Linguistica generale
Cap.1: Le lingue del mondo
Quante sono le lingue del mondo?
Molti sono i repertori che danno informazioni sulle lingue parlate nel mondo e tra questi il più citato è l’Ethnologue che viene aggiornato annualmente. La distribuzione delle lingue rispetto al numero di parlanti non è affatto omogenea: si va da lingue parlate da più di un miliardo di persone (come il cinese mandarino) a lingue parlate da appena una decina di persone (come il bundjalung australiano). Sono solo 8 le lingue con più di 100 milioni di parlanti nativi: cinese, spagnolo, inglese, hindi, bengalese, portoghese, russo e giapponese. L’italiano è la ventesima lingua più parlata al mondo con circa 62 milioni di parlanti.
Le lingue di grossa taglia vengono anche utilizzate come seconde lingue da parlanti non nativi, come l’inglese nel mondo occidentale e l’arabo in tutto il mondo islamico, per comunicare tra Stati linguisticamente molto diversi. Queste lingue sono definite transglottiche o superlingue. Accanto a queste vanno poi considerate le cosiddette lingue ufficiali, le quali servono da riferimento per la giustizia, la stampa, l’istruzione, la cultura e la scienza. In ciascun Stato si usano anche decine di altre lingue “minori”.
Lingue e geografia
Quasi i 2/3 delle lingue si trovano in Asia e in Africa, mentre l’Europa è il continente meno ricco di varietà linguistica. Un modo per calcolare la diversità linguistica di un’area consiste nel misurare la probabilità che due individui scelti a caso in un’area parlino la stessa lingua. Dove il clima consente una produzione alimentare continua durante l’anno, la popolazione risulta autosufficiente e quindi può frammentarsi in molte lingue; viceversa, dove le variazioni climatiche sono più ampie, diminuisce il numero di lingue a causa della necessità di comunicazione. Questo collegamento dei fattori climatici resta però un’ipotesi, mentre sembra più saldo il rapporto con la divergenza e la convergenza linguistica.
Per quanto riguarda la divergenza linguistica, basti pensare al Medioevo, quando la frammentazione dell’Impero Romano d’Occidente condusse alla frammentazione del latino. Nacquero così una molteplicità di altre lingue (le lingue maggiori sono portoghese, spagnolo, provenzale, francese, italiano, rumeno). Per quel che riguarda la convergenza linguistica si può far riferimento alla rivoluzione industriale, che ha promosso l’uso di lingue nazionali e ufficiali a discapito di quelle minori. L’italiano ha iniziato ad essere la lingua nativa di milioni di persone solo a partire dagli anni ‘50 proprio grazie all’industrializzazione.
Nei paesi di antica urbanizzazione la convergenza è un fenomeno ormai stabilito, e pertanto in Europa esistono progetti e politiche di salvaguardia delle lingue minori. Fino agli anni ‘50 gli italiani avevano come lingua nativa un dialetto, e utilizzavano l’italiano come seconda lingua. Si parla generalmente di dialetto per indicare una lingua, propria di un numero ristretto di parlanti, che convive con una lingua dagli usi più estesi. Non è possibile per un linguista esaminare la grammatica di una lingua e capire da essa se si tratta di una lingua o un dialetto. Una lingua ufficiale, tuttavia, utilizza più parole e può essere utilizzata per molte più funzioni rispetto ad un dialetto.
Lingue parlate, lingue scritte, lingue segnate
La scrittura non è indispensabile alla comunicazione linguistica; la capacità di leggere e scrivere infatti si perde facilmente, mentre quella di parlare si perde solo in caso di traumi o malattie. Il legame tra lingua e scrittura è un vincolo naturale, anche se le lingue prive di scrittura restano la maggioranza.
Un’altra lingua è quella dei segni, utilizzata dalle comunità di sordi: sono vere e proprie lingue dotate di regole, che vengono acquisite come lingue materne. Le lingue dei segni utilizzano segni di tipo simbolico e non iconico, cioè non imitano ciò che vogliono rappresentare. I segni sono costituiti da gesti articolati in uno spazio compreso tra il bacino e la testa del segnante.
Ogni segno sarà caratterizzato da:
- Luogo del corpo;
- Configurazione della mano;
- Orientamento della mano;
- Tipo di movimento.
