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Introduzione

Beni pubblici

I beni pubblici puri sono non-rivali nel consumo (il mio consumo di tali beni non influisce in nessun modo sull’opportunità di consumarli degli altri) e non-escludibili (non c’è modo di negare a qualcuno l’opportunità di consumarli), es. difesa nazionale.

La maggior parte dei beni cui ci si riferisce come beni pubblici sono in realtà beni pubblici impuri, che sono di due tipi: escludibili ma non rivali, es. TV via cavo; rivali ma non escludibili, es. marciapiedi affollati.

I beni privati sono sia escludibili sia rivali.

La dinamica del debito pubblico

Se le entrate pubbliche sono inferiori alle spese pubbliche si crea un deficit o disavanzo di bilancio; per finanziare il deficit lo Stato si deve indebitare.

  • Deficit o disavanzo = spese totali – entrate totali: misura anno per anno l’eccesso delle spese pubbliche sulle entrate pubbliche, indica quindi quanta parte della ricchezza nazionale dovrebbe essere utilizzata per coprire le spese dello Stato, interessi passivi inclusi, eccedenti rispetto alle entrate;
  • Disavanzo primario = spese totali – entrate totali – interessi: indica l’attitudine a creare debiti (se positivo) o la capacità dello Stato di risparmiare (se negativo);
  • Debito pubblico: misura l’accumulazione dei deficit nel tempo.

Le entrate pubbliche sono costituite da:

  • Tasse = corrispettivi di alcuni servizi erogati dallo Stato che sono specificatamente richiesti dai cittadini (principio del beneficio);
  • Imposte = prelievi coattivi di denaro senza vincoli di destinazione (principio della capacità contributiva);
  • Contributi sociali = prelievi commisurati al reddito dei lavoratori dipendenti e autonomi finalizzati al finanziamento delle prestazioni sociali, es. pensioni.

Pressione tributaria = (imposte + tasse) / PIL

Pressione fiscale = (imposte + tasse + contributi) / PIL

Definiamo:

  • Dt = deficit/avanzo creato nell’anno t;
  • Gt = spesa pubblica primaria (= al netto degli interessi) nell’anno t;
  • Tt = entrate nette da tassazione (= entrate pubbliche al netto delle spese pubbliche per trasferimenti) nell’anno t;
  • Gt – Tt = disavanzo/avanzo primario nell’anno t;
  • Bt-1 = stock di debito pubblico alla fine dell’anno t−1;
  • it = tasso d’interesse riconosciuto ai finanziatori del debito pubblico nell’anno t;
  • itBt-1 = costo del debito pubblico nell’anno t o spesa pubblica per interessi (il pagamento degli interessi sul debito pubblico si considera posticipato);
  • Yt = PIL nell’anno t;
  • Yt = Yt-1(1+n);
  • n = tasso di crescita del PIL tale che;
  • gt = Gt/Yt;
  • tt = Tt/Yt;
  • bt = Bt/Yt;
  • D = Gt – Tt > 0.

In un ipotetico anno zero della finanza pubblica immaginiamo che: la presenza di un deficit crea la necessità di contrarre un debito che sarà gravato da interessi da pagare nei periodi successivi, B0 = D0 = G0 – T0, quindi in un generico periodo t successivo all’anno zero avremo: Dt = Gt – Tt + itBt-1 (identità contabile).

Anche questo deficit andrà coperto con ulteriore debito o con l’emissione di moneta, ma assumendo che il deficit non possa essere finanziato con l’emissione di moneta (l’accordo di Maastricht lo ha vietato per le conseguenze inflazionistiche): Dt = Bt – Bt-1.

Combinando le due equazioni si ottiene l’incremento dello stock di debito: Bt – Bt-1 = Gt – Tt + itBt-1.

Esprimendo tutte le grandezze in rapporto al PIL si ottiene il vincolo di bilancio dinamico dello Stato:

Bt/Yt = Gt/Yt – Tt/Yt + (1+it)Bt-1/Yt

bt = gt – tt + bt-1(1+it)/(1+n)

Quindi il rapporto debito/PIL in un determinato anno cresce:

  • Al crescere del disavanzo primario (gt – tt);
  • Al crescere del rapporto debito/PIL di partenza (bt-1);
  • Al crescere del tasso di interesse sul debito (i);
  • Al decrescere del tasso di crescita del PIL (n).

