del commercio si sposta verso l’Atlantico, per cui l’Italia perde il suo primato e si sviluppano maggiormente i paesi che si affacciano sull’Atlantico. Si parla di commercio triangolare sulle rotte atlantiche per cui i prodotti partivano dall’Europa e venivano trasportati sulle coste africane, dove venivano scambiati con gli schiavi, che venivano portati nelle Americhe dove venivano utilizzati come manodopera nelle piantagioni di cotone, materiali che venivano poi riportati in Europa. Si innescano forti competizioni tra paesi, tra cui prevale l’Inghilterra).

La macchina a vapore e la meccanizzazione sono le invenzioni che favoriscono il passaggio dal putting out system alla fabbrica accentrata, ossia dal mercante imprenditore all’industriale, dal lavoratore a domicilio (contadino) all’operaio. Nelle città dominavano gli artigiani collegati fra loro in associazioni che stabilivano regole per la produzione dei beni, così da non creare troppa concorrenza dato che spesso producevano lo stesso tipo di merci vendute a costo elevato. Man mano che la popolazione cresce, si instaura il putting out system, per cui la produzione viene affidata a soggetti esterni. Si sviluppa così la figura del mercante imprenditore.

Il settore trainante era quello tessile. In età preindustriale la produzione veniva affidata ai contadini, che se ne occupavano nel periodo morto di agricoltura. Si tratta del sistema proto-industriale (precedente a quello industriale). Questo sistema con il contadino-lavoratore a domicilio cambia quando diventa possibile meccanizzare la produzione (dal telaio manuale al telaio meccanico), che permette di produrre di più. Non ha senso limitarsi all’utilizzo di un solo telaio meccanico in quanto i costi non verrebbero coperti, per cui si realizzano impianti di produzione di energia collegati a numerosi telai. Si crea così l’esigenza di creare degli stabilimenti in grado di contenere tutte le macchine, ed è qui che il contadino diventa operaio.

I tessuti hanno un’ampia domanda, e lo sviluppo della produzione tessile crea domanda per altri settori merceologici: quello meccanico che produce i telai, quello chimico per i coloranti/sbiancanti, quello estrattivo/minerario per l’estrazione di carbone e quello dei trasporti.

Un’altra caratteristica della prima rivoluzione industriale è l’imprenditoria diffusa: sono molti gli imprenditori che hanno delle imprese con dimensioni limitate.

Seconda rivoluzione industriale (seconda metà 800 – anni 60 del 900)

Ci sono nuovi settori trainanti che sostituiscono quello tessile: siderurgico, metalmeccanico (reti ferroviarie), industria elettrica, chimica (carbochimica e poi petrolchimica). A determinare il loro sviluppo sono le nuove tecnologie, come gli altiforni per l’acciaio che è il prodotto base di molti prodotti.

I nuovi sistemi produttivi sono impianti che richiedono grandi imprese e grandi investimenti. Nascono le grandi imprese anche nella produzione di beni di consumo, e si arriverà poi al sistema produttivo basato sulla produzione di massa e sul consumo di massa (fordismo).

Mentre nei paesi first comers (Inghilterra, Paesi Bassi, Belgio) si diffonde un’imprenditoria diffusa, nei paesi second comers (Francia, Germania, Stati Uniti) l’attore fondamentale dello sviluppo sono lo Stato e le banche. È importante il ruolo della banca universale (o mista): nelle banche private i privati fanno prestiti agli imprenditori e traggono profitto da ciò con gli investimenti (prestiti a breve termine); le banche miste, invece, danno prestiti che non derivano dal denaro delle famiglie o dei proprietari della banca, ma dal denaro depositato dai clienti, cosiddetti piccoli risparmiatori (prestiti a lungo termine). Le banche sono state molto utili per lo sviluppo industriale perché è raro che si riesca ad autofinanziarsi completamente.

Un altro modo in cui finanziarsi è quotarsi in borsa, vendendo quote di proprietà dell’azienda (azioni). Questo sistema si è diffuso negli Stati Uniti e meno in Europa, dove si è fatto più ricorso alle banche in quanto affidarsi alle azioni è rischioso.

