Istituto professionale per i servizi enogastronomici e l’ospitalità alberghiera
“Gioacchino Rossini”
Relazione sull’Indipendenza americana e la nascita degli U.S.A.
La gloriosa nascita degli “Stati Uniti d’America”
Relazione di:
Monetti Pasquale
Matricola 7272
A. S. 2015/2016
Sommario
Introduzione
Capitolo 1: le colonie inglesi in America
Le prime fasi di colonizzazione in America settentrionale
Nascita delle 13 colonie inglesi
I rapporti con la madrepatria
Dinamismo sociale e demografico
L’economia delle colonie
Capitolo 2: la guerra per l’indipendenza
I motivi della ribellione
Le prime azioni contro l’Inghilterra
La dichiarazione d’indipendenza
Testo della dichiarazione d’indipendenza
La vittoria degli americani
Capitolo 3: la Costituzione degli Stati Uniti d’America
La convenzione costituzionale
Il contributo di Hamilton e Madison
I principi della Costituzione americana
Bibliografia e sitografia
Introduzione
Studiare e conoscere come sia potuta nascere una Nazione così vasta e ricca di valori come gli Stati Uniti d’America, non è di poca importanza. Ci troviamo di fronte ad un cambiamento radicale della società ed alla nascita di un nuovo modo di pensare e comprendere la vita sociale e la vita politica.
La storia degli Stati Uniti riguarda non solo il popolo americano, ma in qualche modo ci rappresenta tutti. È dalla Rivoluzione Americana che sono nati i più moderni e concreti concetti della Democrazia dei paesi attuali e della politica moderna.
La rivoluzione di un popolo che lottava per i propri diritti è da considerarsi come una cartolina mondiale, in quanto le persone hanno tutti gli stessi diritti alla vita ed è impensabile che accadi il contrario.
Questa piccola relazione vuole spiegarne i concetti ed i motivi che hanno spinto un popolo a combattere per un’ideale comune e per la difesa dei propri diritti. È una storia che dovrebbe far riflettere tutti noi che apparteniamo ad un’Europa sempre più schiacciata dagli interessi economici e sempre meno unita ai diritti umani, che in questi ultimi anni stanno perdendo importanza.
Dobbiamo far rinascere in noi lo spirito del cambiamento e non dobbiamo più pensare solamente al danaro e ai commerci frenetici. È ora di pensare ai diritti dell’uomo, che, come dice Thomas Jefferson: “è alla ricerca della felicità”.
Capitolo 1
Le colonie inglesi in America
Le prime fasi della colonizzazione in America settentrionale
All’inizio del Seicento, l’America Settentrionale era abitata da circa un milione di “indiani” (così chiamati dagli europei di allora). Queste popolazioni erano divise in diverse tribù, in prevalenza nomadi: a seconda da dove si erano stanziati, traevano il loro sostentamento:
- Dalla pesca (soprattutto salmone), nei fiumi e nei laghi settentrionali;
- Dalla caccia, con i bisonti, nelle praterie centrali;
- Dalla coltivazione del mais nelle aree meridionali.
Agli occhi degli europei lo stile di vita di queste popolazioni era considerato primitivo in quanto non conoscevano la scrittura, non costruivano città e adoravano spiriti della natura e degli antenati.
Se già gli spagnoli e i portoghesi non avevano esitato a impadronirsi delle ricchezze e delle terre delle evolute civiltà del Centro e Sud America, a maggior ragione mercanti e coloni francesi, spagnoli, olandesi e inglesi consideravano un loro diritto naturale fondare basi mercantili e avamposti militari lungo le coste atlantiche del continente.
E, a differenza di quanto era accaduto per l’America meridionale, spartita tra Spagna e Portogallo con il trattato di Tordesillas del 1494, per tutto il XVI secolo queste terre non furono dichiarate proprietà esclusiva di nessuno Stato europeo.
Tra 1590 e 1620 europei di diverse nazionalità si insediarono sulle coste nordamericane e ampliarono i loro possedimenti nell’entroterra. Nel 1607 alcuni mercanti inglesi fondarono una colonia che prese il nome di Virginia (in onore della regina Elisabetta I, conosciuta anche con il soprannome di Regina Vergine).
Nel 1626 gli olandesi fondarono sul fiume Hudson la città di Nuova Amsterdam: presto conquistata dagli inglesi, in onore di Carlo Stuart, duca di York e re d’Inghilterra dal 1685, venne ribattezzata New York.