Dall’ultima equazione si ricava la variazione del rapporto debito/PIL:

bt – bt-1 = gt – tt + bt-1[(1+i)/(1+n) – 1]

bt – bt-1 = gt – tt + bt-1(i−n)/(1+n)

La stabilizzazione del rapporto debito/PIL nel tempo si ottiene quando: bt – bt-1 = 0, cioè attraverso un saldo primario pari a:

gt – tt = −bt-1(i−n)/(1+n)

In particolare, se il tasso d’interesse è superiore al tasso di crescita del PIL, la stabilizzazione può avvenire solo grazie a un saldo primario in rapporto al PIL in avanzo, altrimenti il rapporto debito/PIL cresce; mentre se il tasso di crescita del PIL è superiore al tasso d’interesse (condizione di sostenibilità), la stabilizzazione può essere realizzata anche con un saldo primario in rapporto al PIL in disavanzo.

L’avanzo primario necessario per stabilizzare il rapporto debito/PIL da un anno all’altro deve crescere:

  • Al crescere del rapporto debito/PIL di partenza (bt-1);
  • Al crescere del tasso di interesse sul debito (i);
  • Al decrescere del tasso di crescita del PIL (n).

Regole fiscali europee

L’Area euro ha stabilito delle regole fiscali per i paesi che ne fanno parte. Il Trattato di Maastricht del 1992 ha stabilito che il deficit pubblico ogni anno non debba superare il 3% del PIL e che il debito pubblico non debba eccedere il 60% del PIL. Tali regole sono state successivamente riviste:

  • I paesi devono porsi obiettivi di medio termine più ambiziosi; nel caso dell’Italia, una situazione di bilancio caratterizzata da un saldo strutturale vicino al pareggio;
  • In caso di recessione, l’effetto negativo del ciclo economico rende ammissibile un deficit pubblico che comunque non deve superare il tetto del 3%;
  • Ogni anno il rapporto debito/PIL deve essere ridotto di 1/20 dell’eccedenza rispetto al 60%, con una certa flessibilità.

Istruzione

In tutti i paesi avanzati l’istruzione è tra le più importanti voci di spesa pubblica. I risultati scolastici in Italia sono vicini alla media OCSE, ma altri paesi ottengono risultati simili (Francia o Repubblica Ceca) o anche migliori (Germania) spendendo meno; gli Stati Uniti spendono per alunno più di quasi tutti i paesi del mondo, ma i loro risultati scolastici sono al di sotto della media.

Perché lo Stato dovrebbe occuparsi di istruzione?

L’istruzione non è un bene pubblico puro, infatti è escludibile (le scuole private possono selezionare gli studenti) ed è in parte rivale (se la numerosità di una classe aumenta si può manifestare un deterioramento della qualità della didattica); rappresenta inoltre un esempio di bene posizionale (= beni la cui utilità a livello individuale dipende anche dal consumo che dello stesso bene fanno altri individui), poiché il vantaggio connesso al conseguimento di un elevato livello di istruzione è sostanzialmente circoscritto dal fatto che altri individui hanno ottenuto la stessa qualificazione.

Allo stesso tempo, essa genera diverse esternalità positive che potrebbero giustificare un coinvolgimento dello Stato nella sua fornitura:

  • Produttività spillover effect: un più elevato livello di istruzione raggiunto da un lavoratore può non solo incrementare la sua produttività, ma anche quella dei suoi compagni di lavoro, più esternalità fiscale (l’incremento di produttività aumenta i salari dei lavoratori, consentendo allo Stato di ottenere maggiore gettito dalle imposte);
  • Cittadinanza: l’istruzione può rendere i cittadini elettori più informati e attivi, migliorando la qualità del processo democratico; può inoltre ridurre la probabilità che le persone intraprendano attività criminali;
  • Fallimento del mercato del credito per l’istruzione: senza istruzione pubblica le famiglie povere dovrebbero indebitarsi per pagare l’istruzione dei loro figli, ma è improbabile che le banche concedano questo tipo di prestiti per l’assenza di garanzia (la banca non può rivalersi sul figlio in caso di mancato rimborso, né ha elementi per giudicare che il figlio sia davvero un buon investimento); gli Stati non forniscono prestiti per finanziare la scuola elementare e secondaria (cosa che fanno solo per l’istruzione universitaria), ma forniscono direttamente un livello fisso di istruzione pubblica gratuita;
  • Fallimento nella massimizzazione dell’utilità della famiglia: senza istruzione pubblica o con prestiti forniti dallo Stato, i genitori potrebbero scegliere un livello di istruzione non appropriato per i loro figli, perché dovrebbero comunque sostenere spese per attività scolastiche non coperte dal prestito e pagare gli interessi sul debito, e potrebbe tenere al loro consumo presente più che al reddito futuro dei figli;
  • Redistribuzione: l’istruzione è un bene normale (= la sua domanda cresce all’aumentare del reddito), perciò senza istruzione pubblica le famiglie più abbienti fornirebbero ai figli più istruzione, garantendo loro maggiori opportunità future; verrebbe quindi limitata la mobilità sociale (= possibilità per le persone povere di aumentare il proprio reddito), obiettivo dichiarato della maggior parte delle società democratiche.

