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Concetti Chiave

  • Don Abbondio è un curato timoroso e opportunista, che evita i conflitti e si sottomette ai potenti, rappresentando il Clero Secolare corrotto.
  • La sua scelta di diventare sacerdote è motivata dalla convenienza e dalla paura, piuttosto che da una vera vocazione, rivelando un carattere debole ed egoista.
  • Fra Cristoforo, in contrasto, è un frate caritatevole e combattivo, che ha scelto la vita ecclesiastica per espiare una colpa, dedicandosi a proteggere i deboli e gli oppressi.
  • Il passato nobile di Fra Cristoforo lo porta a combattere le ingiustizie con coraggio, utilizzando la forza delle parole e la sua fede, senza temere i potenti.
  • Il contrasto tra Don Abbondio e Fra Cristoforo evidenzia la differenza tra l'egoismo e la forza morale: il primo evita le responsabilità, mentre il secondo affronta le sfide con dignità e determinazione.

Personaggi religiosi nel romanzo

Fra i numerosi personaggi che compongono il romanzo “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, hanno un ruolo fondamentale quelli religiosi, che sono, in ordine di apparizione: Don Abbondio, Fra Galdino, Fra Cristoforo, la monaca di Monza e il cardinale Borromeo.

In questa lezione, prenderemo in esame due di loro, il timoroso Don Abbondio e il complesso e ribelle Fra Cristoforo, mettendo a confronto la situazione sociale, i motivi che li hanno spinti alla vita sacerdotale, la personalità e il rapporto con la società.

Don Abbondio: un curato timoroso

Don Abbondio era il curato di Pescarenico, una località nei pressi di Lecco che sorgeva a sinistra dell’Adda. Egli è il primo personaggio emblematico che compare nel romanzo, di cui l’autore non ci offre né una descrizione fisica né psicologica, ma lo mette direttamente in azione, delineandone i tratti della sua personalità attraverso i suoi comportamenti. Sin dall’inizio appare come un uomo tranquillo, metodico e abitudinario, come dimostrano i suoi gesti, ad esempio leggere il breviario, chiuderlo tenendo il segno con la mano destra, buttare col piede i sassolini verso i margini della strada, guardare il tabernacolo; inoltre legge passivamente, in modo meccanico e disinteressato e non si cura del particolare paesaggio che lo circonda, come i monti e il tramonto, ma li fissa con uno sguardo assente. Da questo emerge un sentimento egoistico, di interessamento solo a se stesso, e non a ciò che gli sta intorno, che tuttavia dovrebbe ammirare. A partire dal 211 rigo, ovvero dall’entrata in scena dei bravi, Manzoni ci descrive ironicamente i suoi pensieri alla vista dei due malviventi e soprattutto all’accorgersi che stavano aspettando proprio lui. Subito cerca con gli occhi una stradina di fuga o se ci sia qualche passante, ma appena si accorge di essere completamente solo e di non poterli evitare, decide di andar loro incontro, esordendo con un “Cosa comanda”, una formula di cortesia di quel tempo con la quale sottintende di essere pronto all’obbedienza, anche se così facendo si sottrae ai suoi doveri di sacerdote di combattere il male, la violenza e l’ingiustizia esercitata dai potenti, a favore del bene. Per comprendere meglio questo suo comportamento il narratore ci documenta sul passato di Don Abbondio, affermando che egli “non era un cuor di leone”, anzi era piuttosto pauroso e mancante di carattere, e la scelta di farsi prete non era stata dettata da una forte vocazione, ma piuttosto dall’insistenza dei parenti e dalla convinzione che la carriera ecclesiastica rappresentava la via più sicura e comoda per tirarsi fuori della corrotta e violenta società del tempo, senza dover lottare per sopravvivere, in quanto lui era debole e fragile, come “un vaso di terracotta in mezzo a molti vasi di ferro”. I suoi doveri religiosi vengono quindi esercitati uniformandosi a questo principio: non urtare nessuno, in particolare i più potenti, calmando le reazioni degli oppressi, e attenuando i contrasti senza alcun riguardo alla giustizia e soprattutto senza esporre mai se stesso. Don Abbondio, infatti, davanti all’intimazione dei bravi, non difende i due poveri giovani, ma anzi scarica tutta la responsabilità su di loro, definendoli “ragazzacci che, per non saper che fare, s’innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico dei travagli in che mettono un povero galantuomo”.