In quegli anni i francesi occuparono territori sempre più vasti del Canada, mentre gli spagnoli, risalendo dal Messico, si impadronirono di alcune regioni interne.
La nascita delle 13 colonie inglesi
Per un lungo periodo gli europei cercarono semplicemente di incrementare i propri scambi con gli indiani: si trattava di un commercio molto vantaggioso per i mercanti, che in cambio di semplici prodotti delle industrie del nostro continente ricevevano pellicce, legname, oro e argento.
Nel corso del Seicento, invece, francesi e inglesi cominciarono a emigrare in America in gruppi sempre più numerosi in cerca di terre in cui trasferirsi e iniziare una nuova vita.
Dall’Inghilterra partirono intere famiglie di contadini o borghesi che fuggivano verso il Nuovo Mondo per sottrarsi alla povertà o alle tormentate vicende politiche del loro paese.
L’11 novembre 1620 sbarcarono sul suolo americano dalla nave Mayflower 102 cittadini inglesi: sono considerati i primi veri coloni americani (chiamati per questo i Padri Pellegrini), poiché fino a quel momento si erano creati solamente avamposti governativi e militari o puramente commerciali.
Tra 1620 e 1630 giunsero in America settentrionale dall’Inghilterra molti puritani, cioè protestanti calvinisti che in patria avevano sofferto la supremazia della Chiesa anglicana e volevano ora creare in America delle comunità basate sulla propria fede religiosa.
Costoro erano alla ricerca di una terra di completa libertà dove costruire un mondo nuovo basato sulla giustizia e sull’autentico spirito religioso.
L’emigrazione crebbe nel periodo del dominio di Cromwell sull’Inghilterra (cioè verso la metà del secolo): ai puritani e agli esponenti più estremisti della contestazione anti-episcopaliana (spesso animati da sentimenti antimonarchici e repubblicani) si unirono infatti molti cavalieri filomonarchici sconfitti nella guerra civile.
Questa umanità composita, organizzata inizialmente in comunità chiuse, ciascuna delle quali caratterizzata dall’appartenenza a un movimento religioso o a una comune ideologia politica, fondò le colonie del cosiddetto New England («Nuova Inghilterra»): Massachusetts, New Hampshire, Connecticut e Rhode Island.
Non si trattava dunque di coloni guidati e assistiti nei loro nuovi insediamenti dalle Compagnie commerciali o dalle autorità dello Stato inglese: anzi, l’interesse del governo nei confronti di queste colonie crebbe solo in un secondo tempo, cioè man mano che esse si strutturarono.
Solo nella seconda metà del XVII secolo Londra fece davvero valere la propria autorità su queste comunità. Da allora altri immigrati si insediarono più a sud e sorsero altre colonie abitate in grande prevalenza da inglesi.
Alla metà del Settecento esse erano diventate tredici: a quelle del New England si erano aggiunte New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware, Maryland, Virginia, North Carolina, South Carolina e Georgia.
I rapporti con la madrepatria
I sovrani inglesi si limitarono a riconoscere di volta in volta la nascita delle diverse colonie. Essi concessero agli abitanti il privilegio dell’appartenenza alla comunità dei sudditi sottoposti alla corona.
Perciò, in modo formale, i cittadini inglesi che vivevano in America avevano gli stessi diritti di chi risiedeva nelle isole britanniche. A rappresentare gli interessi della corona e del Parlamento inglese in ciascuna colonia era un governatore, nominato da Londra.
Ciascun governatore nominava i propri consiglieri e formava con uomini di sua scelta un’assemblea di notabili in rappresentanza dei coloni.
Non si poteva, tuttavia, ignorare l’autonoma organizzazione che gli emigranti si erano dati nel fondare le loro nuove comunità. Essi, infatti, si ispiravano allo stesso principio che trionfò in patria con la Gloriosa rivoluzione del 1689: la giusta forma dello Stato deve essere stabilita attraverso un accordo tra i cittadini e un «contratto» con i loro governanti, che esercitano i propri poteri con il consenso dei governati.
Perciò le colonie si erano date, sul modello parlamentare, delle autonome assemblee rappresentative (dette «Camere basse» per distinguerle dalle «Camere alte», quelle composte da notabili scelti dal governatore).
Queste assemblee, di gran lunga le più influenti, erano elette democraticamente dai coloni stessi. Qui si esercitava il vero potere legislativo: i rappresentanti che vi sedevano venivano eletti dai coloni più ricchi, come avveniva per la Camera dei Comuni del Parlamento inglese.