Modalità di intervento dello Stato nell’istruzione

In teoria, ci sono due metodi per correggere le esternalità positive connesse all’istruzione:

  1. Meccanismo del prezzo: offrire agli studenti sconti sui costi dell’istruzione privata;
  2. Meccanismo della quantità: imporre per legge che gli individui raggiungano un certo livello di istruzione.

Istruzione pubblica gratuita e crowd-out

Nella realtà, i governi tendono invece a fornire un livello fisso di istruzione pubblica gratuita. Questo sistema può spiazzare (crowd-out) la fornitura di istruzione privata: senza scuole pubbliche gratuite alcuni genitori manderebbero i loro figli in scuole costose e di alta qualità, con le scuole pubbliche gratuite per alcune famiglie la qualità è minore ma il risparmio realizzato è consistente, quindi tali famiglie riducono il livello di spesa per l’istruzione.

Quando lo Stato introduce l’istruzione pubblica gratuita di una qualità che costa IG, la retta di bilancio passa da AFG (qualsiasi somma spesa per l’istruzione riduce il budget per l’acquisto di altri beni) a ACDF (gli individui possono spendere il loro intero budget in altri beni e comunque ottenere una spesa per istruzione IG; per ottenere un ammontare maggiore di spesa-qualità le famiglie devono rinunciare completamente all’istruzione pubblica).

Famiglie come X, che avevano scelto una scuola privata di bassa qualità, spostano la propria scelta al punto C, in corrispondenza di un livello più alto sia di istruzione che di spesa per altri beni. Famiglie come Z, che inizialmente avevano scelto una scuola privata di altissima qualità, mantengono la propria scelta perché desiderano un’istruzione di alta qualità. Famiglie come Y, che inizialmente avevano scelto una scuola privata di media qualità, tuttavia, si spostano sul punto C, riducendo un po’ la spesa per istruzione per incrementare nettamente il consumo di altri beni.

Se il gruppo Y è abbastanza grande relativamente al gruppo X, la spesa totale per istruzione e quindi la sua qualità potrebbe contrarsi in risposta all’introduzione dell’istruzione gratuita.

Risolvere il problema del crowd-out: i buoni scuola

Una soluzione del problema del crowd-out è l’uso dei buoni scuola o educational voucher = contributi di ammontare fisso assegnati dallo Stato alle famiglie con figli in età scolare, spendibili in ogni tipo di scuola, pubblica o privata; hanno quindi lo stesso effetto di un trasferimento in somma fissa con vincolo di destinazione, in quanto aumentano il reddito ma costringono la famiglia a spendere un ammontare minimo in istruzione.

I buoni scuola aboliscono il vantaggio finanziario detenuto dalle scuole pubbliche, ponendole al pari di quelle private. Quando lo Stato fornisce buoni scuola per un ammontare pari a IG, la retta di bilancio cambia da AF ad ACE (le famiglie hanno un ammontare da spendere in istruzione senza ridurre il resto dei propri consumi), portando tutte le famiglie ad incrementare la spesa per istruzione: famiglie come X spenderanno l’intero ammontare IG nella scuola pubblica spostandosi al punto C; famiglie come Z aumenteranno ulteriormente la loro spesa in istruzione privata e altri beni perché il buono scuola accresce il loro reddito; famiglie come Y non devono più rinunciare al sussidio pubblico per ottenere l’istruzione privata, quindi passeranno da un ammontare di spesa pubblica a un ammontare di istruzione privata più elevato e anche ad un consumo maggiore.