Nei paesi late joiners (Impero Austro-ungarico, Russia, Italia, Giappone) lo Stato ha avuto un ruolo più importante della banca mista. In Italia le banche miste nascono dopo una crisi bancaria che avviene alla fine degli anni 80. Con la crisi del 1929 falliscono le grandi imprese e di conseguenza le banche miste, per cui interviene lo stato salvando le imprese, che però non ridisegna la proprietà delle banche, ma ne diventa imprenditore e acquisisce anche la proprietà delle banche miste. In contemporanea, il governo decide che le banche miste sono troppo rischiose e nel 1936 viene proibito a queste l’acquisto di quote in borsa. Questa restrizione si mantiene fino al trattato di Maastricht del 1993.

Lo Stato ha avuto un ruolo fondamentale perché ha promosso gli industriali nell’epoca della sinistra storica (soprattutto sul piano militare, infatti induce gli imprenditori a produrre lontano dai confini e vicino al mare, a Terni, così da evitare il più possibile bombardamenti).

Terza rivoluzione industriale

È caratterizzata dalle tecnologie, dalle ICT e dalla globalizzazione (termine che inizia a circolare dalla fine del secolo scorso), ossia l’aumento degli scambi globali di beni, servizi e prodotti finanziari, per cui è stata fondamentale non soltanto l’informatica, ma anche il trasporto aereo e i container, che hanno ridotto i costi dei trasporti via mare e via terra. Ciò ha consentito uno sviluppo della nascita di imprese “a rete” che si affidano all’outsourcing (buy), che porta alla diminuzione degli stabilimenti produttivi e alla creazione di catene di valore.

Tra la seconda metà dell’800 e lo scoppio della Prima guerra mondiale c’è stato uno scoppio della globalizzazione perché lo scambio di compravendita è cresciuto molto. Il periodo tra le due guerre è stato un periodo di contrazione di chiusure delle economie all’interno dei paesi. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale vi è di nuovo una crescita, che però ha visto come protagonisti i paesi occidentali, e escluso quelli comunisti (URSS, Cina).

Fino alla caduta del muro di Berlino il commercio mondiale è stato limitato, ma dopo c’è una maggiore apertura del mondo ex comunista agli scambi internazionali. In Cina, nonostante rimanga al potere il partito comunista, si avvia una politica di trasformazione economica più aperta orientata agli scambi internazionali, per questo motivo si parla di un’ulteriore ondata di globalizzazione.

Fino alla caduta del muro di Berlino il mondo era considerato diviso in 3 parti:

  • I paesi sviluppati (developed countries)
  • I paesi a economia pianificata (blocco comunista)
  • I paesi in ritardo nello sviluppo, che costituivano il terzo mondo (developing countries)

Fino agli anni 70 i nuovi paesi che emergono sono le cosiddette “tigri asiatiche”, paesi inizialmente in via di sviluppo che si affermano con velocità (Taiwan, Corea del Sud, Singapore). Oggi si parla di paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), paesi che sono usciti dal sottosviluppo e che quindi si sono recentemente aggiunti ai paesi avanzati.

L’URSS cercava di reggere il passo con la potenza statunitense. Avendo un’economia più debole però, per tenere il passo con la corsa agli armamenti, la Russia spendeva molto di più del suo PIL rispetto all’America. Se la spesa militare è molto elevata diminuisce ciò che rimane a disposizione per la popolazione. La Russia entra in crisi dopo la caduta dell’URSS, ma poi si rialza in piedi grazie alle sue materie prime e alle sue tecnologie.

Quarta rivoluzione industriale

Fa riferimento ad un forte incremento delle tecnologie informatiche grazie all’impiego di queste nella produzione e nel lavoro. Si tratta comunque di un’accelerazione dello stesso impianto, ossia quello dell’informatica, per cui non vi è un nuovo paradigma tecnologica, ma uno sviluppo e un’accelerazione dell’informatica, motivo per il quale molti affermano che non si dovrebbe affermare l’esistenza di questa rivoluzione. Si usa spesso l’espressione industria 4.0.