La percentuale di abitanti che avevano diritto di voto nelle colonie era tuttavia più ampia di quella prevista in patria: costituivano, infatti, nelle diverse colonie, tra il 50 e il 70% della popolazione adulta maschile.
Ogni colonia si dava quindi le proprie leggi e godeva di una certa libertà politica. Questa veniva rispettata da Londra, dove tuttavia non era prevista l’elezione di rappresentanti dei coloni americani nel Parlamento inglese.
La maggiore democraticità e la più intensa partecipazione politica che si registrava nelle colonie americane si basavano su modelli che risalivano ai tempi della prima fase delle emigrazioni dalla madrepatria.
I Padri Pellegrini, per esempio, avevano stipulato tra loro un libero patto tra eguali detto Mayflower Compact («accordo del Mayflower»), nel quale dichiaravano la loro unione per motivi religiosi, la loro fedele appartenenza al regno inglese, la loro volontà di creare (nella colonia che fu poi detta Massachusetts) una società libera fondata sull’accordo e sulla partecipazione di tutti al bene comune.
Un analogo patto era fissato nei Fundamental Orders («Ordinamenti fondamentali») sottoscritti dagli emigranti che nel 1639 avevano fondato la colonia del Connecticut.
Questi liberi patti federativi erano l’anima ispiratrice delle istituzioni e delle tradizioni politiche delle colonie americane. E Londra non poteva che riconoscere le libere istituzioni che traevano ispirazione da questi principi.
Nel corso del Settecento, quindi, l’America settentrionale sottoposta alla corona inglese era una società quasi del tutto priva della divisione in classi tipica dell’Ancien régime: ordinamenti e consuetudini riconoscevano pari diritti e doveri a tutti i cittadini, ciascuno dei quali doveva a se stesso la propria fortuna (una concezione fortemente motivata dall’etica del lavoro calvinista) e si vedeva riconosciuta dalle autorità locali pari dignità con qualsiasi altro cittadino della colonia.
Dinamismo sociale e demografico
Sfruttando le straordinarie risorse naturali del territorio e facendo leva sullo spirito di intraprendenza degli abitanti, l’economia delle tredici colonie inglesi registrò un costante progresso.
Nascita degli Stati Uniti d'America
Le colonie inglesi
Le prime fasi della colonizzazione in America settentrionale
All’inizio del Seicento, l’America Settentrionale era abitata da circa un milione di “indiani” (così chiamati dagli europei di allora). Queste popolazioni erano divise in diverse tribù, in prevalenza nomadi: a seconda da dove si erano stanziati, traevano il loro sostentamento:
- Dalla pesca (soprattutto salmone), nei fiumi e nei laghi settentrionali;
- Dalla caccia, con i bisonti, nelle praterie centrali;
- Dalla coltivazione del mais nelle aree meridionali.
Agli occhi degli europei lo stile di vita di queste popolazioni era considerato primitivo in quanto non conoscevano la scrittura, non costruivano città e adoravano spiriti della natura e degli antenati. Se già gli spagnoli e i portoghesi non avevano esitato a impadronirsi delle ricchezze e delle terre delle evolute civiltà del Centro e Sud America, a maggior ragione mercanti e coloni francesi, spagnoli, olandesi e inglesi consideravano un loro diritto naturale fondare basi mercantili e avamposti militari lungo le coste atlantiche del continente. E, a differenza di quanto era accaduto per l’America meridionale, spartita tra Spagna e Portogallo con il trattato di Tordesillas del 1494, per tutto il XVI secolo queste terre non furono dichiarate proprietà esclusiva di nessuno Stato europeo.
Tra 1590 e 1620 europei di diverse nazionalità si insediarono sulle coste nordamericane e ampliarono i loro possedimenti nell’entroterra. Nel 1607 alcuni mercanti inglesi fondarono una colonia che prese il nome di Virginia (in onore della regina Elisabetta I, conosciuta anche con il soprannome di Regina Vergine). Nel 1626 gli olandesi fondarono sul fiume Hudson la città di Nuova Amsterdam: presto conquistata dagli inglesi, in onore di Carlo Stuart, duca di York e re d’Inghilterra dal 1685, venne ribattezzata New York. In quegli anni i francesi occuparono territori sempre più vasti del Canada, mentre gli spagnoli, risalendo dal Messico, si impadronirono di alcune regioni interne.
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