I cheremi sono le unità minime che costituiscono gli elementi di base per poter costruire una qualsiasi frase utilizzando i segni. A differenza dei fonemi, i cheremi possono presentarsi simultaneamente.
Lingue vive e lingue morte
È difficile avere dati precisi sulle cosiddette lingue morte; abbiamo però una buona documentazione scritta di alcune lingue, come il latino e il greco antico. La nascita della linguistica è nata proprio dallo studio delle lingue morte, rivolgendosi a quelle viventi solo più tardi, e costituisce ancora una parte molto importante della linguistica storica, cioè lo studio dell’evoluzione delle lingue. Le lingue che vengono parlate da poche decine di abitanti, e che rischiano di estinguersi, sono chiamate lingue minacciate, e sono diverse centinaia. Molti governi stanno mettendo in atto politiche mirate ad evitare questa scomparsa.
La classificazione delle lingue
Si distinguono tradizionalmente due modi di classificare le lingue: la classificazione genealogica e quella tipologica. La classificazione genealogica distingue le lingue confrontandole tra loro per individuarne i tratti comuni e quindi vengono raggruppate in famiglie, gruppi e sottogruppi. L’italiano ad esempio appartiene al gruppo neolatino della famiglia linguistica indoeuropea, ed è imparentato col francese, lo spagnolo, il portoghese e il rumeno; l’inglese fa parte della famiglia indoeuropea ma è inserito nel gruppo germanico insieme al tedesco e al danese. Arabo ed ebraico, imparentate fra loro, sono lingue semitiche, cioè fanno parte di una famiglia diversa da quella indoeuropea.
La classificazione tipologica distingue le lingue in base alle loro caratteristiche interne, raggruppandole in tipi. Ad esempio, se consideriamo la tipologia morfologica possiamo raggruppare le lingue in un tipo fusivo, agglutinante o isolante. Se invece consideriamo la tipologia sintattica, classificheremo le lingue secondo l’ordine degli elementi che costituiscono la frase. Ad esempio l’italiano è una lingua SVO (soggetto-verbo-oggetto) mentre il turco è una lingua SOV, e ancora l’irlandese una lingua OSV. La tipologia fonologica studia le differenze tra i vari sistemi di suono delle lingue, distinguendo ad esempio le lingue che hanno l’accento fisso (come il francese che accentua sempre l’ultima sillaba) da quelle con l’accento variabile come l’italiano.
Si può adoperare un terzo criterio, cioè la classificazione areale. Si studiano cioè le caratteristiche comuni che quelle lingue non imparentate ma coesistenti nello stesso spazio geografico hanno sviluppato nel corso dei secoli. Un gruppo di lingue che si trova in queste condizioni è chiamato lega balcanica. Attenzione: un conto è parlare di lingue balcaniche nel senso di “lingue che si trovano nei Balcani”, un altro è parlare di lega balcanica.
Definizione provvisoria di “lingua”
Come base di lavoro definiamo lingua ciascuno dei sistemi simbolici attraverso i quali gli appartenenti alle società umane comunicano le proprie conoscenze e i propri pensieri. Alcune definizioni che caratterizzano la lingua sono:
- Le lingue sono trasmesse per via culturale e non ereditate biologicamente. Sassure parlava di una facoltà di linguaggio posseduta da ogni umano fin dalla nascita che gli consente di acquisire in maniera naturale la lingua materna. La facoltà di linguaggio fa dunque parte del nostro corredo biologico, ma le lingue che si acquisiscono grazie a questo dipendono dall’ambiente in cui è inserito il bambino.
- Le lingue sono proprie della specie umana. Anche gli animali possiedono specifiche forme di comunicazione e la disciplina che le studia è la zoosemiotica. Per quanto ci è noto però nessuna specie animale ha sviluppato lingue.
