Concetti Chiave
- Socrate visse durante un periodo di transizione per Atene, dalla sua massima potenza alla sconfitta nella guerra del Peloponneso.
- La sua filosofia morale enfatizzava la cura dell'anima, con un metodo di insegnamento basato sul dialogo e sulla maieutica.
- Socrate si opponeva alle divinità tradizionali, introducendo il concetto di daimonion come voce interiore che guida verso la verità.
- Promuoveva l'idea che virtù e sapere siano interconnessi, sostenendo che chi conosce il bene non può compiere atti malvagi volontariamente.
- Rifiutò di fuggire dalla prigione per non tradire le leggi della polis, esprimendo un forte rispetto per la giustizia e le norme sociali.
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Il periodo storico in cui visse Socrate (470/469 a.C. – 399 a.C.) è caratterizzato da due date fondamentali: il 469 a.C. segna la definitiva vittoria dei Greci sui Persiani con la vittoria nella battaglia di Eurimedonte. La vita di Socrate si svolge dunque nel periodo della maggiore potenza ateniese, ma anche del suo declino: infatti, all'età dell'oro di Pericle seguirà, nel 399 a.C., la crisi dell’imperialismo ateniese: con la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso inizia il dominio spartano sulla Grecia. Socrate fu figlio di Sofronisco, scultore, e di Fenarete, levatrice (o ostetrica; aiutava le donne a partorire). Egli visse dunque in un periodo di transizione, dall’apice del potere di Atene fino alla sua sconfitta per mano di Sparta e alla sua coalizione nella guerra del Peloponneso. Dopo la sconfitta, si insediò ad Atene un regime oligarchico detto dei “Trenta tiranni” capeggiato dal nobile aristocratico Crizia, zio di Platone e discepolo di Socrate. Questi era odiato sia dai democratici che dagli aristocratici, poiché non era di alcuno schieramento politico, insegnava per le piazze e per le vie di Atene, stringeva rapporti con personaggi di ogni ideologia ed era stato allontanato dagli aristocratici dopo aver essersi rifiutato di appoggiarli in seguito al colpo di stato dei Trenta Tiranni.
Quella di Socrate è una filosofia morale, poiché insegnava come prendersi cura della propria anima. Egli non scrisse nulla, poiché credeva che il vero sapere non poteva essere imprigionato in una semplice pagina, ma era quello che risuonava nella bocca di ogni individuo. Platone è il più grande dei suoi discendenti e proprio per mezzo di lui ci è giunto il pensiero di Socrate. Platone scrisse i “dialoghi socratici”, ovvero dei dialoghi tra Socrate e i suoi vari interlocutori ai quali egli aveva assistito personalmente, poiché per Socrate il dialogo è l’unica forma per esporre le proprie tesi filosofiche.
Socrate è rappresentato come un personaggio negativo sia in ambito politico che culturale: viene criticato anche Aristofane, suo contemporaneo, che lo attacca nella commedia “Le nuvole”, dove lo definisce un “pensatoio socratico” e lo descrive metaforicamente come un pollo accovacciato su una cesta e sospeso a mezz’aria per elaborare i suoi pensieri astratti, inutili per il popolo e anche dannosi. Viene paragonato anche ad un tafano (insetto dotato di pungiglioni) che posto accanto ad un cavallo di razza (che rappresenta Atene), pungendolo, lo disturba e lo disorienta. Socrate sparge confusione e cattivi pensieri e, secondo alcuni, il diavolo si serve di egli per far crollare le certezze di un individuo e renderlo ignorante riguardo un concetto. Un esempio lo ritroviamo nell’ “Eutifrone”, dialogo di Socrate scritto da Platone, ambientato davanti il portone del tribunale di Atene il giorno in cui Socrate stava ritirando l’accusa ricevuta di Meleto (poiché infondeva il dubbio e metteva in discussione gli dei). Il padre di Eutifrone aveva ucciso una delle sue serve ed era stato accusato dal figlio, poiché questa era ritenuta un’azione ingiusta, mentre santa (giusta, legittima) era quella di denunciarlo. Socrate chiede ad Eutifrone quale sia il concetto di santità e, rimanendo insoddisfatto delle varie risposte date, continua ad interrogarlo fin quando Eutifrone non esaurisce tutte le sue idee riguardanti il concetto di santità e si rende conto di essere ignorante. Socrate mette a conoscenza l’interlocutore della sua ignoranza, ma non gli rivela ancora il concetto di santità, bensì lo predispone affinché arrivi autonomamente a comprendere la verità. Quello di Socrate, quindi, non è un lavaggio del cervello, poiché non esegue un trapianto di nozione, ma libera la mente dagli errori e aiuta gli interlocutori a crearsi autonomamente le proprie certezze, a “partorire” le nuove verità: questa tecnica prende il nome di maieutica (“arte del ben partorire”).
