Litterae Adherbalis in senatu recitatae, quarum sententia haec fuit: "Non mea culpa saepe ad vos oratum mitto, patres conscripti, sed vis Iugurthae subigit, quem tanta libido extinguendi me invasit, ut neque vos neque deos immortalis in animo habeat, sanguinem meum quam omnia malit. Itaque quintum iam mensem socius et amicus populi Romani armis obsessus teneor; neque mihi Micipsae patris mei beneficia neque vestra decreta auxiliantur; ferro an fame acrius urgear, incertus sum. Plura de Iugurtha scribere dehortatur me fortuna mea, et iam antea expertus sum parum fidei miseris esse; nisi tamen intellego illum supra quam ego sum petere neque simul amicitiam vestram et regnum meum sperare. Utrum grauius existimet, nemini occultum est.
Fu letta una lettera di Aderbale in Senato, il cui senso fu questo: -Non per colpa mia, o senatori, mando queste lettere per supplicarvi, ma la violenza di Giugurta mi ha costretto, che una tale sfrenatezza ha preso di uccidermi, che non ha rispetto né di voi né degli dei immortali, vuole piuttosto il mio sangue che qualsiasi altra cosa. Pertanto sono stretto d’assedio già da cinque mesi pur essendo io compagno e amico del popolo romano; e non mi sono d’aiuto né i benefici di mio padre a Giugurta né i vostri decreti; non so se sono oppresso più dalle armi o dalla fame. La mia condizione mi sconsiglia di scrivere più cose di Giugurta, e già da tempo ho sperimentato di quanta poca lealtà godono gli infelici; se non tuttavia io comprendo che quello vuole più di quello che io rappresento e non spera di avere contemporaneamente la vostra alleanza e il mio regno. È chiaro a tutti quale delle due io ritenga più importante.