- Le lingue sono diverse da comunità a comunità. Come mai non esiste una lingua unica per tutti gli umani? Ciò è dettato dall’arbitrarietà dei segni linguistici. Essa è la proprietà che permette di riferirsi alla stessa realtà tramite segni diversi. Poniamo l’esempio della parola “passero” che può essere espressa anche come sparrow, moineau, gorrion. Questo significa che il nesso tra una realtà e la sua espressione linguistica è di tipo culturale. Questa arbitrarietà riguarda anche le strutture sintattiche e grammaticali delle lingue. La definizione di lingua presenta però una debolezza teorica, poiché sarebbe lingua il codice usato da una comunità, e comunità il gruppo accomunato da una lingua.
- Le lingue sono diverse da individuo a individuo. Non esistono infatti due persone le cui rispettive lingue individuali (idioletti) non presentino differenze anche minime tra loro- Noam Chomsky.
Cosa studia la linguistica?
Non c’è dubbio che la linguistica studi le lingue, ma esse possono essere studiate in molti modi e per molti fini. Ciò che distingue il linguista è il fatto che egli studia le lingue in sé per sé. Le lingue sono l’oggetto della linguistica, il suo fine. Le lingue però non sono osservabili direttamente, e gli strumenti del linguista sono da una parte i loro prodotti, cioè i testi orali e scritti, e dall’altra i giudizi che i parlanti danno su questi testi. Ciascuno di noi infatti è in grado di giudicare più o meno accettabile un testo che ha appena letto, sentito o prodotto. Scoprire in che modo le lingue funzionino e in che modo permettano agli umani di produrre e comprendere testi è insomma lo scopo della linguistica generale.
Cap.2: Lingue e segni: alcuni concetti di base
Il segno
Le lingue sono sistemi di segni vocali o gestuali e sono composti da una parte sensibile, cioè percepibile attraverso i sensi e di una parte che invece è di natura mentale, che è il rinvio ad un oggetto, non l’oggetto in sé. Dunque il segno è un'entità costituita di un’espressione e un contenuto. Chiameremo espressione la parte sensibile del segno e contenuto la parte concettuale.
Distinguiamo tre tipi di segni:
- Gli indici sono segni in cui l’espressione e il contenuto sono legati da un rapporto di origine naturale e di tipo causale, e non sono prodotti volontariamente:
| Espressione | Contenuto |
|---|---|
| cielo grigio | temporale in arrivo |
Perché l’espressione di un indice acquisisca valore segnico è necessario che sia interpretata da un ricevente. La base del segno sarà formata da quelle caratteristiche dell’oggetto che sono considerate significative per un determinato ricevente.
- Le icone sono segni che rinviano a un oggetto per analogia, in virtù di una somiglianza con esso; si tratta di segni prodotti volontariamente, con l’intento di comunicare qualcosa: ‘attenzione lavori in corso’. Esistono icone anche nelle lingue come le onomatopee o gli ideofoni.
- Nei simboli invece il rapporto tra espressione e contenuto è garantito da una tradizione culturale a cui parteciperanno sia l’emittente che il destinatario del segno. Prendiamo come esempio il simbolo dell’islam: il contenuto di questa espressione non può essere intuita da chi già non lo conosca. Seguendo una definizione di Saussure diremo che nei simboli il rapporto tra espressione e contenuto è arbitrario. La lingua italiana è un determinato sistema simbolico a cui partecipano solo i parlanti della nostra lingua. Per chi non la conosce, il suono che costituisce l’espressione delle parole italiane non rimanda ad alcun contenuto. È normale che all’interno di un singolo segno coesistano icone e simboli.
La quadripartizione del segno
Il linguista danese Hjelmslev ha distinto nel segno linguistico non solo i piani dell'espressione e del contenuto, ma anche all’interno di ciascun piano, due strati diversi, la sostanza e la forma.
| Espressione | Contenuto |
|---|---|
| Forma | significanti, fonemi |
| Sostanza | suoni, foni prodotti e percepiti |
| Forma | significati, accezioni |
| Sostanza | senso in un determinato contesto |
Lo strato della sostanza dell’espressione è costituito dai concreti suoni linguistici che produciamo fisicamente quando diciamo una parola, ed essi sono detti tecnicamente foni; lo strato della forma dell’espressione è costituito dai fonemi che formano le parole.
Lo strato della sostanza del contenuto è costituito dal senso di una certa espressione nel contesto in cui viene usata; lo strato della forma del contenuto è costituito dal significato astratto che ha, in una determinata lingua, una sequenza di fonemi usata come espressione.
