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Prima parte

I brani analizzati in questa prima parte riguardano la storia del ‘900 e i suoi eventi più importanti: dall’ascesa di Hitler alla nomina di cancelliere nel 1933 alla seconda guerra mondiale, dalla fine della guerra all’inizio della guerra fredda.

1. “1933”, Günter Grass

Grass nasce a Danzica. Scopo delle sue opere è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica dei tedeschi in merito agli avvenimenti del suo tempo. La prosa fa parte della raccolta “Il mio secolo” nella quale sono presenti 100 brevi brani, uno per ogni anno del suo, appunto, secolo; dal 1900 al 1999 sintetizza quindi gli eventi storici, culturali e anche sportivi di questo secolo.

In “1933” Grass racconta la giornata in cui Hitler venne nominato cancelliere. Immagina un personaggio, il narratore della storia, che insieme al suo assistente Bernd si trova nella galleria d’arte del loro maestro Max Liebermann, uno dei massimi esponenti dell’Impressionismo tedesco. Mentre mangiano sentono alla radio la notizia e si preoccupano. Nessuno poteva prevedere cosa sarebbe successo di lì a poco tempo ma c’erano già dei sentori.

Il narratore si preoccupa specialmente dei quadri di Liebermann che dovranno subito essere trasferiti a causa delle origini ebraiche del pittore. Riferimento a Hitler chiamato “imbianchino”, un artista da quattro soldi: fece domanda per entrare nell’accademia pittorica di Monaco ma venne rifiutato.

Il protagonista così arriva presso il palazzo del maestro che si trova proprio di fronte al luogo dove si sta svolgendo la parata di Hitler. Si sente “scosso” da questa manifestazione, quasi invaghito, ma solo per un attimo. Grass sceglie Liebermann come rappresentante di una generazione ormai passata, che ha vissuto gli anni di Weimar, tra fine ‘800 e inizio ‘900, fino ai primi tentativi di ricomposizione dell’unità nazionale.

Liebermann sta osservando tutto ciò dal tetto del palazzo con sua moglie. Ormai il suo e quel tempo è finito perché ora è arrivato Hitler.

2. “Fratello Hitler”, Thomas Mann

Mann adotta un criterio diverso da Grass. Per cercare di descrivere questo personaggio maligno si serve dell’ironia, che risiede anche nel fatto di chiamare questo suo discorso Fratello Hitler. Ci troviamo nel 1938, l’Austria è stata annessa al Reich tedesco ma il testo verrà pubblicato soltanto un anno dopo.

Hitler non è stato altro che un “genio del male”, un “artista degenerato”, di nuovo il riferimento al rifiuto dell’Accademia delle belle arti, che ha imparato la politica quindi in un secondo momento, riferimento al Mein Kampf. Tuttavia il popolo rimane affascinato da questo personaggio, in quanto richiede una buona dose di fede e di consenso.

Ciò che si sta affermando ora è istintività e irrazionalità, la stessa che Mann osserva nella popolazione del Bali: gli abitanti di quel luogo sembrano in preda a una danza estatica ma per Mann tra questa e ciò che sta succedendo in Europa non c’è nessuna differenza. Nel testo c’è anche un riferimento a Freud, il padre della psicoanalisi che è al tempo stesso colui il quale è in grado di smascherare questo genio del male incarnato da Hitler.

È possibile fare un parallelismo tra questo testo e un’altra opera di Mann: “Mario und der Zauberer” (Mario e il Mago). Uscito nel 1929, è un racconto ambientato nell’Italia del fascismo che sembra attraversato dallo strano torpore che suscita il Mago Cipolla, personificazione di Mussolini.

Una delle sue vittime è Mario. Ma grazie alla sua ribellione riesce a liberarsi dalle sue grinfie, metafora della riappropriazione della propria identità in un mondo sempre più legato dal conformismo.

3. “1938”, Günter Grass

Altra prosa tratta da “Il mio secolo”. Il testo è ambientato nella classe di una scuola elementare ed è raccontato da un’alunna del professore di storia Hösle. Realmente ci troviamo nel 9 novembre 1989, data emblematica in cui inizia la caduta del Muro di Berlino.

Ma il professore non vuole soffermarsi su quest’evento, bensì su un altro sempre avvenuto un 9 novembre, ma di 51 anni fa, nel 1938: giornata nella quale avvenne il primo vero e proprio pogrom verso gli Ebrei, la “Notte dei Cristalli” (Reichskristallnacht). L’insegnante ribadisce quanto sia importante, più del celebrare, il ricordare cosa sia successo.

I bambini non capiscono perché il loro professore ripeta ogni giorno questa storia e così anche il padre della bambina narratrice, il tedesco medio: chiede al professore perché almeno ora che ce n’è un motivo non sia possibile festeggiare. Il professore ricorda quindi un nuovo avvenimento, avvenuto sempre nel 1938 ma nella loro cittadina di Esslingen, nell’orfanotrofio israelita di Wilhelmspflege: vennero bruciati senza alcun motivo libri della cultura ebraica, con la differenza che anche i bambini di quel tempo avevano paura di essere bruciati.