Le macchine operatrici sono collegate a internet, si parla di ambienti di lavoro ciberfisici, vi è lo sviluppo dell’intelligenza artificiale che produce la robotizzazione ed è importante lo sviluppo dei sensori.

Sviluppo economico moderno

Come e quando si è innescato lo sviluppo?

Rostow avvia questo dibattito nel 1960, anno in cui la maggior parte dei paesi africani raggiunge l’indipendenza dal dominio coloniale. Si studia il tema del sottosviluppo perché questi paesi devono svilupparsi e si vogliono individuare delle strade da fargli percorrere. Si vuole imitare il percorso seguito dall’Inghilterra. Rostow ipotizza che tutti i paesi che si sviluppano devono passare attraverso 5 stadi:

  • Stadio di economia stazionaria
  • Stadio in cui si preparano le condizioni per un decollo dell’economia, che dà il via alla rivoluzione industriale. Quando l’economia diventa sufficientemente efficiente da far sì che la nazione possa risparmiare il 10% di ciò che produce, si può definire il decollo
  • Stadio della Prima rivoluzione industriale
  • Stadio della Seconda rivoluzione industriale
  • Garantiti i tenori di vita, il tasso di crescita del PIL diminuisce e l’economia non corre più così rapidamente

Quest’idea viene messa in crisi da altri studiosi che individuano altre strade, perché l’Inghilterra si sviluppa quando nessun altro paese è ancora sviluppato, ma gli altri stati quando vogliono svilupparsi devono fare i conti con l’Inghilterra che è già sviluppata.

Alexander Gerschenkron sostiene che vi è un processo di imitazione dell’Inghilterra, ma con delle differenze analizzate secondo degli agenti sostitutivi:

  • La banca mista e lo Stato
  • I vantaggi dell’arretratezza: il paese arretrato che si sta sviluppando ha dei vantaggi purché il gap con i paesi sviluppati non sia eccessivamente ampio. I vantaggi sono di due tipi: si possono copiare le tecnologie del paese più sviluppato, così da non dover subire i costi della ricerca tecnologica; quando si adottano tecnologie imitandole, si stanno adottando le tecnologie più avanzate presenti sul mercato in quel momento

Pollard elabora l’espressione di differenziale di contemporaneità, per cui vi è un evento contemporaneo che impatta paesi che si trovano ad un diverso livello di sviluppo. Questo evento produce effetti diversi in base al livello di sviluppo del paese (esempio fenomeno ferroviario e grano americano a basso costo: l’Europa viene invasa a partire dal 1870 dal grano americano perché a basso costo. Un paese come l’Olanda, sviluppato nell’agricoltura e nell’allevamento, è felice di questa disponibilità di grano, mentre l’Italia, più povera e arretrata che si concentra ancora sulla produzione di grano, decide di imporre un dazio forte sull’importazione di grano, protezionismo attraverso dazi doganali).

David sostiene che i paesi si sviluppano differentemente perché ognuno ha la propria storia, non c’è una razionalità economica generale che può essere applicata a tutti i casi perché ci sono i condizionamenti della storia del paese (path dependence).

I grandi settori occupazionali

Le persone lavorano in 3 grandi settori occupazionali:

  • Settore primario: produce beni primari (agricoltura, caccia, pesca)
  • Settore secondario: produce beni secondari, è chiamato industria, ma al suo interno ci sono specificazioni da tenere presente (industria manifatturiera, energetica, estrattiva, dell’edilizia)
  • Settore terziario: non produce beni e oggetti, ma servizi (trasporti, telecomunicazioni, turismo, tempo libero, pubblica amministrazione)

Popolazione attiva e non attiva

Attivi (forza lavoro). Ne fanno parte coloro che svolgono un lavoro o un’attività che comporta l’acquisizione di un reddito. L’attività svolta deve essere legale (se lavoro in nero risulto come disoccupato). Anche i disoccupati che hanno perso il lavoro o in cerca attiva di prima occupazione fanno parte della popolazione attiva, perché queste persone sono disponibili a lavorare, partecipano al mercato del lavoro costituendone l’offerta, mentre le imprese che assumono costituiscono la domanda.