Per materia dell’espressione intendiamo il supporto fisico attraverso il quale si realizza un atto comunicativo, quindi per la linguistica orale tutto ciò che si può pronunciare e udire, per la linguistica scritta i tratti delle grafie, e per la linguistica segnata il corpo. Per materia del contenuto intendiamo invece l’insieme delle esperienze e dei saperi umani.
L'arbitrarietà
Si possono distinguere vari tipi di arbitrarietà:
- L’arbitrarietà assoluta è l’assenza di ragioni che facciano sì che un determinato segno sia così com’è. L’esistenza di lingue diverse ne è la dimostrazione migliore;
- L’arbitrarietà formale consiste nel fatto che, nonostante gli esseri umani dispongano di un medesimo apparato fonatorio ed uditivo, i sistemi di suoni delle lingue umane sono diversissimi. In italiano ad esempio la lunghezza di una consonante ci consente di differenziare da sola due parole “fumo, fummo”. In inglese invece la differenza di lunghezza vocalica distingue due parole diverse “fool, full”;
- L’arbitrarietà semantica consiste nel fatto che ciascuna lingua ritaglia la materia del contenuto formandola in maniera propria.
Le lingue si differenziano tra loro poiché la sostanza del contenuto si organizza in significati in modo arbitrario, diverso da lingua a lingua. Tuttavia una lingua nella quale il principio di arbitrarietà vigesse, non potrebbe funzionare. In una lingua del genere infatti le parole sarebbero prive di qualsiasi collegamento e i parlanti dovrebbero impararle a memoria, senza poterle raggruppare secondo somiglianze di suono o senso. Vi sono segni completamente arbitrari, in quanto immotivati nel legame tra espressione e contenuto come “benzina, giornale”. Accanto ad essi vi sono segni che chiameremo motivati: se conosco il significato di “benzina” e “giornale” potrò intuire il significato di “benzinaio” e “giornalaio” pur sentendo queste parole per la prima volta.
Definiamo quindi motivazione la relazione tra i componenti riconoscibili nell’espressione di un segno e i rispettivi componenti del contenuto. Quanto più è forte questa relazione più il segno si dice motivato. I principali criteri per valutare la motivazione sono la trasparenza e la diagrammaticità:
- Un segno è tanto più trasparente quanto più è facile riconoscere i suoi componenti sul piano dell’espressione, e quanto è più facile assegnare loro un significato sul piano del contenuto. Exp. rispetto all’espressione è più trasparente creazione (creare) rispetto a pressione (premere), mentre sul piano del contenuto è più trasparente accendisigari di accendino poiché la prima espressione ne fa intuire meglio il significato;
- Un segno è più diagrammatico quanto è più facile mettere in relazione i componenti della sua espressione con i rispettivi componenti del contenuto. Ad esempio un plurale come cani è più diagrammatico di uno come radio poiché nel primo caso si può individuare quale parte del significante porti il significato di plurale can-i.
Esistono anche procedimenti di tipo iconico come quello del raddoppiamento. Ad esempio in italiano si può usare per formare il superlativo di alcuni aggettivi: grande “grandissimo” piano “pianissimo”. In napoletano, il raddoppiamento serve a precisare il contenuto di alcuni avverbi di tempo: mò “adesso” mommò “proprio adesso”.
Lingua e parole, competenza ed esecuzione
In termini saussuriani definiamo parole i concreti atti del parlare, e lingua il sistema linguistico astratto che permette a quegli atti di funzionare. Senza lingua non esisterebbe la parole, e senza parole non esisterebbe la lingua. A questa distinzione si sovrappone solo in parte quella di Chomsky, tra competenza ed esecuzione:
- Per competenza s’intende la conoscenza delle regole della lingua, che ogni parlante ha acquisito della propria lingua madre. Essa non va confusa con la conoscenza grammaticale che consiste nella conoscenza delle regole che permettono di adeguare gli enunciati ai vari contesti.
- L’esecuzione che può essere definita come l’effettiva produzione di enunciati concreti.
La doppia articolazione del segno
L’inventario dei segni deve essere composto da entità individuali, con le quali è poi possibile costruire entità di livello superiore.
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