I bambini rimangono stupiti: non sapevano niente di questa storia, ciò dimostra quindi l’omertà dei genitori, tutti rimasero a bocca aperta senza dire nulla.

Ora i bambini sono preoccupati: non vogliono che il loro amico Yasir venga rispedito in Turchia. Scrivono quindi una lettera al sindaco ma non menzionano nulla riguardo l’evento successo nell’orfanotrofio.

4. “I campi di concentramento tedeschi”, Thomas Mann

Discorso di Mann pronunciato in una trasmissione radiofonica nel 1945 in seguito alla liberazione del campo di Buchenwald in seguito all’intervento delle forze armate.

Soltanto in questo momento si è riusciti a far fronte al problema di Hitler, con l’intervento di forze esterne. Per questo motivo Mann invita il popolo tedesco a rendersi conto della gravità di quanto accaduto, lasciare l’omertà e prendere finalmente una posizione dopo 12 anni di regime. La Germania è diventata il simbolo del Male e ora questo è agli occhi di tutto il mondo.

Mann esorta i tedeschi a non lasciarsi influenzare da personaggi come il vescovo Galen: gli stranieri che stanno liberando il nostro paese adesso non sono i nostri nemici, anzi, sono i nostri salvatori. Adesso dobbiamo prenderci le nostre responsabilità e ricostruire l’idea originaria della cultura germanica, libera.

5. “Fuga sul tema della morte” (Todesfuge), Paul Celan

Celan, poeta rumeno di origine ebraica, si trova nel contesto della Mitteleuropa. In quanto poeta ebraico in lingua tedesca si trova a dover usare la lingua dei suoi carnefici.

Nella poesia è presente la sua esperienza nei campi di lavoro, ed è stata scritta negli ultimi mesi del conflitto mondiale.

Per parlare della morte usa un tipo di componimento molto usato in musica da artisti come Bach, la fuga. Anche in letteratura la fuga risponde a un ritmo incalzante: le stesse frasi vengono ripetute sia totalmente sia parzialmente con l’aggiunta man mano di nuovi elementi. Tutti questi tempi si accavallano poi nella chiusa dove si sovrappongono, per una sintesi estremamente stilizzata. La poesia fa parte del ciclo “Mohn und Gedächtnis” (papavero e memoria).

La poesia descrive in maniera molto cruda la dura realtà dei campi di concentramento. La situazione è quella di un campo nel quale i prigionieri ebrei sono costretti a ballare, cantare, scavarsi la fossa, o dirigersi verso i forni crematori.

L’altro tema è il carceriere tedesco di razza ariana che esce dalla sua casa dove scrive lettere alla sua Margarete e gioca con i serpenti per uscire fuori a torturare i prigionieri. Importanza di sottolineare l’appartenenza alla razza ariana, lui ha gli occhi blu e lei è bionda; ma alla figura di Margarete si oppone quella di Sulamith, riferimento al Cantico dei cantici, i cui capelli però sono del colore della cenere.

Da un punto di vista stilistico i versi hanno tutti una lunghezza irregolare ed è molto frequente l’uso dell’ossimoro “latte nero” che sottolinea l’esperienza atroce della privazione del cibo e dei primi beni necessari.

In questo quadro s’inserisce il verdetto del poeta Adorno: dopo Auschwitz scrivere poesia è un atto barbarico.

6. L.T.I. La lingua del Terzo Reich – Viktor Klemperer

Klemperer è stato un intellettuale e un filologo romanzo tedesco di origine ebraica, che, in quanto marito di donna ariana apparteneva a una codificazione intermedia tra l’essere ebreo e ariano. Tuttavia viene destituito della cattedra universitaria, gli viene vietato l’ingresso nei luoghi pubblici come le biblioteche e viene portato in una “Judenhaus”.

Totalmente disgustato dalle idee totalitarie e violente del regime hitleriano, dopo la guerra sente la necessità di raccogliere i suoi appunti e scrivere un’opera che racconti e spieghi in che modo questo regime abbia usato e modificato la lingua tedesca e tutti i suoi aspetti mediatici per fini propagandistici, ossia fanatizzare e controllare il popolo.

L.T.I. è una sigla che sta per “Lingua tertii imperi” (lingua del Terzo Reich). Nei vari capitoli che abbiamo letto elenca man mano gli aspetti e le caratteristiche più importanti di questa lingua e ideologia.

6.1 Prefazione

Klemperer fa una considerazione sul concetto di eroismo e osserva come questa parola durante il regime nazista abbia totalmente cambiato il suo significato. Dal punto di vista della narrazione K. sta parlando con alcuni giovani che appartenevano alla FDJ (Freie Deutsche Jugend) e apprende come per questi sia difficile pensare di nuovo in maniera normale, dopo essere stati vittime del “lavaggio del cervello” del regime.