La filosofia di Socrate si pone come un progetto pedagogico: è una filosofia che ha come scopo l’educazione dell’uomo alla virtù e alla cura della propria anima.
Socrate non ha delle teorie proprie, poiché in egli non vi è un progetto di sapere finalizzato a spiegare la realtà. Egli è un razionalista, poiché applica la razionalità dialettica in ogni discorso.
Secondo Socrate l’uomo sapiente è colui che si professa ignorante: a questo proposito, Socrate afferma di “sapere perché sa di non sapere”. Imparando dai propri errori, quindi, è possibile costruirsi autonomamente delle certezze reali: questa prende il nome di educazione negativa, che si basa sul valore dell’autonomia e si contrappone all’educazione positiva (che consiste nel travaso di nozioni). L’uomo, liberata la propria mente dagli errori, grazie a Socrate, si costruisce le proprie verità.
Il dialogo socratico non si conclude mai con la definizione di un concetto e ciò rappresenta il carattere aporetico (problematico) dei discorsi di Socrate. L’aporeticità si accompagna alla considerazione che il filosofare è una ricerca infinita, perché in un discorso ogni punto d’arrivo rappresenta un punto di partenza di una nuova indagine riguardante il medesimo concetto. Questa filosofia prende il nome di filosofia dialogica che introduce ad Atene quella che è stata definita oralità dialettico-razionale (o dialettico-concettuale), in contrapposizione all’oralità mimetico-poetica (o oralità pre-filosofica).
Cos’è per Socrate l’anima?
- per aver introdotto nuove divinità;
- Per la corruzione dei giovani, che sono stati disorientati e indotti a credere verità sbagliate o degenerate.
Socrate era considerato una figura degenerata all’interno della polis ed era mal visto sia dagli aristocratici, poiché si era rifiutato di sostenerli, sia dai democratici, poiché egli accoglieva persone di classi differenti, varie, disomogenee.
Domande da interrogazione
- Qual è il contesto storico in cui visse Socrate?
- Qual è il metodo filosofico di Socrate e come si differenzia da quello dei sofisti?
- Come definisce Socrate la virtù e il sapere?
- Qual è il significato del concetto di "gnothi auton" nel pensiero socratico?
- Qual è la posizione di Socrate riguardo alla legge e alla giustizia?
Socrate visse tra il 470/469 a.C. e il 399 a.C., in un periodo di grande potenza e successivo declino di Atene, segnato dalla vittoria sui Persiani e dalla sconfitta nella guerra del Peloponneso, che portò al dominio spartano sulla Grecia.
Socrate utilizzava il dialogo socratico, caratterizzato dall'ironia e dalla maieutica, per aiutare gli interlocutori a scoprire le proprie verità. A differenza dei sofisti, il suo obiettivo non era persuadere, ma stimolare una ricerca infinita di conoscenza.
Socrate identifica virtù e sapere, sostenendo che un uomo è virtuoso quando prende coscienza dei propri errori. La sua teoria, chiamata "intellettualismo etico", afferma che chi conosce il bene non può fare del male volontariamente.
"Gnothi auton", ovvero "conosci te stesso", è fondamentale per Socrate, poiché liberandosi dagli errori, l'individuo può acquisire una migliore conoscenza di sé e delle proprie certezze.
Socrate rifiutò di fuggire dalla prigione, affermando che tradire le leggi sarebbe stata un'ingiustizia. Credeva che si dovesse rispondere all'ingiustizia con virtù, un principio che lo avvicina a figure come Cristo, secondo Kierkegaard.