I sostenitori dei buoni scuola usano due argomenti a favore della proposta:

  • Sovranità del consumatore: i voucher permettono agli individui di far corrispondere il più possibile le scelte educative alle proprie preferenze, infatti senza buoni scuola l’ammontare del sussidio ricevuto dipende dalle scelte educative (istruzione pubblica gratuita o rinuncia al sussidio per istruzione privata);
  • Concorrenza: i voucher consentono al mercato dell’istruzione di beneficiare delle pressioni concorrenziali che rendono efficienti i mercati privati, infatti pongono scuole private e pubbliche sullo stesso piano.

In realtà, sulle scuole locali esiste già una pressione competitiva, attraverso il meccanismo di Tiebout, secondo il quale le famiglie “votano con i piedi”, cioè scelgono di risiedere nelle località che offrono una più desiderabile combinazione di imposte locali e fornitura di beni pubblici; nelle aree metropolitane che comprendono numerosi piccoli distretti scolastici, tale concorrenza inter-distrettuale è più forte, dal momento che è relativamente facile spostarsi da un distretto all’altro.

L’introduzione dei voucher ha quindi più effetto sull’efficienza nelle aree con pochi grandi distretti, dove l’effetto Tiebout funziona meno.

Il meccanismo di Tiebout non funziona perfettamente, in quanto le famiglie scelgono dove risiedere sulla base di valutazioni che non riguardano solo la qualità dell’istruzione, mantenendo però la possibilità di scegliere in quale scuola mandare i propri figli all’interno del comune scelto.

I problemi dei buoni scuola

Numerose considerazioni contro l’uso dei buoni scuola come mezzo per migliorare la qualità dell’istruzione:

  • Possono condurre a un’eccessiva specializzazione scolastica, poiché le scuole tenderanno ad adattarsi alle preferenze individuali cercando di attrarre particolari segmenti di mercato e trascurando elementi centrali dell’istruzione: si compromettono i benefici derivanti da un programma educativo comune, soprattutto a livello di scuole elementari, dove l’uniformità tra le scuole è alta (la libera scelta può invece portare vantaggi a livello di scuole superiori dove la differenziazione è elevata);
  • Possono aumentare la segregazione scolastica, minando l’integrazione sociale, perché gli studenti meno motivati e competenti finiranno nelle scuole di bassa qualità creando una separazione netta; i sostenitori affermano il contrario, poiché i buoni scuola permettono a studenti appartenenti a minoranze che hanno capacità e motivazione di scegliere una scuola migliore e uscire dalla segregazione imposta dalla scuola locale (uscire dal ghetto);
  • Possono costituire un uso inefficiente delle risorse pubbliche, infatti il costo totale per il settore pubblico aumenterebbe rispetto all’attuale metodo di finanziamento tramite le entrate fiscali, perché si accollerebbe la parte di costi delle scuole private attualmente pagata dalle famiglie: per famiglie di tipo X (rimangono nella scuola pubblica) e Y (passano all’istruzione privata ma ne pagano i costi extra) i costi per lo Stato non aumentano, ma per famiglie di tipo Z sì, infatti mentre prima erano queste a pagare l’istruzione privata, ora il settore pubblico si assume una parte del costo tramite il buono scuola distribuito, a fronte di un aumento molto piccolo del livello di istruzione. Il crowd-out della spesa privata per l’istruzione è stato ridotto per le famiglie di tipo Y, ma è stato introdotto per le famiglie di tipo Z, quindi se la numerosità relativa delle famiglie di tipo Z è alta, i buoni scuola risultano essere un uso inefficiente di fondi pubblici;
  • Possono costituire un uso iniquo delle risorse pubbliche, perché sono in parte destinati a famiglie ad alto reddito che mandano già i loro figli in scuole private (Z): si potrebbe differenziare il valore del buono scuola in funzione del reddito familiare, così da indirizzare le risorse verso gruppi che hanno maggior probabilità di usarle per accrescere il livello di istruzione (Y) e fornire alle scuole pubbliche a basso reddito risorse per incrementare i risultati scolastici di tutti gli studenti; in realtà dalla figura non emerge il discorso iniquità, poiché essa ipotizza che le famiglie siano eterogenee solo con riferimento alle preferenze, e non al reddito (tutte fronteggiano lo stesso vincolo di bilancio);
  • Deviazione dal paradigma di mercato perfettamente concorrenziale, infatti il mercato dell’istruzione può
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/03 Scienza delle finanze

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