Da vittima si trasforma però in prepotente quando, il giorno del matrimonio, cerca di raggirare Renzo sfruttando l’ignoranza del ragazzo, dimostrandosi così subdolo e speculatore, aggettivi che certo non si addicono ad un sacerdote.

Egli è dunque un personaggio debole ed egoista, un anti-eroe che ha conseguito l’ordine religioso per convenienza, usandolo per proteggersi dalle prepotenze, e che è disposto a scendere a patti con i violenti o, peggio, a schierarsi dalla loro parte, al posto di difendere i deboli e gli oppressi. È il simbolo del Clero Secolare, corrotto e materialista.

Fra Cristoforo: un frate combattivo

Tutt’altro che corrotto è un altro uomo della chiesa, Fra Cristoforo, che entra in scena nel IV capitolo, mentre si avvia verso la povera casa di Lucia. Il Manzoni ci presenta quindi il personaggio attraverso un flash back, per ricostruire, fin dal suo passato, la storia del frate e sottolineare meglio il suo carattere caritatevole, ma anche combattivo.

Il passato di Fra Cristoforo

Il padre di Ludovico, è questo il nome di battesimo di Fra Cristoforo, era mercante che, divenuto ricco, smise di lavorare e cominciò a disprezzare quel mestiere che ormai non si addiceva più alla sua nuova condizione economica. Educò il suo unico figlio, Ludovico, come un nobile, al quale riuscì del tutto naturale dimenticare le sue origini, ma mentre da un lato desiderava potere e ammirazione da tutti i più nobili, dall’altro disprezzava la disonestà e la prepotenza verso i più deboli, così spesso si ritrovava a prendere le difese di un oppresso: dimostrandosi già da giovane giusto e generoso. La sua decisione di farsi frate fu la conseguenza di un tragico evento: mentre camminava accompagnato dal suo servo, di nome Cristoforo, si imbatté in un arrogante signore. Un piccolo disaccordo su chi doveva avere la precedenza nel passaggio, si tramutò per Ludovico in un espediente per poter rivendicare la dignità della sua casta “inferiore”. Scesero quindi alle armi, ma mentre il nobile mirava ad uccidere Ludovico, questi, generoso di natura, tentava solamente di disarmare l’avversario. La morte del suo servo, intervenuto per difenderlo, fece esplodere la sua ira, che finì con l’uccidere il signorotto. Di qui la sua decisione di farsi frate, per espiare la sua colpa, che la scelta del nome Cristoforo gli avrebbe ricordato per sempre. Donò quindi tutti i suoi averi alla famiglia del servo ucciso e intraprese la strada del sacerdozio.