Non attivi. Coloro che non cercano attivamente lavoro, come i giovani sotto i 15 anni che legalmente non possono lavorare. In questa categoria rientrano anche i pensionati, gli studenti, le casalinghe, gli inabili permanenti, le persone che vivono di beneficienza, i condannati a pene superiori ai 5 anni.

Distribuzione della popolazione attiva nei settori

Nel 1861 il paese non è ancora industrializzato, per cui gran parte della popolazione vive di agricoltura. Il settore meno sviluppato era quello dei servizi, perché l’economia era poco sviluppata in quanto vi era molto autoconsumo.

Nel 1921 c’è uno spostamento del lavoro dall’agricoltura verso industria e servizi. Nel 1951, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’agricoltura rimane il settore occupazionale più importante. Tra 1951 e 1971 abbiamo i vent’anni del miracolo d’oro, anni di grande sviluppo economico, per cui l’industria diventa il settore occupazionale più importante. Oggigiorno i servizi hanno una quota pari a quella che l’agricoltura aveva nel 1861. C’è stato un grande progresso tecnologico che ha permesso a masse di persone di dedicarsi ad altro. Il progresso ha riguardato anche l’industria, che ha ridotto l’uso di manodopera. I servizi si potenziano enormemente.

Questi cambiamenti non sono indolore, sono determinati dal progresso tecnologico e permettono al contadino e all’operaio di essere più produttivi, ma questi travasi di popolazione non sono privi di conseguenze sociali: un lavoratore manuale che perde il posto non trova facilmente lavoro in un’impresa di servizi.

Tasso di attività

Il tasso di attività riferisce ogni 100 abitanti quanti sono attivi e non, è quindi la quota di popolazione attiva sulla popolazione totale. È sceso per più di 100 anni ed è risalito negli ultimi 50 anni. Perché è sceso? Non c’era un sistema pensionistico, e quando è nato ha fatto aumentare la popolazione non attiva (tra cui rientrano anche gli studenti per cui c’era l’obbligo scolastico di due anni di scuola elementare). Anche la categoria delle casalinghe rientra in questo tasso: negli anni del miracolo economico molte donne si sono trasformate in casalinghe a tempo pieno perché il capo famiglia riusciva a sopportare le spese. Le donne potevano svolgere attività part-time, ma si trattava di lavori in nero che quindi non rientravano nel tasso.

Dagli anni 70 in avanti sono cresciuti gli standard di consumo, per cui uno stipendio non bastava più; inoltre è cambiata la mentalità delle donne che vogliono affermarsi sul piano professionale quanto gli uomini, dunque c’è stata una maggiore spinta della partecipazione delle donne nel mondo del lavoro. L’aumento del tasso di attività dagli anni 70 in poi è quindi dovuto all’aumento del tasso di attività femminile (quello maschile è rimasto lo stesso).

Confrontando il tasso di attività del nord, del sud e del centro ai giorni d’oggi si individua che l’economia e la società del mezzogiorno italiano sono ancora legate a usi e costumi del passato, per cui vi è ancora un tasso di attività femminile basso. Un altro punto di interesse è che oggigiorno uno dei problemi che rende l’economia italiana meno dinamica di quella dei paesi europei è che abbiamo un tasso di attività basso, dovuto dal fatto che il tasso di attività femminile è più basso rispetto a quello degli altri stati europei. Una parte di questo divario è dovuto al fatto che nei paesi più avanzati è più diffuso che da noi il lavoro part-time, prevalentemente femminile.

L’Italia è uno dei paesi con il tasso di natalità più basso a livello mondiale ed europeo, difatti la popolazione italiana diminuisce e i flussi di immigrazione non compensano le morti. L’Italia mantiene però un tasso di attività nell’industria molto elevato rispetto a quello delle altre economie.

In uno studio si afferma che negli USA il 47% delle occupazioni esistenti è automatizzabile, ossia esistono le tecnologie disponibili per farlo. Un rapporto del 2017 ha stimato che entro il 2039 tra 400 e 800 posti di lavoro...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher khadija.chniny di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'impresa e del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Musso Stefano.
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