Per Hitler infatti eroe era colui il quale confinava la sua virtù nella forza e nell’aspetto fisico. I primi ad essere stati chiamati “eroi” erano le sue SA (Sturmabteilungen, truppe d’assalto). Il fatto che per 12 anni si sia associata l’idea di eroismo alla guerra ha permesso anche la creazione di nuovi termini, ad esempio kämpferisch e non kriegerisch.

Ma uno studente del gruppo chiede a K. perché non si sarebbe dovuto parlare di eroismo in un periodo di guerra come quello. L’intellettuale risponde che il vero eroismo non era quello, e che proprio durante la guerra esisteva il vero eroismo, ma nessuno se n’è mai reso conto.

K. individua due esempi: i deportati nei campi di concentramento, sottoposti a torture inimmaginabili, si attaccavano all’unica speranza che un giorno, in un modo o nell’altro, il loro nome sarebbe risorto dalla tomba; e le mogli ariane di mariti ebrei, torturate ed umiliate dalla società, erano indotte anch’esse più e più volte al suicidio per via dei sussidi alimentari ridotti, ma erano anche sicure che la loro morte avrebbe causato inevitabilmente quella del loro marito.

In conclusione, K. osserva che Hitler ha sempre parlato di eroismo, anche quando ormai la disfatta delle sue truppe era ormai inevitabile: le nostre truppe che combatterono eroicamente.

6.2 L.T.I.

Riferimenti biografici. K. sottolinea l’importanza di questi suoi scritti anche perché gli servivano per restare calmo e non lasciarsi andare in quegli anni molto difficili. K. ha odiato questa lingua e tutte le sue manifestazioni nella maniera più assoluta, tanto che ne evitava ogni incontro all’interno della società.

La totalità della L.T.I. non può essere spiegata: il suo attaccamento nelle menti del popolo tedesco non è stato dovuto tanto ai discorsi di Hitler o di Goebbels bensì alle ripetizioni infinite delle stesse parole e degli stessi concetti: che come piccole dosi d’arsenico all’inizio non provocano nessun effetto ma che a lungo termine si dimostrano fatali. Ha asservito la lingua tedesca al suo spaventoso sistema.

6.3 Caratteristica fondamentale: povertà

La L.T.I. è una lingua di un’estrema povertà che da lingua di un gruppo divenne lingua di un popolo intero, impossessandosi di tutti gli aspetti della vita quotidiana.

Questa lingua è povera perché costrinse all’uniformità (Gleichschaltung) che per gli scrittori si traduceva in censura: essi infatti potevano scrivere soltanto se erano iscritti alla camera degli scrittori (Reichschriftumskammer). Pochi singoli, tra i quali Goebbels, fornivano alla comunità il modello linguistico valido. E al tempo stesso Hitler appariva come una divinità muta. Ma la L.T.I. è una lingua povera anche perché mentre tutte le altre lingue svolgono molteplici funzioni questa serve soltanto alla condanna, al fine di fanatizzare la massa.

6.4 Dieci anni di fascismo

K. osserva il film “Dieci anni di fascismo” nel 1932 a Napoli e rimane emotivamente colpito dalla dialettica di Mussolini. Ciò che è importante sia a Hitler sia a Mussolini è che il capo sia letteralmente a diretto contatto col popolo: la stessa idea del filosofo Rousseau, per il quale lo statista era l’uomo che parla al popolo nella piazza del mercato.

Ma di colpo coi totalitarismi cambia anche la natura del discorso che diventa “volkstümlich”, demagogia. Distinzione che K. osserva anche nella cultura latina tra l’oratore, chi cerca di convincere il popolo con la parola e l’onestà, e il retore, chi usa inutili paroloni per annebbiare la ragione.

La cultura tedesca ha avuto indubbiamente degli oratori, Lutero, ma adesso Hitler e Mussolini sono semplici retori. Quattro mesi dopo K. ascolta per la prima volta Hitler e nota una grande differenza con Mussolini: mentre quest’ultimo nel parlare può appoggiarsi alla sonorità dell’italiano Hitler si lascia andare a smorfie spasmodiche le quali in qualche modo suggestionano il popolo. Questa retorica quindi è penetrata nella lingua e nella cultura tedesca.

6.5 Fanatico

K. osserva che questa parola presso gli illuministi aveva un significato diverso: fanatico era colui il quale si trovava in una condizione spasmodica di estasi e che quindi andava contro l’idea razionale. Questa parola è approdata quindi in tedesco trasformandosi in Fanatismus, ma che rappresenta un significato completamente diverso perché non può essere reso in altri modi: “eifern” è un perseguire con ardore; “Besessenheit” è l’ossessione; “Schwärmer” è l’appassionato. Per questo motivo fanatisch e Fanatismus indicano una forte negatività che però, a causa del suo uso co

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/13 Letteratura tedesca

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