La conversione di Fra Cristoforo

Alcuni giorni dopo si recò a chiedere il perdono ai parenti dell’uomo ucciso e in questa occasione riuscì a superare una delle prove più difficili della sua vita, riuscì infatti a sconfiggere il suo orgoglio che, per molti anni, era stato alla base della sua esistenza. Con il suo gesto di profonda umanità sconfisse la vanità del secolo, rappresentata dalla folla di nobili, che, commossa, sembrò acclamarlo. Il frate rifiutò tutto questo, che non si addiceva più alla sua nuova condizione, oltre al fatto che non era nemmeno cosciente della bellezza del gesto che stava compiendo: quel che predominava in lui era la dolorosa consapevolezza della colpa, che non lo soffocava, perché il miracolo della conversione aveva dato un nuovo significato ad ogni suo gesto: la sua vita sarà infatti d'ora in poi un tentativo di riparazione di quel fatto che ha portato all'uccisione di due uomini, rispettando i suoi doveri di sacerdote, ma senza rinunciare alla sua indole: continuerà a proteggere i deboli e gli oppressi senza mai usare la violenza, ma la forza delle parole, dettata dalla sua fede in Cristo. Questi particolari tratti del suo carattere sono testimoniati fin dalla sua entrata in scena nel IV capitolo. Anche qui il personaggio è accostato al paesaggio circostante, ma, mentre nel primo capitolo appare sereno, in pace, proprio come il curato, nel quarto emerge la situazione tragica della popolazione, lacerata dalle malattie e dalla povertà, in cui lo stesso Fra Cristoforo vive in modo da essere maggiormente vicino ai più bisognosi non solo di un sostegno morale, ma anche economico. È per questo che, quando il frate passa tra la gente, tutti gli accennano un inchino di ringraziamento per l’elemosina che ricevono dal convento e perché hanno fiducia e speranza in quell’uomo così buono e attivo. Al contrario del curato, egli ha una personalità molto complessa, derivata soprattutto dal suo passato di nobile e dal suo cammino di esperienza nella società; egli è in costante combattimento interiore con alcuni sentimenti di superiorità e distacco, che però riesce a sopprimere riconducendosi all’umiltà, alla sottomissione e al controllo. Quando, ad esempio, viene coinvolto, al palazzo di don Rodrigo, nei discorsi dei signori presenti, non perde mai il controllo e risponde con voce umile e dimessa alle loro provocazioni sul suo passato. Il gesto di recarsi da Don Rodrigo per tentare di dissuaderlo dai suoi propositi, evidenzia ancora una volta il suo spirito combattivo e ribelle di fronte alle ingiustizie e alla violenza, che l’ha portato all’omicidio; non ha, come Don Abbondio, paura dei potenti, non si lascia intimidire dalle minacce, ed è disposto a rischiare tutto, compresa la usa vita, in nome della giustizia e dell’amore per il prossimo. Nella sua figura sono racchiusi i più alti messaggi cristiani: amore, fratellanza, perdono alle offese, senza alcuna distinzione sociale. In conclusione, possiamo affermare che Don Abbondio è la sana ironia così abituale in Manzoni, che è segno di accoglienza ed abbraccio della fragilità umana in una compassione che ricorda che siamo tutti fratelli.

Contrasto tra Don Abbondio e Fra Cristoforo

La vita è però una cosa seria e ci sono dei momenti in cui bisogna affrontarla senza disperarsi, ma guardando in faccia alla realtà per quello che è, e non per quello che noi vorremmo che fosse: sono i momenti dell'azione o del tentativo di affrontare la situazione in modo positivo; e sono i momenti che vedono Fra Cristoforo misurarsi dignitosamente con forze apparentemente più potenti, e perseguire i suoi obbiettivi non obbedendo ad altri che a se stesso.

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Domande da interrogazione

  1. Qual è il ruolo di Don Abbondio nel romanzo "I promessi sposi"?
  2. Don Abbondio è un curato timoroso e egoista, che evita di affrontare le ingiustizie e si sottrae ai suoi doveri sacerdotali per proteggere se stesso, rappresentando il Clero Secolare corrotto e materialista.

  3. Come viene descritto il carattere di Fra Cristoforo?
  4. Fra Cristoforo è un frate combattivo e caritatevole, la cui vita è segnata da un tragico passato. La sua conversione lo porta a proteggere i deboli e a combattere le ingiustizie con la forza delle parole, senza mai usare la violenza.

  5. Qual è la differenza principale tra Don Abbondio e Fra Cristoforo?
  6. Mentre Don Abbondio è un personaggio debole e incline a fuggire dalle responsabilità, Fra Cristoforo affronta le ingiustizie con coraggio e determinazione, dimostrando un forte senso di giustizia e amore per il prossimo.

  7. Quali eventi segnano la conversione di Fra Cristoforo?
  8. La conversione di Fra Cristoforo avviene dopo l'omicidio del suo servo, un atto che lo spinge a diventare frate per espiare la sua colpa e dedicarsi alla protezione dei più deboli, superando il suo orgoglio.

  9. In che modo Manzoni utilizza i personaggi religiosi per trasmettere messaggi morali?
  10. Manzoni utilizza i personaggi religiosi, come Don Abbondio e Fra Cristoforo, per esplorare temi di corruzione, responsabilità e giustizia, evidenziando il contrasto tra l'egoismo e la vera vocazione cristiana, rappresentata dalla figura di Fra Cristoforo.

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